Preso in Calabria il boss Fazzalari (e la storia della testa mozzata al rivale)

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L’uomo è il secondo dei ricercati dopo Messina Denaro

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Roma, 26 giu. (askanews) – Il boss latitante Ernesto Fazzalari è stato preso nelle prime ore del giorno a Molochio, una frazione di Monte Trepitò, in provincia di Reggio Calabria dai carabinieri del reparto operativo del comando provinciale. In una nota si ricorda che l’arresto è stato eseguito in base ad un ordine di carcerazione ed una condanna all’ergastolo per i reati di associazione per delinquere di tipo mafioso, omicidio, porto e detenzione illegale di armi. Fazzalari è il secondo dei ricercati per importanza e pericolosità dopo Matteo Messina Denaro.

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Impronte e Ombre incontra Mario Congiusta

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Il 14 maggio arriviamo a Bovalino ed è un sabato di sole. L’appuntamento con il Signor Congiusta è fuori della stazione. Appena lo vediamo arrivare, alle 10.00 in punto, pensiamo inevitabilmente che se i treni da quelle parti avessero la sua puntualità, ci sentiremmo in Svizzera. Il suo stile impeccabile, quando scende dall’auto, fa pensare invece a un gentleman inglese, discreto e presente, asciutto e attento.

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Marcia nazionale degli AMMINISTRATORI SOTTO TIRO

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LA MARCIA

Da quando, nel 2011, abbiamo pubblicato il primo rapporto “Amministratori sotto tiro”, abbiamo assistito ad un trend crescente di minacce, intimidazioni e aggressioni contro donne e uomini che in tutto il Paese, hanno deciso di mettersi in gioco per governare le loro comunità.

 

Abbiamo sempre creduto che fosse necessario far conoscere quanto accade per essere vicini alle persone colpite e per sottolineare che queste siano questioni che riguardano la qualità della democrazia del nostro Paese e la possibilità, per chi ricopre incarichi istituzionali, di farlo con libertà e sicurezza, senza essere condizionato o condizionabile.

Proprio per questo abbiamo scelto di organizzare la prima Marcia nazionale degli amministratori sotto tiro il prossimo 24 giugno.  Abbiamo scelto di andare in Calabria, una terra dove le minacce e le intimidazioni verso gli amministratori locali crescono costantemente e in modo sempre più spaventoso.

Accanto alla Marcia, quello stesso giorno, a Gioiosa Ionica presenteremo il Rapporto “Amministratori sotto tiro 2016″, invitando sindaci, rappresentanti istituzionali, associazioni, rappresentanti del mondo del lavoro, studenti e cittadini.

Dal palco, dopo l’intervento di apertura del Sindaco della città, Michele Tripodi, anch’egli più volte oggetto di minacce e intimidazioni, si alterneranno gli interventi di:

Nicola Irto, Presidente del Consiglio Regionale della Calabria
Doris Lo Moro, Presidente della Commissione di inchiesta sul fenomeno delle intimidazioni agli amministratori locali
Rosy Bindi, Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia; • Filippo Bubbico, Vice Ministro dell’Interno;
Roberto Montà, Presidente di Avviso Pubblico.

 

Perchè dire “NO”- su narcomafie l’editoriale di Livio Pepino

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Siamo in piena stagione di referendum istituzionali: oggi con la raccolta delle firme per l’abrogazione di alcuni punti fondamentali della modifica costituzionale e della nuova legge elettorale (il cosiddetto Italicum); nel prossimo autunno e, poi, in primavera con il conseguente voto. Ci sono stati, nella nostra storia, referendum che hanno cambiato il volto del Paese o inciso nel profondo sulla sua vicenda politica: quelli sul divorzio (1974), sull’interruzione della gravidanza (1981), sulla riduzione delle preferenze per la Camera dei deputati (1991), sulla modifica della seconda parte della Costituzione (2006), sull’acqua pubblica (2011) e sulla produzione di energia nucleare (2011).
Oggi si apre una nuova decisiva stagione che, in qualche misura, si ricollega a quei precedenti.
Le modifiche costituzionali di cui si discute, integrate dall’Italicum, non sono, infatti, una semplice operazione tecnica per incidere sulla funzionalità delle istituzioni, ma il cuore di un progetto politico di trasformazione della democrazia, del sistema dei diritti e delle regole
della convivenza. Con tale progetto si persegue il cambiamento non solo della forma di Governo ma della qualità del sistema, trasformato da democrazia parlamentare in democrazia di investitura o plebiscitaria.
Ciò grazie ad alcuni elementi:
a) un sistema elettorale per la Camera dei deputati, in forza del quale chi vince (indipendentemente dal raggiungimento della maggioranza) prende tutto;
b) la concentrazione del potere legislativo e dei poteri di indirizzo politico nella sola Camera dei deputati e la trasformazione del Senato (che non viene affatto abolito) in un canonicato per consiglieri regionali e sindaci;
c) la previsione della centralità del Governo rispetto al Parlamento;
d) la contrazione delle forme di partecipazione diretta dei cittadini (oltre che dei poteri delle Regioni rispetto a quelli dello Stato). In particolare, secondo il nuovo sistema elettorale per la Camera, il partito che ottiene almeno il 40 per cento dei voti al primo turno o che vince al ballottaggio tra le due liste che hanno ottenuto il maggior numero di consensi (anche se pari al 20 o al 25 per cento) consegue 340 deputati su 630, pari al 54 per cento dei seggi e alla magioranza assoluta dell’assemblea.
Ciò non ha nulla a che vedere con il metodo elettorale maggioritario (in vigore, con diverse soluzioni, in molti paesi) ma costituisce un unicum nel panorama mondiale, che ha l’effetto di trasformare artificialmente
una minoranza in maggioranza, determinando una curvatura del sistema democratico da “governo dei più” in “governo dei meno”.
Si aggiunga che ciò non è giustificato – nonostante l’ossessiva ripetizione – da alcuna esigenza di governabilità, come dimostra il fatto che la democrazia dotata di maggior stabilità in Europa è quella della Germania, dove vige un sistema rigorosamente proporzionale e senza premi di maggioranza… L’indubbia crisi (anche istituzionale) in cui versa il nostro Paese è una crisi politica, che si risolve solo con un cambiamento profondo del modo di governare e del rapporto tra rappresentati e rappresentati e non con scorciatoie di ingegneria istituzionale che perseguono, in realtà, l’obiettivo – inquietante e pericoloso – dell’uomo solo al comando.
A conferma di ciò sta il fatto che questa impropria investitura del premier è accompagnata dallo strapotere del Governo e della maggioranza: il primo messo in condizione di egemonizzare anche il procedimento legislativo (grazie a una corsia privilegiata per i propri disegni di leggi); la seconda arbitra finanche della dichiarazione dello stato di guerra (rimessa in via esclusiva alla competenza della Camera). Il tutto in un quadro di indebolimento dei controlli e di una riduzione delle competenze decentrate in favore del Governo centrale. Sembra realizzarsi così il diktat sovranazionale caratteristico di questa stagione politica espresso, tra l’altro, in un documento della banca americana J.P. Morgan del
giugno 2013 in cui si legge: «Le Costituzioni e i sistemi politici dei Paesi della periferia meridionale mostrano, in genere, le seguenti caratteristiche: governi deboli; stati centrali deboli ri-spetto alle regioni; tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori, […] diritto di protestare se cambiamenti sgraditi arrivano a turbare lo status quo.
Ma qualcosa sta cambiando: il test chiave avverrà l’anno prossimo in Italia, dove il nuovo governo ha chiaramente l’opportunità di impegnarsi in importanti riforme politiche».
Secondo slogan diffusi a piene mani nella società degli spot e
dei tweet, «dire no» a queste “riforme” è una manifestazione di conservatorismo un po’ ottuso di chi ha paura del cambiamento. La storia dell’umanità mostra esattamente il contrario. I mutamenti politici e sociali più importanti hanno avuto alla loro base la resistenza di chi ha saputo dire no all’autoritarismo, alle prevaricazioni, all’ingiustizia.
Non a caso la modernità nasce con Antigone che, nella tragedia di Sofocle, dice di no all’editto di Creonte, re di Tebe, e dà sepoltura al proprio fratello, diventando per questo, nei secoli, simbolo di libertà e di lotta contro il sopruso. Una ragione in più per «dire No»!

‘Ndrangheta, Rossi(Pd): ‘Inaccettabile che non si sappia che fine ha fatto Rossella Casini’

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‘E’ inaccettabile che Rossella Casini scomparsa il 21 febbraio del 1981 a Palmi in Calabria, non si trovi. C’è stato un processo, ci sono stati degli assolti, una reazione molto dura da parte dei famigliari. Presto incontrerò Oliverio per affrontare la questione’.

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“Possiamo trovare una presa di posizione comune che vada in questo senso, cioè nella richiesta di riaprire le indagini e di cercare la verità su questi fatti – ha aggiunto il governatore della Toscana – Potremmo chiedere che riaprano le cartelle, che si facciano  ulteriori indagini perché c’è un bisogno di giustizia a cui non si può venir meno, a cui lo Stato deve sentire il dovere di dare delle risposte per questa famiglia e anche per il ricordo di questa ragazza”.

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