L’impegno di fare memoria contro le mafie

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LA LENTE DI UNA CRONISTA

Considerazioni e riflessioni per vaccinarsi dall’indifferenza

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Ci sono lacrime asciutte. Asciugate lentamente dal tempo. Nascoste dietro sguardi carichi di dignità e determinazione nella ricerca della verità. Un dolore silenzioso, ma forte e coraggioso come quello di chi lotta ogni giorno per avere giustizia.

A portare avanti questo impegno, in certi casi per tutta la vita, sono i familiari delle vittime innocenti delle mafie. Uomini e donne che, dopo la morte ingiustificata e violenta di un figlio un fratello un genitore o del coniuge, dedicano ogni energia per non fare spegnere i riflettori su omicidi che spesso la giustizia ha archiviato senza colpevoli troppo in fretta. Così, dalle pagine di un giornale o, più di frequente, dalle bacheche dei social network, ogni giorno fanno memoria di quel figlio che non c’è più diventando essi stessi portatori di legalità.

Come la mamma di Attilio Manca, Angela, che dal 12 febbraio 2004 chiede giustizia e verità per suo figlio. Lui, Attilio, un urologo di 34 anni di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) fu trovato morto 12 anni fa nella sua casa a Viterbo. Dalle analisi fatte sul corpo vennero ritrovate tracce di alcol etilico, eroina e barbiturici, e la vicenda processuale venne poi archiviata come suicidio. Ma i genitori sostennero da subito che la morte di Attilio nascondeva altro e che era da collegare al fatto che l’urologo avesse operato nel 2003 a Marsiglia il boss Bernardo Provenzano. Una battaglia per la verità di fronte ad indagini lacunose, sostenuta dai legali della famiglia e portata avanti in un territorio spesso ostile come quello barcellonese. Una battaglia che lo scorso gennaio ha raggiunto un risultato importante, quando il pentito Carmelo D’Amico ha rivelato che dietro l’omicidio di Attilio Manca c’è la mano dei Servizi Segreti. Rivelazioni che hanno aperto nuovi scenari sulle vere cause della morte dell’urologo siciliano e che riaprono le porte della giustizia sul caso. “Speriamo che non venga insabbiato un’altra volta” ha dichiarato poco dopo Angela Manca alla rivista AntimafiaDuemila.org, “L’omicidio di mio figlio si poteva risolvere subito e invece è stato affossato dalle istituzioni. Ma ora non è più come prima, qualcosa da oggi è cambiato”.
Una ricerca della verità che è fatta anche di sofferenza, nel contrastare persino la macchina del fango che dà in pasto all’opinione pubblica finti moventi per l’omicidio e accuse pesanti su chi fosse la vittima. Come accaduto a Gianluca Congiusta, un giovane imprenditore freddato con una lupara il 24 maggio 2005 a Siderno (RC) mentre ritornava a casa in macchina dal lavoro. Dopo la sua morte, in un primo momento, fu ipotizzato un caso di omicidio di natura passionale legato ad una ‘questione di donne’. Fino ad arrivare ad insinuare che Gianluca fosse uno spacciatore di droga. La famiglia del giovane non demorde e inizia il suo impegno per ridare vita a Gianluca, con la verità. Dopo anni trascorsi a chiedere giustizia, con conferenze presidi e uno sciopero della fame, il papà di Gianluca, Mario, continua tutt’oggi a fare memoria di quel figlio con tanti progetti che gli è stato strappato via. Ed è merito anche della determinazione della famiglia se nel 2007 il processo prende la direzione giusta, grazie ad una lettera con richieste estorsive emersa nel corso di un’altra inchiesta. Estorsione, ai danni del suocero della vittima, che avrebbe portato in seguito alla decisione di uccidere l’imprenditore reggino. Mandante ed esecutore dell’omicidio viene considerato Tommaso Costa, dell’omonimo clan, condannato all’ergastolo nel 2010 con pena confermata in Appello nel 2013. Nel febbraio 2016 il giudizio, giunto in Cassazione, è stato però sospeso per un vuoto normativo che non permette di utilizzare le lettere come documento al pari delle intercettazioni. L’impegno per la verità e la memoria porta intanto semi di speranza e consapevolezza, anche di fronte a chi cerca di negare la realtà. Proprio il comune di Siderno nei giorni scorsi ha posto una stele commemorativa nel luogo in cui Gianluca fu ucciso, un gesto che mette in ombra anche lo striscione poco distante che nega l’omicidio avvenuto in quel luogo.

Come Angela e Mario, sono tante le vite e le famiglie spezzate da un dolore ingiusto e ad ognuno di loro va il ringraziamento di tutti i cittadini onesti per avere costruito pezzi di legalità, fatti di memoria e gesti concreti. Per aver ricordato che la memoria è un patrimonio collettivo, da difendere, e che deve accompagnarsi sempre all’indignazione e alla non rassegnazione.
Questi uomini e donne con il loro esempio, con la loro ribellione pacifica, hanno dato una seconda vita, immortale, ai loro cari e hanno dimostrato che le mafie non sono imbattibili. Come il giudice Giovanni Falcone già prevedeva da tempo.

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Attilio ed Angela Manca

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Gianluca Congiusta

fonte: https://annagiuffrida.wordpress.com/2016/05/25/limpegno-di-fare-memoria-contro-le-mafie/

 

Omicidio Congiusta: Cosa succede a Siderno? – Ciavula

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Autore: giovanni maiolo

Notizia tratta da: http://ciavula.it/2016/05/omicidio-congiusta-cosa-succede-siderno/

Tra due giorni saranno undici anni da quando la giovane vita di Gianluca Congiusta venne spezzata dalla barbara e infame violenza mafiosa. Le battaglie di Mario Congiusta per ottenere verità e giustizia hanno portato il caso sulle pagine dei giornali e all’attenzione dell’opinione pubblica. Questa testata sta, senza se e senza ma, dalla parte di Mario e delle sue richieste. E ci sorprende che oggi, nel luogo in cui undici anni fa venne consumato il terribile omicidio, sia comparso uno striscione dalle lettere che grondano sangue e che recita: ” Qui il 24 maggio 2005 non è successo niente”. Che succede? Forse Mario deciderà di riferircelo ma qualcosa puzza. Conoscendo il profondo senso di responsabilità di Mario Congiusta e l’attenzione che ripone in ogni suo gesto pubblico, è facile intuire che qualcosa non quadra. Che deve esserci una motivazione dietro un gesto del genere. Noi siamo qui per sostenerlo.

Notizia tratta da: http://ciavula.it/2016/05/omicidio-congiusta-cosa-succede-siderno/

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Caselli: «Contro Antoci brutto segnale»

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ANTONIO MARIA MIRA
20/05/2016
«L’attentato contro il presidente del Parco dei Nebrodi è stato un pessimo segnale. Poi capiremo se si è trattato di un fatto isolato o l’inizio di una sequenza, ma sicuramente è stato un tentativo di strage». Per Giancarlo Caselli, ex procuratore di Palermo e Torino, nella lotta alle mafie «non possiamo ancora voltare pagina. Non dobbiamo essere pessimisti ma neanche illuderci che non possano succedere fatti di questa gravità. È nelle corde dei mafiosi, purtroppo… ». Per questo «bisogna rimettere le mafie all’ordine del giorno, come repressione ma anche come prevenzione. Se non c’è, la risposta complessiva è debole». Anche nel settore agroalimentare, «un business per i clan da 16 miliardi l’anno in costante aumento», ricorda Caselli che oggi è presidente del Comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agroalimentare, promosso da Coldiretti.

È così importante questo affare, da sparare per ammazzare?

L’agroalimentare muove 274 miliardi, occupa 2,5 milioni di persone ed è tra i principali motori dell’economia nazionale. Siccome la filosofia delle mafie è ‘piatto ricco mi ci ficco’, ecco che si possono fare dei bei soldi, tanto più se si gioca con carte truccate.
Come?
In molti segmenti della filiera, tutto comprovato dalle indagini. Dai terreni alle aziende agricole, al trasporto, al controllo dei grandi mercati, alla grande distribuzione, alla vendita al dettaglio, alle aziende agrituristiche, alla ristorazione. E ancora l’aggressione parassitaria dell’infame pratica dei prestiti ad usura che svuotano l’azienda per poi impadronirsi del guscio per pochi soldi. Poi c’è il corollario del ricorso ai meccanismi complessi – ma loro sanno bene come districarsi – che danno accesso ai finanziamenti europei e alle altre risorse pubbliche. E siccome i loro strumenti di ‘lavoro’ sono corruzione e al limite la violenza, ecco che questi meccanismi si piegano a loro vantaggio. Infine, mettendo le mani sul comparto, affermano il proprio controllo sul territorio.
Questo giustifica tornare a sparare contro una figura istituzionale?
Le mafie capitalizzano la violenza come strumento per ottenere risultati economici attraverso attività illecite. Ma la violenza può anche solo essere minacciata come dice la Cassazione in un troncone del processo ‘Minotauro’, del 23 marzo 2015. La mafia è un sodalizio criminale che adopera il metodo mafioso anche in forma silente, cioè senza ricorrere a forme eclatanti, ma avvalendosi di quella forma di intimidazione, per certi aspetti ancora più temibile, che deriva, afferma, dal «non detto, dall’accennato, dal sussurrato, dall’evocazione di una potenza criminale cui si ritenga vano resistere». «Basta la parola », come diceva una vecchia pubblicità. Non c’è bisogno di prendere a pugni qualcuno. Ma quando la posta in gioco è di rilevanza tale, pur di conseguirla torna la violenza.
Sembra il caso dell’attentato al presidente del Parco dei Nebrodi.
Esatto. Se uno mette i bastoni tra le ruote a un business colossale come questo non conviene più alla mafia restare sotto traccia. Esce allo scoperto anche puntando a una strage.
L’iniziativa di Antoci aveva fatto emergere una grande quantità di aziende collegate alla mafia.
La zona grigia si allarga sempre più. Coi mafiosi fanno affari in tanti perché conviene. Pecunia non olet.
Mafia antica e moderna, come questa dei Nebrodi che non disdegna l’abigeato ma poi è capace di intercettare i fondi europei.
Le mafie oggi sono un intreccio di antico e di moderno. Sono capaci di usare tutti gli strumenti della modernità, sono un network globale. Nascono dal latifondo nelle campagne e ci tornano attraverso le agromafie.
Questa vicenda dimostra quanto sia importante intervenire in sede di buona amministrazione. Quando arrivano le inchieste spesso è tardi.
Non c’è dubbio. Nell’agroalimentare per tutelare l’interesse del consumatore, la sua salute e il regolare funzionamento dell’economia pulita, l’intervento fondamentale è il ‘principio di precauzione’. Non intervenire solo ‘a babbo morto’ quando il danno è fatto ma cercare di prevenirlo. Non bisogna delegare tutto l’intervento alle forze dell’ordine. Bisogna studiarle prima le cose, capirle e intervenire. Tocca alla po-litica, all’economia, all’amministrazione, all’informazione. Bisogna intervenire in maniera determinata tutti quanti insieme perché queste cose rischiano di fare a brandelli il senso morale della comunità del nostro Paese. Ci deve essere un lavoro di squadra, che non si cerchi di chiudere la stalla soltanto quando i buoi sono scappati e poliziotti, carabinieri e magistrati ne hanno recuperato qualcuno. Un’economia controllata in maniera massiccia dalla mafia è un’economia che pensa solo agli interessi mafiosi e non a quelli generali.
Quello contro Antoci non è l’unico episodio di attacco mafioso a chi tutela l’ambiente. Abbiamo avuto varie minacce, ad esempio, ai presidenti dei Parchi nazionali del Pollino e dell’Aspromonte in Calabria.
Tutelare l’ambiente vuol dire anche fronteggiare adeguatamente la mafia. L’enciclica ‘Laudato sì’’ dice chiaramente che vanno difesi i beni comuni. I parametri mafiosi considerano invece questi beni come qualcosa che deve solo fruttare un profitto per sé.
Ci vuole più attenzione alle mafie? Il tema non sembra al centro dell’agenda politica.
Sta passando la tendenza a delegare tutto a forze dell’ordine e magistratura. Non è la strada giusta. Deve esserci l’antimafia della cultura, compito della famiglia, della scuola, della Chiesa, dell’informazione. E poi l’antimafia sociale, dei diritti e soprattutto il buon governo, che incida sulle radici delle organizzazioni criminali.
fonte: avvenire

L’addio (o arrivederci?) di Gratteri alla Procura di Reggio

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Il saluto del magistrato ai colleghi prima dell’insediamento a Catanzaro. De Raho: «Vive sotto scorta per garantire la libertà di tutti». Di Landro: «Un fuoriclasse». Gli aneddoti del giudice Tarzia e un pizzico di commozione per tutti

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REGGIO CALABRIA Da lunedì, gli uomini della scorta del nuovo procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri avranno da fare. E parecchio.

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Compito delle toghe è vigilare sui politici

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Politica | 14 maggio 2016 | 0 | di Liana Milella
“Se non capisci come funziona il gioco grande… sarai giocato”. Il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, toga famosa per le sue indagini sulla mafia, è convinto che i magistrati “debbano” esprimersi sul referendum non solo perché “è un nostro diritto”, ma per la futura valenza che la riforma comporta.

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Indagato anche Don Pino Strangio, parroco di San Luca

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REGGIO CALABRIA, – L’ex procuratore della Repubblica di Palmi Giuseppe Tuccio, il presidente della Provincia di Reggio Calabria Giuseppe Raffa, di Forza Italia, ed il sacerdote Giuseppe “don Pino” Strangio, di San Luca in Aspromonte, canonico del Santuario Mariano della Madonna della Montagna di Polsi, figurano tra gli indagati in stato di liberà dell’inchiesta “Fata Morgana”.

Sono indagati, tra gli altri, anche il cancelliere capo della Corte d’Appello Aldo Inuso, l’ex presidente della Reggina Calcio Pino Benedetto, l’avvocato Rocco Zoccali, il consigliere provinciale di Reggio Demetrio Cara che sostiene la maggioranza di centrodestra ed un impiegato del Consiglio regionale, Giovanni Pontari. Stamani i finanzieri del Comando provinciale di Reggio Calabria hanno perquisito le loro abitazioni ed i loro uffici. Secondo l’accusa, il cartello di “colletti bianchi” avrebbe “condizionato” molte attività economiche “manipolando” la gestione, soprattutto per quel che riguarda la grande distribuzione. Tutto ciò avveniva con la complicità di funzionari pubblici. (ANSA).

Notizia tratta da: http://ciavula.it/2016/05/indagato-don-pino-strangio-parroco-san-luca/

 

Diario della Memoria- A Siderno il 24 maggio 2005 hanno spento il sorriso di Gianluca Congiusta

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Il padre Mario e la sorella Roberta raccontano il loro ragazzo

Copia di GIAN

“Era Lui il punto di riferimento della nostra famiglia”

di Luciana De Luca

«Abbiamo chiesto ai medici se aveva sofferto. E loro ci hanno risposto di no. È morto sul colpo». Mario Congiusta, padre di Gianluca, il giovane ucciso a Siderno, il 24 maggio del 2005, nel racconto della tragica perdita del figlio, cerca di trovare qualche elemento che alleggerisca la sua pena. Piccoli particolari che diventano essenziali quando bisogna fare i conti con il dolore ingiusto,  incomprensibile e incontenibile.

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Ospedali Riuniti di Reggio Calabria, commissione «amica»

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ANTONIO MARIA MIRA

Può indagare sui fatti di malasanità negli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria chi ha avuto stretti rapporti con gli arrestati o chi non è estraneo ai fatti, che per ora non indagato, ma potrebbe esserlo presto? Insomma persone non ‘terze’ rispetto alla gravissima vicenda del reparto di ginecologia e ostetricia.

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