Lamezia: ucciso dalla ‘ndrangheta nell’88, familiari scrivono a Presidente Mattarella

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Lamezia Terme – A quasi 30 anni dall’omicidio del padre, Ruggero Talarico ha scritto una lettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, affinché riconosciuto a lui e alla sua famiglia il diritto al risarcimento, come stabilito dal Tribunale ma che, a distanza di anni, ancora non arriva. Della storia di Antonio Raffaele Talarico, guardia giurata uccisa il 2 settembre del 1988, ci eravamo già occupati nel giugno di un anno fa quando abbiamo intervistato, per l’edizione cartacea e online de il Lametino, l’altro figlio, Vincenzo.

L’omicidio di Antonio Raffaele Talarico

Antonio Raffaele Talarico è una vittima innocente della ‘ndrangheta, riconosciuta effettivamente nel 2009, che 29 anni fa, mentre si stava dirigendo sul suo posto di lavoro, un cantiere edile in località Bagni, nei pressi del cimitero a Sambiase, quando, e si apprestava ad aprire il cancello, fu raggiunto alle spalle da diversi colpi di arma da fuoco che lo ferirono mortalmente a soli 50 anni. Guardia giurata da vent’anni, dopo le scuole dell’obbligo, sposò Lina Raso da cui ebbe quattro figli: Vincenzo, Ruggero, Gilda e Leone. Fu tra i primi, negli anni ’60 ad ottenere il decreto prefettizio di Guardia Particolare Giurata e venne ben presto assunto proprio nel cantiere dove, dopo vent’anni, perse la vita. Quello nei suoi confronti fu un agguato vero e proprio: all’inizio, nonostante le indagini, non ci fu nessun risultato. Talarico era incensurato, non aveva fama di “cattivo ragazzo” ed era sempre stato un lavoratore dedito alla famiglia. A vent’anni dal suo omicidio arrivò la verità che confermò i sospetti degli inquirenti dell’epoca: era stato ucciso per una questione territoriale di guardianie. Coloro che seguirono le indagini ai tempi sapevano che dietro l’omicidio, per modalità e tempi, doveva esserci una ‘ndrina locale che stabilmente controllava il territorio di Sambiase, o almeno una parte.

La mano del racket delle guardianie

Coloro che uccisero Talarico facevano parte dell’organizzazione criminale che si occupava del racket delle estorsioni e delle guardianie: volevano imporre i loro guardiani, ma per farlo dovevano eliminare i vecchi guardiani, come Antonio Raffaele Talarico, e così fecero. L’attività investigativa svolta da Forze dell’ordine e Magistratura, portò al rinvio a giudizio di numerosi esponenti della cosca ma il procedimento penale nei loro confronti si concluse con un nulla di fatto. Tutto archiviato, infatti, per mancanza di prove. Solo dopo otto anni dall’omicidio, il caso fu riaperto. Cominciò a parlare, infatti, un ex esponente della cosca, Pasqualino D’Elia, che, divenuto collaboratore di giustizia, ammise di aver partecipato all’omicidio e, solo nel 2011, si è arrivati alla sentenza di primo grado che portò alla condanna di D’Elia, reo confesso. Una vicenda giudiziaria che si concluse con la conferma della condanna in secondo grado e anche in Cassazione.

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I figli davanti la strada intitolata a Pianopoli in memoria del padre

La lettera integrale inviata da Ruggero Talarico al Presidente della Repubblica

“Caro Presidente voglio informarla perché chi meglio di Lei possa comprendere questa vicenda essendo stato colpito, come noi, dalla violenza mafiosa. “Mio padre Antonio Raffaele Talarico era una guardia particolare giurata che, in data 2 settembre 1988, veniva assassinato dalla criminalità organizzata all’età di soli 49 anni. Il procedimento a carico di ignoti fu inizialmente archiviato e riaperto successivamente nel 1996 a seguito di rivelazioni di un collaboratore di giustizia, reo confesso, D’Elia Pasqualino, condannato definitivamente nel 2011 ad anni 30 di reclusione. La Corte di primo grado stabilì in sentenza il pagamento di una provvisionale agli eredi superstiti, ovvero il sottoscritto, mia madre, i miei due fratelli e mia sorella, tutti costituitisi parte civile nel processo e rimandava al giudizio civile, la quantificazione del danno. Pertanto, il Ministero dell’Interno, provvedeva al pagamento della provvisionale stabilita dai giudici di primo grado tramite il Fondo di Rotazione, con delibera ministeriale, in attesa del risarcimento da quantificarsi da parte del giudice civile.

Al riguardo veniva: iscritta al ruolo, in data 08.11.2012, la causa nr.4442/2012 per la quantificazione del danno presso il Tribunale di Catanzaro, 
in data 08.01.2013 veniva designato il Giudice Dr. Nania, 
veniva poi fissata l’udienza al 22.11.2013, 
l’udienza di novembre veniva rinviata al 24.05.2016 (ben tre anni dopo!). L’udienza di maggio, per sostituzione del giudice Nania, nel frattempo trasferito, ed assegnata al GOT D.ssa Maura Fragale, la quale rinviava al 18.07.2017 per l’eccessivo 
carico del ruolo. 
A quest’ultima udienza, in mia presenza, lo stesso Giudice rinviava ulteriormente all’11.09.2018 facendo presente al mio legale Avv. Alessandro Vecchio di eventualmente avanzare richiesta di anticipare l’udienza qualora venisse assegnato al Tribunale di Catanzaro, un giudice togato. 
Sostanzialmente dal 08.11.2012 al 18.07.2017 nessuna attività istruttoria è stata svolta, perché nessuna occorreva espletarne, rinviando ulteriormente senza alcun motivo una sentenza in cui si tratta solo di quantificare il danno!

Premesso quanto sopra esposto: 
pur volendo comprendere la carenza di organici, la grande mole di lavoro e la complessità della causa in questione, trovo incomprensibile che una causa di risarcimento per uno dei delitti più gravi previsti nel nostro codice penale (omicidio) venga assegnato ad un giudice onorario e trattato alla stregua di liti condominiali. 
per la trattazione di questa causa sono passati circa 6 anni di rinvii – e chissà ancora quanti altri anni ne passeranno – atteso che bisogna aspettare l’arrivo di nuovi giudici togati affinché qualcuno prenda in carico questa causa e stabilisca il previsto risarcimento che spetta a noi vittime, prima della criminalità e successivamente della burocrazia.

Mia madre è rimasta vedova all’età di 47 anni con figli minori a carico ha veramente vissuto l’inferno sulla terra insieme a noi figli anche perché mio padre era l’unica fonte di reddito. Oggi alla soglia degli 80 anni piena di acciacchi ecc… quanto ancora dovrà attendere affinché le 
venga riconosciuto un sacrosanto diritto? È intenzione del sottoscritto di andare avanti ad oltranza fino alla sentenza informando mensilmente tutti i vertici dello Stato. Infatti è mia intenzione scrivere anche ai presidenti di Camera e Senato e successivamente ai rappresentanti del Governo finché non riceverò una risposta esaustiva per la definizione della causa”.

Fonte: Il lametino.it

Polsi- Quel santuario che non è della ‘ndrangheta

’Ndrangheta con il rosario in mano, addio.

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di Michele Cucuzza

Il santuario della Madonna di Polsi, dove i boss facevano i summit tristemente famosi grazie alle immagini dell’indagine ‘Crimine’, non è più cosa loro. Lo annuncia il vescovo di Locri e Gerace, mons. Francesco Oliva: telecamere dappertutto, controlli sull’identità dei pellegrini che vogliono soggiornare nei paraggi del luogo sacro nell’Aspromonte e, al posto della statua della Vergine cui i capi delle ‘ndrine fingevano devozione per mercanteggiare intanto delitti e strategie criminali, dall’8 ottobre farà da monito il busto di don Giuseppe Giovinazzo, prete antimafia assassinato dai sicari delle ‘ndrine proprio lì, il primo giugno 1989. L’effige di tufo della madre di Gesù sarà ricollocata in una posizione più interna, a disposizione di chi vorrà invocarla sul serio e non servirsene come copertura. A porre fine a uno scandalo che durava da troppi anni un uomo minuto, dalla voce pacata, che non la manda a dire: ‘la ‘ndrangheta non può appropriarsi della simbologia religiosa’ ammonisce mons. Oliva. ‘Mi ha dato sempre fastidio questo abbinamento tra santuario di Polsi e mafia’ afferma il Vescovo, ‘ma è inutile negare che la presenza pervasiva delle ‘ndrine da quelle parti è stata sempre forte: i mafiosi ne hanno fatto un loro simbolo. Questo luogo deve tornare ad essere un punto di riferimento esclusivamente spirituale, come lo è già a livello popolare, per tutta la gente che affronta il disagio di un viaggio difficile tra strade dissestate e sentieri malmessi per vivere momenti di preghiera nel cuore della spiritualità mariana del meridione. E’ mio dovere tutelare la sacralità di questo luogo sottolineando che anche la Chiesa ha pagato con il sangue la sfrontatezza della ‘ndrangheta: accanto al busto in memoria di don Giovinazzo nell’anfiteatro del santuario, dall’8 ottobre una lapide ricorderà che quel sacerdote è stato assassinato da ‘disonorata mano mafiosa’. La statua della Madonna sarà ricollocata in un luogo interno, più dignitoso: la ‘ndrangheta non può usare i simboli religiosi per attrarre consensi . Nelle mani delle cosche quei simboli non hanno nessun significato religioso, è solo strumentalizzazione di una devozione spontanea, popolare. A meno che i mafiosi non depongano le armi e si pentano’.
I segnali del cambiamento sono concreti, dalla videosorveglianza dell’area alla registrazione come negli alberghi dei pellegrini che vorranno soggiornare nelle strutture di accoglienza del santuario, al concorso sulla legalità che ha coinvolto migliaia di studenti della Locride e che sarà ripetuto ogni anno. Iniziative che fanno seguito alle dimissioni di don Pino Strangio, rettore per più di 20 anni del santuario, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa , sostituito dal vescovo con don Antonio Saraco, parroco di Ardore. La Chiesa fa pulizia, adesso tocca allo stato, ecco l’appello di Mons. Oliva: ‘Occorrerà un esame di coscienza per capire il perché di questa facile conquista di Polsi da parte della ‘ndrangheta. Intanto, subito, bisogna liberarlo dall’ isolamento fisico che ha favorito la criminalità, che notoriamente vuole conquistare i territori, a prezzo di sangue, faide, sottosviluppo: l’illegalità ferma lo sviluppo. Le istituzioni diano a Polsi una strada dignitosa e sicura: ancora l’altro giorno una donna è morta in macchina, in fondo a un burrone. L’attesa è diventata insopportabile, nessuno può più dire: non sapevo’.

Fonte:Corriere dell’Umbria

‘Ndrangheta, uccise la madre per una “relazione segreta”, ora la condanna

Aveva chiesto perdono al figlio, dopo che quest’ultimo aveva scoperto la sua relazione nascosta. Ma lui non ha voluto sentire ragioni, e l’ha uccisa. Per questo Francesco Barone è stato condannato all’ergastolo.

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 Secondo i giudici della Corte d’Assise di Palmi, il 25enne di Rosarno ha ucciso la madre Francesca Bellocco, figlia del defunto boss di ‘ndrangheta Pietro, perché la donna aveva una storia extraconiugale con Domenico Cacciola, anch’egli scomparso e mai più ritrovato.
I giudici hanno accolto la richiesta formulata dalla pubblica accusa rappresentata dal pm Adriana Sciglio. La vittima è scomparsa nell’agosto del 2013, quando aveva 43 anni, e il suo corpo non è mai stato ritrovato. L’omicidio sarebbe stato commesso il 18 agosto di quello stesso anno, dopo che Barone, che allora aveva appena 21 anni, aveva scoperto la madre insieme a Cacciola, ritenuto ai vertici dell’omonima cosca federata ai Bellocco. Nonostante questo i due avrebbero comunque continuato vedersi, suscitando poi la reazione estrema del giovane.

Fondamentale ai fini delle indagini è stata la testimonianza di un vigile urbano che, dopo qualche tempo, ha raccontato di aver sentito delle grida, la notte in cui la donna scomparve, e le sue insistenti richieste di perdono. Il testimone ha raccontato di aver visto tre uomini incappucciati arrivare a bordo di un’auto in casa Bellocco. Poi, dopo le urla (“Pirdunatimi”), il figlio uscito con una Fiat Panda. Il 21enne avrebbe denunciato la scomparsa della madre solo tre giorni dopo. Tutti questi elementi, insieme alle dichiarazioni della testimone di giustizia Giuseppina Multari, hanno convinto i giudici a ritenere l’uomo responsabile, in concorso con altri soggetti, dei reati di omicidio della madre e occultamento del suo cadavere, detenzione e porto di armi comuni da sparo, commessi con metodo mafioso, e al fine di agevolare la potente cosca Bellocco di Rosarno.

Il modello di accoglienza di Riace è a rischio: salviamolo

Mobilitazione internazionale di cittadini per scongiurare la fine di un sistema di ospitalità e integrazione di richiedenti asili e rifugiati che, ritratto anche da un docufilm di Wim Wenders, è considerato un faro mondiale. Il sindaco Lucano: «Lascerò il mandato se il ministero confermerà la bocciatura delle modalità di accoglienza usate per anni»

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di Daniele Biella

Sono giorni decisivi per il Comune di Riace: il sindaco Domenico Lucano potrebbe dimettersi a breve.

Ovvero nei primi giorni di settembre, all’indomani dell’incontro di sabato 2 settembre 2017 con i funzionari del ministero dell’Interno. Il motivo? “Se bocciassero il nostro modello d’accoglienza, non avrei alternative a lasciare il mio incarico”, ripete a chiunque Lucano nell’ultimo periodo, da quando un’ispezione dello stesso ministero ha evidenziato perplessità sulla gestione dell’accoglienza in un paese che, tanto per intendere, è considerato da anni un modello per l’Italia e per il mondo. “Non accettano la modalità di pagamento dei bonus e delle borse lavoro”, spiega Lucano. I bonus sono una sorta di corrispettivo del pocket money che viene assegnato dallo Stato ai rifugiati (2,50 euro giornalieri a fronte di una media di altri 32,50 che vengono assegnati all’ente gestore del progetto di accoglienza, nel caso di Riace l’associazione Città Futura Giuseppe Puglisi, nata a fine anni ’90 proprio per venire incontro alla gestione dei primi arrivi via mare), una sorta di moneta alternativa che i richiedenti asilo e rifugiati usano con i commercianti convenzionati dato che spesso per il ritardo della macchina burocratica i fondi dell’accoglienza sono indietro di parecchi mesi”.

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Riace, tra la cittadina sulla collina e la parte marina, ha oggi 1700 abitanti, e almeno 500 sono migranti stranieri di decine di nazionalità diverse, accolti anche nel sistema Sprar, Servizio di protezione richiedenti asilo e rifugiati. Sotto i riflettori del giornalismo mondiale – anche Vita ha effettuato diversi reportage – del cinema (tra tutti, il film “Il volo” del famoso regista Wim Wenders) e del turismo per un sistema efficiente di albergo diffuso (i tanti riacesi emigranti all’estero, soprattutto in Germania, mettono a disposizione le loro case in paese come appartamenti da affittare), l’oasi di integrazione di Riace è oggi a rischio: un appello che vuole scongiurare la sua fine è stato promosso recentemente da Recosol, Rete dei Comuni solidali, a cui si sono aggiunte varie personalità e diverse associazioni nazionali e del territorio.
Fra le prime ad aderire all’appello l’associazione Gianluca Congiusta onlus, fondata da Mario Congiusta in memoria del figlio, commerciante ucciso dalla ndrangheta nel 2005, e dedita alla lotta contro ogni forma di criminalità organizzata. “Mimmo Lucano è come un fratello, ci siamo conosciuti nel 2006 quanto è stato il primo di molti sindaci della zona che ha aderito a un’azione sovracomunale per costituirsi parte civile nel caso di intimidazioni mafiose”, spiega Congiusta, che vive nella vicina Siderno e co-organizza l’appuntamento annuale del Riace film festival, dando anche un premio alla memoria del figlio, quest’anno assegnato alla giornalista Raffaella Cosentino per il film “Terre impure” in cui sono ritratte persone calabresi che combattono contro le mafie. Il volto di Gianluca Congiusta è anche stampato sopra la moneta locale alternativa riacese, il “bonus” appunto: assieme a lui, Peppino Impastato, Gandhi, Che Guevara e Martin Luther King, decise da un sindaco che non ha mai nascosto la sua volontà di schierarsi a fianco degli ultimi e degli indifesi. “Quello partito da Riace è l’unico modello di integrazione che funziona, basato sull’incontro tra cittadini e migranti e sul mantenimento dei nuclei famigliari degli accolti, altro che casermoni e luoghi dove vengono ospitate centinaia di persone con l’alto rischio di lucro per chi gestisce tali strutture”, sottolinea Congiusta. Dopo anni di sperimentazione dei bonus e delle conseguenti borse lavoro (“che hanno portato alcune persone a lavorare nell’artigianato, anche se in caso venisse scongiurato il blocco, bisognerebbe poi puntare a creare posti di lavoro più consistenti”), di punto in bianco il modello Riace rischia quindi la chiusura: ma Lucano lascerà davvero il posto di sindaco, giunto peraltro al terzo mandato con il sostegno di ampie parti della popolazione? “Per quel che lo conosco, sì. Sono molto preoccupato”, conclude Congiusta.

Nota: per aderire all’appello bisogna scrivere un’email a: iostoconriace@gmail.com, con nome, cognome, professione (o appartenenza associazione) e città
Fonte: VITA