Polsi- Quel santuario che non è della ‘ndrangheta

’Ndrangheta con il rosario in mano, addio.

Mons-OLIVA

di Michele Cucuzza

Il santuario della Madonna di Polsi, dove i boss facevano i summit tristemente famosi grazie alle immagini dell’indagine ‘Crimine’, non è più cosa loro. Lo annuncia il vescovo di Locri e Gerace, mons. Francesco Oliva: telecamere dappertutto, controlli sull’identità dei pellegrini che vogliono soggiornare nei paraggi del luogo sacro nell’Aspromonte e, al posto della statua della Vergine cui i capi delle ‘ndrine fingevano devozione per mercanteggiare intanto delitti e strategie criminali, dall’8 ottobre farà da monito il busto di don Giuseppe Giovinazzo, prete antimafia assassinato dai sicari delle ‘ndrine proprio lì, il primo giugno 1989. L’effige di tufo della madre di Gesù sarà ricollocata in una posizione più interna, a disposizione di chi vorrà invocarla sul serio e non servirsene come copertura. A porre fine a uno scandalo che durava da troppi anni un uomo minuto, dalla voce pacata, che non la manda a dire: ‘la ‘ndrangheta non può appropriarsi della simbologia religiosa’ ammonisce mons. Oliva. ‘Mi ha dato sempre fastidio questo abbinamento tra santuario di Polsi e mafia’ afferma il Vescovo, ‘ma è inutile negare che la presenza pervasiva delle ‘ndrine da quelle parti è stata sempre forte: i mafiosi ne hanno fatto un loro simbolo. Questo luogo deve tornare ad essere un punto di riferimento esclusivamente spirituale, come lo è già a livello popolare, per tutta la gente che affronta il disagio di un viaggio difficile tra strade dissestate e sentieri malmessi per vivere momenti di preghiera nel cuore della spiritualità mariana del meridione. E’ mio dovere tutelare la sacralità di questo luogo sottolineando che anche la Chiesa ha pagato con il sangue la sfrontatezza della ‘ndrangheta: accanto al busto in memoria di don Giovinazzo nell’anfiteatro del santuario, dall’8 ottobre una lapide ricorderà che quel sacerdote è stato assassinato da ‘disonorata mano mafiosa’. La statua della Madonna sarà ricollocata in un luogo interno, più dignitoso: la ‘ndrangheta non può usare i simboli religiosi per attrarre consensi . Nelle mani delle cosche quei simboli non hanno nessun significato religioso, è solo strumentalizzazione di una devozione spontanea, popolare. A meno che i mafiosi non depongano le armi e si pentano’.
I segnali del cambiamento sono concreti, dalla videosorveglianza dell’area alla registrazione come negli alberghi dei pellegrini che vorranno soggiornare nelle strutture di accoglienza del santuario, al concorso sulla legalità che ha coinvolto migliaia di studenti della Locride e che sarà ripetuto ogni anno. Iniziative che fanno seguito alle dimissioni di don Pino Strangio, rettore per più di 20 anni del santuario, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa , sostituito dal vescovo con don Antonio Saraco, parroco di Ardore. La Chiesa fa pulizia, adesso tocca allo stato, ecco l’appello di Mons. Oliva: ‘Occorrerà un esame di coscienza per capire il perché di questa facile conquista di Polsi da parte della ‘ndrangheta. Intanto, subito, bisogna liberarlo dall’ isolamento fisico che ha favorito la criminalità, che notoriamente vuole conquistare i territori, a prezzo di sangue, faide, sottosviluppo: l’illegalità ferma lo sviluppo. Le istituzioni diano a Polsi una strada dignitosa e sicura: ancora l’altro giorno una donna è morta in macchina, in fondo a un burrone. L’attesa è diventata insopportabile, nessuno può più dire: non sapevo’.

Fonte:Corriere dell’Umbria

‘Ndrangheta, uccise la madre per una “relazione segreta”, ora la condanna

Aveva chiesto perdono al figlio, dopo che quest’ultimo aveva scoperto la sua relazione nascosta. Ma lui non ha voluto sentire ragioni, e l’ha uccisa. Per questo Francesco Barone è stato condannato all’ergastolo.

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 Secondo i giudici della Corte d’Assise di Palmi, il 25enne di Rosarno ha ucciso la madre Francesca Bellocco, figlia del defunto boss di ‘ndrangheta Pietro, perché la donna aveva una storia extraconiugale con Domenico Cacciola, anch’egli scomparso e mai più ritrovato.
I giudici hanno accolto la richiesta formulata dalla pubblica accusa rappresentata dal pm Adriana Sciglio. La vittima è scomparsa nell’agosto del 2013, quando aveva 43 anni, e il suo corpo non è mai stato ritrovato. L’omicidio sarebbe stato commesso il 18 agosto di quello stesso anno, dopo che Barone, che allora aveva appena 21 anni, aveva scoperto la madre insieme a Cacciola, ritenuto ai vertici dell’omonima cosca federata ai Bellocco. Nonostante questo i due avrebbero comunque continuato vedersi, suscitando poi la reazione estrema del giovane.

Fondamentale ai fini delle indagini è stata la testimonianza di un vigile urbano che, dopo qualche tempo, ha raccontato di aver sentito delle grida, la notte in cui la donna scomparve, e le sue insistenti richieste di perdono. Il testimone ha raccontato di aver visto tre uomini incappucciati arrivare a bordo di un’auto in casa Bellocco. Poi, dopo le urla (“Pirdunatimi”), il figlio uscito con una Fiat Panda. Il 21enne avrebbe denunciato la scomparsa della madre solo tre giorni dopo. Tutti questi elementi, insieme alle dichiarazioni della testimone di giustizia Giuseppina Multari, hanno convinto i giudici a ritenere l’uomo responsabile, in concorso con altri soggetti, dei reati di omicidio della madre e occultamento del suo cadavere, detenzione e porto di armi comuni da sparo, commessi con metodo mafioso, e al fine di agevolare la potente cosca Bellocco di Rosarno.

Il modello di accoglienza di Riace è a rischio: salviamolo

Mobilitazione internazionale di cittadini per scongiurare la fine di un sistema di ospitalità e integrazione di richiedenti asili e rifugiati che, ritratto anche da un docufilm di Wim Wenders, è considerato un faro mondiale. Il sindaco Lucano: «Lascerò il mandato se il ministero confermerà la bocciatura delle modalità di accoglienza usate per anni»

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di Daniele Biella

Sono giorni decisivi per il Comune di Riace: il sindaco Domenico Lucano potrebbe dimettersi a breve.

Ovvero nei primi giorni di settembre, all’indomani dell’incontro di sabato 2 settembre 2017 con i funzionari del ministero dell’Interno. Il motivo? “Se bocciassero il nostro modello d’accoglienza, non avrei alternative a lasciare il mio incarico”, ripete a chiunque Lucano nell’ultimo periodo, da quando un’ispezione dello stesso ministero ha evidenziato perplessità sulla gestione dell’accoglienza in un paese che, tanto per intendere, è considerato da anni un modello per l’Italia e per il mondo. “Non accettano la modalità di pagamento dei bonus e delle borse lavoro”, spiega Lucano. I bonus sono una sorta di corrispettivo del pocket money che viene assegnato dallo Stato ai rifugiati (2,50 euro giornalieri a fronte di una media di altri 32,50 che vengono assegnati all’ente gestore del progetto di accoglienza, nel caso di Riace l’associazione Città Futura Giuseppe Puglisi, nata a fine anni ’90 proprio per venire incontro alla gestione dei primi arrivi via mare), una sorta di moneta alternativa che i richiedenti asilo e rifugiati usano con i commercianti convenzionati dato che spesso per il ritardo della macchina burocratica i fondi dell’accoglienza sono indietro di parecchi mesi”.

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Riace, tra la cittadina sulla collina e la parte marina, ha oggi 1700 abitanti, e almeno 500 sono migranti stranieri di decine di nazionalità diverse, accolti anche nel sistema Sprar, Servizio di protezione richiedenti asilo e rifugiati. Sotto i riflettori del giornalismo mondiale – anche Vita ha effettuato diversi reportage – del cinema (tra tutti, il film “Il volo” del famoso regista Wim Wenders) e del turismo per un sistema efficiente di albergo diffuso (i tanti riacesi emigranti all’estero, soprattutto in Germania, mettono a disposizione le loro case in paese come appartamenti da affittare), l’oasi di integrazione di Riace è oggi a rischio: un appello che vuole scongiurare la sua fine è stato promosso recentemente da Recosol, Rete dei Comuni solidali, a cui si sono aggiunte varie personalità e diverse associazioni nazionali e del territorio.
Fra le prime ad aderire all’appello l’associazione Gianluca Congiusta onlus, fondata da Mario Congiusta in memoria del figlio, commerciante ucciso dalla ndrangheta nel 2005, e dedita alla lotta contro ogni forma di criminalità organizzata. “Mimmo Lucano è come un fratello, ci siamo conosciuti nel 2006 quanto è stato il primo di molti sindaci della zona che ha aderito a un’azione sovracomunale per costituirsi parte civile nel caso di intimidazioni mafiose”, spiega Congiusta, che vive nella vicina Siderno e co-organizza l’appuntamento annuale del Riace film festival, dando anche un premio alla memoria del figlio, quest’anno assegnato alla giornalista Raffaella Cosentino per il film “Terre impure” in cui sono ritratte persone calabresi che combattono contro le mafie. Il volto di Gianluca Congiusta è anche stampato sopra la moneta locale alternativa riacese, il “bonus” appunto: assieme a lui, Peppino Impastato, Gandhi, Che Guevara e Martin Luther King, decise da un sindaco che non ha mai nascosto la sua volontà di schierarsi a fianco degli ultimi e degli indifesi. “Quello partito da Riace è l’unico modello di integrazione che funziona, basato sull’incontro tra cittadini e migranti e sul mantenimento dei nuclei famigliari degli accolti, altro che casermoni e luoghi dove vengono ospitate centinaia di persone con l’alto rischio di lucro per chi gestisce tali strutture”, sottolinea Congiusta. Dopo anni di sperimentazione dei bonus e delle conseguenti borse lavoro (“che hanno portato alcune persone a lavorare nell’artigianato, anche se in caso venisse scongiurato il blocco, bisognerebbe poi puntare a creare posti di lavoro più consistenti”), di punto in bianco il modello Riace rischia quindi la chiusura: ma Lucano lascerà davvero il posto di sindaco, giunto peraltro al terzo mandato con il sostegno di ampie parti della popolazione? “Per quel che lo conosco, sì. Sono molto preoccupato”, conclude Congiusta.

Nota: per aderire all’appello bisogna scrivere un’email a: iostoconriace@gmail.com, con nome, cognome, professione (o appartenenza associazione) e città
Fonte: VITA

Al via oggi il campo di E!state Liberi a Gioiosa, campo di volontariato e formazione sui beni confiscati alle mafie.

Da anni l’associazione Don Milani – Onlus in collaborazione con Libera, associazioni, nomi e numeri contro le mafie, offre la possibilità a ragazzi e ragazze provenienti da tutta Italia di essere protagonisti del cambiamento che vorremmo vivere sui nostri territori e testimoni del riscatto sociale per il quale fortemente ci battiamo.

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Calabria, il vescovo di Locri-Gerace: “Qui pezzi di Chiesa a braccetto con la ‘ndrangheta”

Alla presenza di Marco Minniti, il monsignore ha aperto così un incontro sul santuario della Madonna di Polsi, che in più inchieste viene indicato come luogo d’incontro dei boss. “E la società civile non è stata attenta”. Il ministro dell’Interno: “Parole potenti. Qui occorre separare Dio dalla ‘ndrangheta”

Mons-OLIVA

REGGIO CALABRIA – Il santuario della Madonna di Polsi, alle pendici dell’Aspromonte, viene indicato in diverse inchieste della magistratura come luogo d’incontro dei boss di ‘ndrangheta, in concomitanza con la festa dell’1 e 2 settembre che richiama migliaia di fedeli.

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Gratteri: «Per le istituzioni calabresi la ricreazione è finita»

Il procuratore di Catanzaro è stato sentito dalla Commissione parlamentare antimafia. Al centro delle audizioni le indagini della Dda nel Crotonese: «Prima quella provincia era un buco nero». L’emergenza degli organici: «Non ho con chi lavorare»

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ROMA- È stata l’inchiesta Jonny (e lo scottante tema della gestione del Cara di Isola Capo Rizzuto) il tema caldo dell’audizione del procuratore capo della Repubblica di Catanzaro davanti alla commissione parlamentare Antimafia che ha sottolineato come l’indagine stia continuando relazionando sull’argomento a telecamere spente alla commissione.

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Reggio Calabria, boss della ‘ndrangheta fa causa a Klaus Davi: “suoi documentari mi diffamano”

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Domenico Foti, conosciuto come ‘Mimmo Vecchia Romagna’ e condannato in via definitiva nel 2002 per associazione mafiosa, ha chiesto al massmediologo Klaus Davi di rimuovere con effetto immediato i video che riguardano lui e la sua presunta appartenenza al feroce clan ‘ndranghetista dei Labate, conosciuti anche come ‘Attila’ o ‘Timanigiu’. Lo dichiara lo stesso Klaus Davi in una nota. A scrivere a Davi è stato il legale del Foti, l’avvocato Nicoletta Gattuso, la quale, a mezzo raccomandata a nome e per conto del Foti stesso (trovate in allegato la lettera), smentisce il presunto ruolo apicale del suo assistito all’interno del clan Labate e i suoi possibili interessi nell’attività dell’usura e chiede a Klaus Davi di ritirare il filmato che riguarda il proprio assistito nonché i post di lancio dello stesso, in quanto le notizie riportate, si legge nella missiva, sarebbero “assolutamente false e diffamatorie”. Il legale si domanda poi se il massmediologo sia “destinatario di gravissime fughe di notizie allo stato sconosciute a tutti”. Il massmediologo dichiara: “Non solo i famigliari di Mimmo Foti si sono barricati nel loro negozio quando ci siamo recati per far loro le domande, che tra l’altro volevano rappresentare un’opportunità di replica a quelle accuse verso di lui mosse dalla cittadinanza reggina, ma suo figlio mi ha verbalmente aggredito in diretta, dicendo a più riprese ‘ammazzati’. Intendiamoci, è un suo diritto non rispondere come è un nostro diritto porre domande sulle sue presunte attività nel quartiere del Gebbione che, come hanno dimostrato numerose indagini svolte dai Pm Antonio De Bernardo e Stefano Musolino, è ostaggio da anni di questa famiglia e delle sue pratiche estorsive; famiglia con cui il Foti intratteneva solidi rapporti di natura mafiosa”. Klaus Davi ha inoltre scritto, chiedendo un incontro, a Maria Elena Boschi: “È stata qui in Calabria per inaugurare un campo da calcio. Un’iniziativa che appoggio, ma ora c’è bisogno di una legge che impedisca le querele temerarie e punisca severamente le aggressioni ai cronisti”. Lo stesso Davi è stato brutalmente malmenato da due persone legate al clan Lo Bianco di Vibo Valentia, lo scorso luglio, mentre realizzava, insieme ad Alberto Micelotta, un’intervista a Rita Lo Bianco, madre del collaboratore di giustizia Andrea Mantella. Per tali violenze i due uomini sono stati rinviati a giudizio dalla Procura di Vibo. Di queste ore, inoltre, le pallottole all’indirizzo della giornalista Alessia Truzzolillo, alla quale va tutta la vicinanza del massmediologo che conclude: “Ho ricevuto la solidarietà di esponenti del CSM come Gianluigi Legnini, Luca Palamara e di molti altri, che ancora oggi ringrazio. Ma ora l’urgenza di studiare una legge contro le querele temerarie si fa inderogabile. Per questo ci batteremo finanche con azioni estreme affinché la politica si dia finalmente una mossa e si occupi della Calabria con un impegno reale e concreto”. Nessun passo indietro di Davi: “Reggio Calabria va liberata dai Labate e dal loro dominio mafioso”.

fonte:strettoweb

San Luca. Dopo baciamano al boss il vescovo rinvia le cresime

Antonio Maria Mira mercoledì 7 giugno 2017

La scelta del vescovo Oliva: inchinarsi ai clan rende schiavi., ci si inchina solo per cambiare vita. Nel paese del boss il 21 giugno digiuno e cresime rinviate

baciamano

«Inchinarsi al potere umano, e ancor più al potere mafioso, rende schiavi ed uccide la speranza. Torniamo al Signore con una fede autentica che non scende a compromessi col male».

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