La “mala pianta” della ‘ndrangheta: come difendersi e combatterla
Napoli: «Sono vestiti di perbenismo e titoli accademici e ormai infestano le istituzioni»
Stefania Parrone
ROCCELLA
Il tema della cultura nella lotta alle mafie come ingrediente fondamentale per far lievitare una nuova visione a favore della legalità, improntata sia sul ruolo della scuola nella formazione dei giovani, sia sullo spirito di cooperazione mirato alla valorizzazione e sviluppo del territorio anche ai fini occupazionali. Questo il filo conduttore di un partecipato forum sulla mafia destinato agli studenti delle scuole superiori, ospitato all’ex convento dei Minimi di Roccella, dal titolo “Tra storia e leggenda, la mala pianta che ha infestato il mondo. Quale cultura per sradicarla?”.

Quando il 24 maggio del 2005 a Siderno, in provincia di Reggio Calabria, la ‘ndrangheta gli uccise il figlio per una vendetta trasversale nei confronti del futuro suocero, Mario Congiusta ha cominciato a scontare il suo ‘ergastolo spirituale’. Perché se «quello che punisce chi uccide non esiste più», dice con gli occhi tristi e la voce rotta dalla commozione a Lettera43.it, «la vera ‘fine pena mai’ è il dolore che accompagna me, mia moglie e mia figlia e che ci seguirà sino alla morte», aggiunge Congiusta. Che spiega come in lui non ci sia odio, ma «indignazione e rabbia».





