La “mala pianta” della ‘ndrangheta: come difendersi e combatterla

La “mala pianta” della ‘ndrangheta: come difendersi e combatterla

La “mala pianta” della ‘ndrangheta: come difendersi e combatterla

Napoli: «Sono vestiti di perbenismo e titoli accademici e ormai infestano le istituzioni»

Stefania Parrone

ROCCELLA

Il tema della cultura nella lotta alle mafie come ingrediente fondamentale per far lievitare una nuova visione a favore della legalità, improntata sia sul ruolo della scuola nella formazione dei giovani, sia sullo spirito di cooperazione mirato alla valorizzazione e sviluppo del territorio anche ai fini occupazionali. Questo il filo conduttore di un partecipato forum sulla mafia destinato agli studenti delle scuole superiori, ospitato all’ex convento dei Minimi di Roccella, dal titolo “Tra storia e leggenda, la mala pianta che ha infestato il mondo. Quale cultura per sradicarla?”.

 

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I pentiti, quelli veri

I pentiti, quelli veri

fonte:

Giustizia riparativa

Il pianto dei pentiti

Al carcere di Opera i detenuti a confronto con le vittime.

di Antonietta Demurtas

Quando il 24 maggio del 2005 a Siderno, in provincia di Reggio Calabria, la ‘ndrangheta gli uccise il figlio per una vendetta trasversale nei confronti del futuro suocero, Mario Congiusta ha cominciato a scontare il suo ‘ergastolo spirituale’. Perché se «quello che punisce chi uccide non esiste più», dice con gli occhi tristi e la voce rotta dalla commozione a Lettera43.it, «la vera ‘fine pena mai’ è il dolore che accompagna me, mia moglie e mia figlia e che ci seguirà sino alla morte», aggiunge Congiusta. Che spiega come in lui non ci sia odio, ma «indignazione e rabbia».
Ed è proprio «per buttare addosso a qualcuno questa rabbia» che Mario, dal 6 novembre 2010, ogni sabato prende un treno e sale dalla Calabria sino alla Lombardia. Direzione: casa di reclusione di Opera. È qui, infatti, nella più grande prigione europea che conta circa 1.400 detenuti e la sezione più numerosa del cosiddetto ‘carcere duro’ dedicato al 41 bis, che Congiusta ha partecipato al progetto Sicomoro, la prima iniziativa di giustizia riparativa realizzata in Italia dall’associazione Prison Fellowship Italia.

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Con il progetto Sicomoro detenuti e familiari delle vittime uniti nel nome della «giustizia riparativa»

Con il progetto Sicomoro detenuti e familiari delle vittime uniti nel nome della «giustizia riparativa»

di Guido De Franceschi

Stamattina, nel cineteatro interno al carcere di Opera, alle porte di Milano, sono stati presentati i risultati del primo ciclo italiano del “Progetto Sicomoro”, avviato dall’organizzazione Prison Fellowship Italia, presieduta da Marcella Reni e coordinata in Lombardia da Carlo Paris. L’incontro, decisamente affollato nonostante la complessa trafila burocratica necessaria ai partecipanti per poter entrare nel penitenziario, è stato aperto dal padrone di casa, il direttore del carcere di Opera, Giacinto Siciliano, che per primo ha creduto nel Progetto Sicomoro.

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Con il progetto Sicomoro detenuti e familiari delle vittime uniti nel nome della «giustizia riparativa»

Con il progetto Sicomoro detenuti e familiari delle vittime uniti nel nome della «giustizia riparativa»

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di Guido De Franceschi

Stamattina, nel cineteatro interno al carcere di Opera, alle porte di Milano, sono stati presentati i risultati del primo ciclo italiano del “Progetto Sicomoro”, avviato dall’organizzazione Prison Fellowship Italia, presieduta da Marcella Reni e coordinata in Lombardia da Carlo Paris. L’incontro, decisamente affollato nonostante la complessa trafila burocratica necessaria ai partecipanti per poter entrare nel penitenziario, è stato aperto dal padrone di casa, il direttore del carcere di Opera, Giacinto Siciliano, che per primo ha creduto nel Progetto Sicomoro.

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Vittime e carnefici ora scoprono di potersi parlare

Vittime e carnefici ora scoprono di potersi parlare

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Incontri nel penitenziario milanese di Opera per lenire le ferite e favorire la riabilitazione

DA MILANO GIOVANNI SCIACCHITANO

Mario Congiusta

 

C’era Mario Congiusta, calabrese a cui la mafia ha ucciso il figlio Gianluca, giovane imprenditore, cinque anni fa e Nicoletta Inzitari, 23 anni, che ha perso il fratello perché il padre aveva denunciato un’estorsione.
Sono loro, alcune delle vittime che insieme a detenuti che hanno compiuto reati connessi alla criminalità organizzata hanno partecipato al Progetto Sicomoro.

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