Vittime e carnefici ora scoprono di potersi parlare

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Vittime e carnefici ora scoprono di potersi parlare

Incontri nel penitenziario milanese di Opera per lenire le ferite e favorire la riabilitazione

DA MILANO GIOVANNI SCIACCHITANO

Mario Congiusta

 

C’era Mario Congiusta, calabrese a cui la mafia ha ucciso il figlio Gianluca, giovane imprenditore, cinque anni fa e Nicoletta Inzitari, 23 anni, che ha perso il fratello perché il padre aveva denunciato un’estorsione.
Sono loro, alcune delle vittime che insieme a detenuti che hanno compiuto reati connessi alla criminalità organizzata hanno partecipato al Progetto Sicomoro.


Ieri all’auditorium del carcere di Opera sono stati presentati i risultati della prima sperimentazione di giustizia riparativa. Obiettivo far capire alla vittima e a chi ha commesso un crimine la storia e le motivazioni dell’uno e dell’altro. In modo che la prima possa lenire la propria sofferenza e il detenuto conseguire una riabilitazione morale e spirituale.

«Credevo di avere solo io quelle ferite profonde, ora che esco da questo progetto vedo le ferite sui volti dei figli dei detenuti – racconta Mario Congiusta, fra le lacrime -– vorrei che queste ferite le vedessero sempre un numero maggiore di persone».Dal novembre scorso per otto settimane sette detenuti, di cui sei condannati all’ergastolo hanno incontrato sei vittime o familiari di vittime che avevano subito crimini analoghi. Il progetto è stato realizzato su iniziativa di “Prison Fellowship Italia”, associazione di volontariato federata alla rete internazionale della “Prison Fellowhip International”, la più importante organizzazione cristiana a sostegno dei detenuti attiva in 117 Paesi, con 100mila volontari e 500 dipendenti.

Nicoletta Inzitari

«Ho iniziato il percorso un po’ titubante – ammette commossa Nicoletta –. Ma dopo il primo incontro qualcosa dentro di me è cambiato.
Ho visto nei vostri occhi il dolore e e vostre parole mi hanno fatto bene.
È giusto che anche voi abbiate una possibilità se siete pentiti».

Poi ci sono loro, i detenuti, gli ultimi, alcuni si sono macchiati di omicidi.
Hanno gli occhi lucidi, parlano e si asciugano le lacrime.

Francesco, che spiega che la pena deve essere certa, giusta, ma che serva a cambiare.

Rosario che si sente finalmente un uomo e che guarda ai suoi passati comportamenti come ignobili e vili.

Roberto che mai avrebbe immaginato di ricevere sostegno da persone che hanno subito lacerazioni interne così gravi.

Salvatore che ha parlato della più bella lezione che gli sia mai stata impartita.

Rocco che ha trovato il modo per esternare quello che aveva dentro di sè.

Alessandro che pensava di essere d’aiuto alle vittime e invece è stato da loro sostenuto e

Giuseppe, esperto informatico che in tre mesi ha realizzato il sito “Sicomoro” e che ha potuto grazie al dialogo con le vittime esprimere emozioni e sentimenti.

Ma il lavoro non finisce qui. Mario Congiusta ha annunciato che si intende dare vita al progetto “Sicomoro-Angel”, uno strumento educativo per far capire ai giovani che la criminalità organizzata è un grande inganno.

Don Giovanni D’Ercole

Nel carcere di Opera saranno coinvolti altri detenuti che non sono rientrati nella prima sperimentazione. Poi partiranno altri progetti nel carcere di Rieti, di Poggioreale a Napoli e nel carcere dell’Ucciardone a Palermo.
Alla giornata ha preso parte anche Giovanni D’Ercole, vescovo ausiliare di L’Aquila e consigliere Spirituale
nazionale di Prison Fellowship Italia, Marcella Reni, presidente di Prison Fellowship Italia e Salvatore Martinez, presidente della Fondazione Istituto di promozione umana “Monsignor Francesco Di Vincenzo” e presidente nazionale di Rinnovamento nello Spirito Santo, che ha promosso la nascita di Prison Fellowship in Italia.

Salvatore Martinez

IL DIBATTITO
«EMERGENZA CULTURALE E SOCIALE»

Marcella Reni

«La giustizia produce pace. Lo dice Isaia nella Bibbia e noi dobbiamo fare in modo che non sia iniqua». Così Marcella Reni, presidente di Fellowship Italia ha aperto venerdì il primo convegno dell’associazione su un’iniziativa che vuole dare un aiuto alle vittime.

Per Giovanna Di Rosa, per dieci anni magistrato di sorveglianza e oggi membro del Csm la giustizia riparativa è un’emergenza culturale e sociale.

Se si considerano le misure alternative, come spiega Luigi Pagano, direttore del Provveditorato per la Regione Lombardia dell’amministrazione penitenziaria, emerge che non sono applicate come dovrebbero.

Giacinto Siciliano, direttore della Casa di reclusione di Opera ha parlato del progetto Sicomoro come di «un processo di umanizzazione». Infine, il vescovo Giovanni D’Ercole ha parlato della sua esperienza sacerdotale che è iniziata nel carcere minorile di Roma. Così la domanda «perché io e non loro?». E la risposta: «Perché nella mia vita (ho perso la mamma a dieci anni) ho trovato qualcuno che si è preso cura di me. Ho incontrato chi mi ha amato. Questo è il fondamento del recupero e il recupero si fonda sulla stima dell’altro». (G.Sci.)

Carlo Paris
(Presidente Prison Lombardia)

fonte: Avvenire

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