Il racconto di Filippo Todaro

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Il racconto di Filippo Todaro



Felice anno nuovo!

“Svuotato… – mi risponde – mi sento svuotato…”.

Il suo ovale scarno e sofferente sembra allungarsi ancor di più, i solchi delle rughe, verticali lungo le guance, appaiono più profondi.
Mi punta gli occhi scuri addosso, arriccia il naso e accenna ad un sorriso amaro. Una smorfia triste.
Qualche anno fa gli hanno ucciso il figlio, in un agguato mentre tornava a casa in una tiepida sera di maggio. Qualche giorno fa l’assassino è stato condannato all’ergastolo.
Allungo la mano e gli stringo l’avambraccio. Ne sento la magrezza attraverso il tessuto soffice del cappotto blu.
Mi pento per un attimo per avergli fatto quella domanda cretina. “Come va?”, gli avevo chiesto (come vuoi che vada…, mi dico vergognandomi, mettiti al suo posto e pensa a come potrebbe andare…), ma lui, cortese, si ferma e mi risponde: “Svuotato…, mi sento svuotato.
Come se non avessi più alcuna spinta…”.
Sento di volergli bene. Su due piedi non saprei neanche io perché. Lo abbraccerei ma mi trattengo. “Di tutto ha bisogno in questo momento – rifletto con me – meno che delle tue effusioni di affetto, sia pure sincere e sentite”.
Lo conosco da tanto tempo. Serio e burbero dietro il bancone del suo negozio, quando vendeva materiale elettrico, allegro e ironico, anche irritante talvolta, quando partecipava in sezione alle riunioni del partito cui eravamo
iscritti ambedue.
Non si perdeva un solo congresso, una sola manifestazione politica. Lo faceva non tanto per il fatto in se stesso o per essere in prima fila, testimone del momento in cui maturavano idee e convincimenti nuovi (mi sa che, ad essere sinceri, non gliene fregava proprio niente), quanto piuttosto per stare in compagnia e condividere quelle atmosfere particolari, un misto tra goliardia ed euforia partecipativa, che solo certe assemblee politiche sapevano dare una volta.
Suo figlio era compagno di scuola di mio figlio. Si può dire che l’avevo visto crescere. Gli avevamo telefonato insieme una volta, mio figlio ed io, quando era gravemente ammalato di leucemia e si curava a Bologna.
Avevamo parlato con la madre. Coraggiosa e fiduciosa, ci aveva ringraziati per esserci
ricordati di loro in un momento così difficile e ci aveva incaricato di salutate la classe.

Guarì e ritornò a scuola. Sembrò un miracolo!
Chi avrebbe ancora immaginato situazioni così crudeli, dolori laceranti, tristezze infinite, vuoti incolmabili, … la morte per mano assassina…
“E tu – mi dice – come stai?”
“Bene” – gli rispondo e l’abbraccio per un attimo.
Ci stringiamo la mano con vigore. E ci sorridiamo.
“Felice anno nuovo!” – ci diciamo all’unisono incrociando le voci.