Con il progetto Sicomoro detenuti e familiari delle vittime uniti nel nome della «giustizia riparativa»

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Con il progetto Sicomoro detenuti e familiari delle vittime uniti nel nome della «giustizia riparativa»

di Guido De Franceschi

Stamattina, nel cineteatro interno al carcere di Opera, alle porte di Milano, sono stati presentati i risultati del primo ciclo italiano del “Progetto Sicomoro”, avviato dall’organizzazione Prison Fellowship Italia, presieduta da Marcella Reni e coordinata in Lombardia da Carlo Paris. L’incontro, decisamente affollato nonostante la complessa trafila burocratica necessaria ai partecipanti per poter entrare nel penitenziario, è stato aperto dal padrone di casa, il direttore del carcere di Opera, Giacinto Siciliano, che per primo ha creduto nel Progetto Sicomoro.

 

Questa iniziativa, che si ispira al concetto di “giustizia riparativa” e promuove l’incontro tra alcuni detenuti autori di reati e altrettanti familiari di vittime di reati analoghi compiuti da altri, deve il suo nome all’episodio evangelico di Zaccheo. Il riferimento cristiano non è casuale, visto che l’importazione in Italia dell’organizzazione internazionale Prison Fellowship, presente in più di cento paesi e forte di circa centomila volontari in tutto il mondo, è connessa all’attività del movimento ecclesiale Rinnovamento nello Spirito Santo, presente alla conferenza stampa di stamattina attraverso il suo presidente Salvatore Martinez. Ciò non impedisce che partecipino al progetto persone con differenti posizioni religiose: uno dei detenuti ha affermato la sua fede buddista, un altro la sua vicinanza agli Hare Krishna.

La conferenza in cui si è tentato un consuntivo della prima realizzazione del Progetto Sicomoro – iniziato l’anno scorso nel carcere di Opera, grazie all’interesse del suo direttore, e in procinto di essere replicato nel penitenziario napoletano di Poggioreale, poi nel carcere di Rieti e in seguito all’Ucciardone di Palermo – si è incardinato sulla testimonianza di alcuni dei sei familiari di vittime di omicidio che hanno accolto la proposta di Prison Fellowship Italia e di tutti i sette detenuti (sei dei quali condannati all’ergastolo) che nei mesi scorsi hanno partecipato all’iniziativa.

Come familiari di vittime sono intervenuti i calabresi Mario Congiusta, il cui figlio è stato ucciso cinque anni fa dalla ‘ndrangheta, e Nicoletta Inzitari, ragazza poco più che ventenne che nel 2009 ha perso il fratello di diciotto anni, ammazzato perché il padre aveva denunciato un’estorsione subita.

Il Progetto Sicomoro avviato a Opera si è sviluppato in un ciclo di incontri vis-à-vis tra chi si confronta con il dolore connesso alla perdita violenta di un padre, di un figlio o di un fratello, e chi invece, in un percorso di ravvedimento in carcere, si confronta con il dolore inferto ai parenti delle proprie vittime. “Questo è lo spirito – si legge nella presentazione del Progetto Sicomoro – Gruppi di persone che dialogano e si confrontano all’interno del carcere per capire la vita, le azioni, e le motivazioni degli uni e degli altri”.

Al di là delle intenzioni, tali faccia a faccia collettivi – che, va precisato, non comportano alcun premio o sconto futuro ai carcerati che vi aderiscono e che sono autorizzati dalle autorità del carcere a partecipare – sono stati piuttosto ruvidi, specie nelle loro battute iniziali. Si tratta di un percorso a ostacoli. È un’utopia che noi (cioè i detenuti autori di reati e i parenti di vittime di reati della stessa natura, ndr) possiamo fare insieme per mano questo percorso.

Ma possiamo farlo su strade parallele e magari, al traguardo, stringerci la mano”, ha detto Mario Congiusta. Ma, secondo quanto hanno raccontato i protagonisti di questo primo esperimento del Progetto Sicomoro, questi ostacoli si sono abbassati, mano a mano che si sono moltiplicati gli incontri tra detenuti e vittime, incontri a cui si è intrecciata anche una reciproca corrispondenza epistolare, di cui sono stati letti alcuni esempi.

Sia gli interventi dei sette detenuti, condannati quasi tutti per reati connessi alla criminalità organizzata, sia quelli dei familiari delle vittime, che si sono prestati a ripercorrere, con i carcerati prima e in pubblico oggi, il proprio dolore privato, sono stati ad altissimo tasso emotivo. Voci rotte e occhi lucidi (“Sono emotivamente provato da quello che ho sentito. Oggi sembrava di stare in una valle di lacrime!”, ha cercato di stemperare, alla fine della conferenza, il direttore Siciliano). I sette detenuti, dopo molti anni passati negli spazi angusti del mondo penitenziario e per nulla avvezzi a rivolgersi a una vasta platea, in cui tra l’altro sedevano anche molti loro parenti, hanno parlato dal palco circondati dalle loro controparti, i familiari delle vittime.

E il frutto della serie di incontri che li ha fatti reciprocamente conoscere, era reso evidente dal continuo toccarsi di mani fra gli appartenenti ai due diversi gruppi: pacche sulla spalla quando la commozione tracimava e costringeva l’oratore di turno a interrompersi un attimo, abbracci al momento di rompere le fila e di allontanarsi, chi verso casa, chi invece verso la cella.

In questi mesi, e in attesa di ripetere l’esperimento altrove, sembra che sia davvero franato qualche muro di sordo rancore e di impossibilità di confronto. È ben difficile parlare di possibile “riparazione” in caso di omicidio, come hanno ricordato i familiari di chi è stato ucciso. Ma accanto ai tradizionali, e spesso disattesi, concetti di “giustizia retributiva” e di “giustizia rieducativa”, grazie alla buona riuscita del primo ciclo del Progetto Sicomoro ha fatto un passetto in avanti quello di “giustizia riparativa” che, come spiegano i promotori, coinvolge “attivamente vittima, reo e comunità nella ricerca di soluzioni al conflitto generato da comportamenti e azioni”. L’obiettivo è contribuire a “sanare le ferite e spezzare le catene che legano sia i prigionieri sia le vittime”. “E a me piacerebbe che queste cose arrivassero anche fuori dal carcere”, ha concluso il direttore di Opera, Siciliano.