Sotto indagine per ‘ndrangheta: sostituito il rettore del santuario di Polsi Don Pino Strangio

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Don Pino Strangio guidava il luogo simbolo dell’Aspromonte attorno al quale avvenivano i summit delle cosche. Ora è accusato di associazione mafiosa e violazione della legge Anselmi. Il vescovo di Locri scrive al successore: “Vangelo rifiuta il compromesso con l’arroganza criminale”

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di ALESSIA CANDITO
REGGIO CALABRIA – Cambio al vertice al santuario di Polsi, luogo simbolo per gli uomini della ‘ndrangheta, attorno al quale, ogni settembre nei giorni della festa della Madonna, si danno appuntamento i rappresentanti dell’ala militare delle cosche più potenti.

Per oltre vent’anni, rettore della chiesa è stato don Pino Strangio, ora indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e violazione della legge Anselmi. Ma da oggi, con un provvedimento del vescovo di Locri Francesco Oliva, il sacerdote, dopo aver ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini avviate a suo carico dalla Dda, è stato ufficialmente dispensato dall’incarico.

Per i magistrati di Reggio Calabria, don Strangio è uno degli elementi più importanti dell’associazione segreta, costituita da Paolo Romeo – ex deputato Psdi, considerato al vertice della cupola segreta della ‘ndrangheta – per condizionare la vita politica, economica e democratica di Reggio Calabria e non solo, favorendo l’ascesa e gli affari dell’élite della ‘ndrangheta.

Intercettato per lungo tempo dagli investigatori, il sacerdote è stato sorpreso a chiacchierare di candidature da costruire, finanziamenti pubblici da drenare, misteriose riunioni da organizzare, ma soprattutto da quelle che in ambienti di procura definiscono “trappole”. Insieme all’avvocato Antonio Marra, braccio destro di Paolo Romeo, nel 2008 avrebbe infatti tentato di disinnescare la pressione dello Stato su Polsi offrendo in cambio due latitanti di seconda fascia. Una manovra già all’epoca fatta saltare da carabinieri e Dda, ma per la quale oggi i magistrati presentano il conto. Don Pino Strangio deve rispondere per aver tentato di addomesticare l’azione di contrasto alla ‘ndrangheta, rendendola funzionale alle necessità di aggiustamenti gerarchici tutti interni ai clan. E che qualche arresto avrebbe potuto agevolare.

Accuse pesanti per un prete, in una regione in cui, dopo la scomunica per tutti i mafiosi lanciata da papa Francesco sulla Piana di Sibari, la Chiesa locale si è lentamente adeguata alla linea dura del Vaticano. Forse anche per questo oggi, monsignor Oliva, nel congedare don Strangio, non ha lasciato margine a fraintendimenti sulla guida del santuario. Con una lettera, il vescovo ha esortato don Tonino Saraco, il successore del controverso canonico, a “conoscere, amare e servire” Polsi, che ha definito “cuore dell’Aspromonte e della Calabria, grembo di una Madre che nel corso dei secoli ha accolto e rigenerato tanti suoi figli, ma che ha anche sofferto per le profanazioni subite a causa di fatti e misfatti, di complicità e sangue versato da gente senza scrupoli, in nome spesso di una religiosità deviata e non vera”.

Parole durissime, ma in linea con quella parte di Chiesa calabrese che con la ‘ndrangheta non vuole alcun compromesso e di cui monsignor Oliva è uno dei più noti esponenti. Non più tardi di qualche mese fa, il vescovo ha infatti rispedito al mittente due offerte da cinquemila euro ciascuna, che un imprenditore in odore di ‘ndrangheta aveva versato per la ricostruzione del tetto della chiesa matrice di Bovalino. Motivo? “Non c’è nulla di bello che si possa costruire con i soldi macchiati dal sangue della gente” ha detto a chiunque gli abbia chiesto il motivo di tale decisione.

E con la medesima determinazione, oggi scrive al successore di don Pino Strangio. E lo mette in guardia. “Polsi come grembo di madre è chiamata a generare alla vita cristiana ed a convertire i peccatori al Vangelo. Un Vangelo che rifiuta il compromesso col potere del denaro e delle armi, della violenza e dell’arroganza mafiosa”. Per il presule, “essere luogo

di spiritualità e di fede: è questa la sfida su cui si gioca il futuro del nostro Santuario”. E al successore di don Pino da un ordine: “dovrai esserne fedele e coraggioso interprete”. Anche nel santuario dei clan, la stagione dei compromessi sembra essere finita.
fonte R.it