Quelle false promesse di Alfano alla Calabria

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Il ministro assicura: “Metteremo in ginocchio la ‘ndrangheta”. Ma solo a parole

alfa

“Metteremo in ginocchio la ‘ndrangheta come abbiamo fatto con la mafia…”, ultima promessa solenne di Angelino Alfano al popolo calabrese.

Era a Reggio Calabria, qualche giorno fa, in occasione di un vertice straordinario in prefettura sulla sicurezza, dopo alcuni gravi atti intimidatori ai danni di imprenditori onesti.

Mente, sapendo di mentire il ministro. Tenta, inutilmente, di illudere i cittadini già illusi e delusi dall’unità d’Italia in poi? Fatto sta che i calabresi non credono più alle favole. O, forse, non ci hanno creduto mai! La pressione della ‘ndrangheta è forte. Si sente, si percepisce persino nell’aria, anche quella, spartita a dovere dai potenti clan che non risparmiano nessuno, mentre dominano indisturbati le principali città italiane. Dalle Alpi agli Appennini. Importano ed esportano, da e per l’Italia, ingenti quantitativi di droga e armi; si aggiudicano appalti milionari; fanno affari con politici, sempre più collusi quanto alcuni uomini dello Stato, coinvolti di recente in alcune operazioni internazionali. Felici, gli ‘ndranghetisti, quasi sicuramente, per l’attenzione dimostratagli dal ministro degli Interni, secondo il quale “i gesti intimidatori sono la risposta reattiva alla pressione dello Stato”.

Ma di quali pressioni parla? Fatta eccezione per alcune azioni incisive portate avanti con coraggio e determinazione da parte di grandi uomini dello Stato e della società civile, il resto è copertura massonica, politica e mafiosa. Ed è su quello che bisognerebbe intervenire con i carri armati. Senza paura, senza accordi, senza strette di mano di cui il popolo porterebbe le piaghe. A cosa sia servita la sua visita ancora non è dato capire. Un fatto è certo: dal giorno dopo, le ombre hanno coperto la luce. Attentati, intimidazioni, omicidi.

Nessuno intimorisce la ‘ndrangheta, una delle organizzazioni criminali più potenti. Figuriamoci Alfano, attaccato persino dai sindacati di polizia che denunciano la carenza di uomini e mezzi per combattere il crimine organizzato. Ne vogliamo di più? Lo stato di paura in cui, per l’ennesima volta, versano i calabresi è indicibile. Forse incommensurabile. Ma certa politica, probabilmente, pensa che i calabresi ci sono abituati, al terrore, e che, addirittura, non possono farne a meno.

La risposta è la fuga di migliaia di giovani calabresi che scappano per trovare conforto nelle università del resto d’Italia. È proprio su di loro che bisognerà puntare, regalandogli una Terra sicura per la rinascita. Morale e sociale.

fonte: ilgiornale.it