Omicidio Ceravolo, il dossier della famiglia per riaprire il caso

Print Friendly

L’avvocato dei genitori di Filippo, vittima innocente della faida tra i clan delle Preserre vibonesi, è al lavoro con alcuni consulenti tecnici per approfondire gli elementi emersi dalla prima inchiesta della Dda, che fu poi archiviata. Il 25 ottobre ricorre il quinto anniversario dell’assassinio del 19enne

ceravolo

SORIANO CALABRO Oggi come cinque anni fa, il cielo sopra Soriano, Sorianello e Gerocarne, piccoli centri dell’entroterra vibonese, rimane coperto da una cappa di paura e violenza che il trascorrere degli anni non ha affatto diradato.

E oggi come cinque anni fa, le strade dei paesi delle Preserre sono macchiate dal sangue di giovani caduti in una guerra di ‘ndrangheta che non sembra conoscere fine. Una faida in cui ad alternarsi nel ruolo di vittime e carnefici sono per lo più ragazzi che non hanno ancora compiuto 30 anni, che spesso abitano a pochi metri l’uno dall’altro e che vivono tra terrore e rancore, tra angoscia e voglia di vendetta. Diversi elementi di spessore dei due clan in guerra da anni, i Loielo e gli Emanuele, sono finiti in carcere o morti ammazzati, ma a rimanere a terra nello scontro per il controllo del territorio non sono solo boss e gregari delle ‘ndrine locali.
Oggi come cinque anni fa, infatti, il piombo delle lupare tocca anche chi con quei clan non c’entra niente, come bambini, disabili e donne incinte. O come Filippo Ceravolo, ucciso a 19 anni dai pallettoni della ‘ndrangheta solo perché aveva chiesto un passaggio alla persona sbagliata. Per lui è stato fatale, la sera del 25 ottobre 2012, il tratto di strada tra Pizzoni e Soriano percorso a bordo dell’auto del 29enne Domenico Tassone, che secondo gli inquirenti sarebbe stato il vero bersaglio dei sicari del clan Loielo appostati sul ciglio della strada. E oggi come cinque anni fa i suoi assassini sono a piede libero, e probabilmente continuano ad alimentare il vortice di follia che ha portato, solo negli ultimi mesi, a due tentati omicidi nei confronti di un 27enne (Alex Nesci), all’omicidio del 46enne Salvatore Inzillo e all’attentato contro il 28enne Nicola Ciconte, a cui hanno piazzato una bomba sotto l’auto e che è ancora ricoverato all’ospedale di Catanzaro a causa di una grave ferita alla gamba.
Oggi come cinque anni fa, però, c’è un padre, Martino Ceravolo, che non si rassegna alla legge della violenza e che affronta il dolore lottando quotidianamente per avere giustizia. L’inchiesta che la Dda di Catanzaro aveva aperto sull’omicidio di Filippo, poi dichiarato ufficialmente vittima di mafia, è stata archiviata nel maggio del 2016. I sospetti dei carabinieri della stazione di Soriano e della compagnia di Serra San Bruno, coordinati dai pm Simona Rossi prima e Camillo Falvo poi, si erano concentrati su due sospettati, ma evidentemente non sono stati raccolti sufficienti elementi di prova per proseguire le indagini e arrivare alle misure cautelari nei loro confronti. È probabile che la Dda stia tuttora lavorando sul caso continuando a mantenere lo stretto riserbo, ma intanto, dopo essersi incatenato davanti alla sede della Procura antimafia catanzarese e dopo aver incontrato il ministro della Giustizia Andrea Orlando a Vibo, Martino Ceravolo ha dato mandato ai suoi legali (Giuseppe Orecchio e Giovanna Fronte, che hanno ereditato il caso dalla compianta collega Maria Rosaria Turcaloro) di approfondire gli elementi emersi dalla prima indagine per non lasciare nulla di intentato sull’omicidio di Filippo. Ciò ha portato, in particolare, l’avvocato Orecchio ad avvalersi della consulenza di alcuni periti di parte che di recente hanno ripreso in mano quanto venuto fuori dal fascicolo della Dda. Il lavoro dei consulenti tecnici della famiglia Ceravolo è per il momento top secret, ma è probabile che presto, se gli elementi raccolti si riveleranno, come sembra, sufficientemente concreti, verranno consegnati alla Procura per tentare di riaprire il caso. Un omicidio che ha sconvolto un’intera comunità e che a distanza di cinque anni continua ad alimentare la sete di giustizia di un padre e di una madre a cui qualcuno, in una sera di ottobre, ha strappato via un figlio innocente che si era appena affacciato alla vita.

Sergio Pelaia
s.pelaia@corrierecal.it
Fonte: Corriere della Calabria