«Ecco come cresce un figlio della ‘ndrangheta»

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I verbali del collaboratore di giustizia Domenico Agresta, «Micu Mc Donald», il più giovane «pentito» della storia della ‘ndrangheta. Vissuto a Volpiano, Buccinasco e Platì, ha raccontato come si comportano e che cosa si apettano dai figli le famiglie mafiose
di Monica Coviello

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Fino a due anni fa, non gli sarebbe mai venuto in mente di collaborare.

Ma, in carcere, si è reso conto che quelli «della ‘ndrangheta non sono valori profondi e positivi. I valori e la vita in cui erano inserito erano tutti sbagliati». Domenico Agresta, «Micu Mc Donald», come lo chiamano fin da quando era bambino per la sua corporatura, ha 28 anni, ed è il più giovane «pentito» della storia della ‘ndrangheta.

Negli uffici della Procura di Torino, al capo della Direzione distrettuale antimafia Anna Maria Loreto, ha spiegato che cosa significhi crescere in una famiglia mafiosa al nord: ha vissuto a Platì (Reggio Calabria), a Volpiano (Torino) e a Buccinasco. La sua famiglia è una delle più potenti della mafia d’Aspromonte trapiantata al Nord, con i Marando, i Trimboli, i Molluso, i Papalia, i Perre e i Barbaro. Corriere.it ha riportato il suo racconto, attraverso i verbali.

«Prima pensavo che l’arresto di una persona fosse togliergli la libertà, in realtà non è così. Mentre facevo questo percorso, in carcere continuavo a ricevere le “doti” di ‘ndrangheta. Questa condizione ha iniziato a pesarmi, la vivevo come una maschera. Non sono una persona omertosa in grado di rispettare le regole della ‘ndrangheta. Ho senso di colpa per la morte di Trapasso».

Agresta è detenuto dal 2008: era stato accusato di aver ucciso, in Piemonte, il piastrellista Giuseppe Trapasso, 23 anni. È stato condannato a 30 anni in via definitiva. Poi un’altra condanna, per l’inchiesta Minotauro del 2011 sulla ‘ndrangheta in Piemonte.

«Alcune persone – ha detto – sono state affiliate alla ‘ndrangheta per le loro capacità. A me è successo da ragazzino, non per le mie capacità a delinquere, ma per la mia provenienza familiare». Suo padre, Saverio, oggi vive in libertà a Casorate Primo, provincia di Pavia: era considerato il caposocietà del locale di Volpiano. Il nonno Domenico era il capo della ‘ndrangheta di tutto il Piemonte.

«Io sono stato “fatto uomo” (battezzato nella ‘ndrangheta) nell’aprile 2008. Devo dire però che anche prima e in tutta la mia vita ho “respirato” una serie di insegnamenti e valori che erano quelli tipici della ‘ndrangheta”. Intendo dire che a chi non è “uomo”, ovvero non è stato affiliato, non è possibile fare discorsi di ‘ndrangheta, però io avevo capito avendo vissuto fin da bambino in quell’ambiente che sia mio padre sia i miei parenti erano ‘ndranghetisti».

E, in casa, si parlava di narcotraffico, sequestri di persona, omicidi, doti mafiose. «Al carcere di Torino ho ricevuto una serie di doti, prima quella del camorrista, poi lo sgarro, poi la santa, il vangelo e infine le doti di trequartino, quartino e padrino, tutte insieme. Le doti mi furono riconosciute perché avevo commesso un omicidio e non avevo parlato, ma anche per l’importanza che aveva mio padre».

Nei suoi primi anni di vita, Agresta ha vissuto a Volpiano, poi la famiglia si è trasferita a Buccinasco, quando lui aveva quattro o cinque anni. «Negli anni in cui mio padre è stato detenuto abbiamo vissuto facendo su e giù tra il Piemonte e Corsico, Buccinasco e Cesano Boscone. In provincia di Milano abbiamo vissuto in case che ci aveva messo a disposizione mio zio Pasqualino, prima di essere ucciso».

Agresta sa che, dopo il suo racconto, anche la madre «non mi vorrà più come figlio. Lei è attaccata ai suoi fratelli, è stereotipata dalle regole della ‘ndrangheta. Se si trasgrediscono le regole della ‘ndrangheta non c’è affetto che conti. Questo vale anche per mia madre. Sono consapevole che questo percorso lo farò da solo».

Se non si vuole finire fuori, bisogna attenersi alle regole. Come fanno le sue sorelle. «È come se fossero in carcere. Ricordo che mia sorella aveva iniziato a frequentare una scuola di moda e poi mio padre l’ha fatta smettere perché non voleva che indossasse abiti di un certo tipo». E non hanno potuto decidere della loro vita: «Hanno scelto i loro pretendenti solo per l’aspetto fisico, tra quelli che mio padre gli aveva indicato come possibili mariti».

fonte: Vanity Fair