Ospedali Riuniti di Reggio Calabria, commissione «amica»

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ANTONIO MARIA MIRA

Può indagare sui fatti di malasanità negli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria chi ha avuto stretti rapporti con gli arrestati o chi non è estraneo ai fatti, che per ora non indagato, ma potrebbe esserlo presto? Insomma persone non ‘terze’ rispetto alla gravissima vicenda del reparto di ginecologia e ostetricia.

È quanto si commenta nella Procura reggina dopo aver letto i nomi dei tre membri della commissione di indagine interna, nominati pochi giorni fa dal direttore generale dell’Azienda ospedaliera di Reggio Calabria, Frank Benedetto. Medici, responsabili di importanti settori, che dovrebbero indagare su quanto avvenuto. Nomi, però, scelti in modo come minimo poco oculato o poco informato.

Il nome sicuramente più imbarazzante è quello del dottor Demetrio Marino, clinical risk manager degli Ospedali riuniti, che addirittura compare, pur se finora non indagato, nelle carte dell’inchiesta. Soprattutto alla luce degli interrogatori dei colleghi coinvolti, sarebbe emerso il suo contributo alla stesura di una delle cartelle cliniche incriminate, quelle cioè falsificate per coprire gravissimi casi di malasanità.

Alcune delle persone sentite dal gip e dai pm di Reggio Calabria, avrebbero infatti riconosciuto la sua firma in calce degli indagati. Per gli altri due componenti della commissione l’inopportunità riguarda i rapporti molto stretti con uno dei principali indagati. Il dottor Giuseppe Doldo, primario di anestesia e rianimazione e da poco alla guida della Direzione sanitaria, e il dottor Francesco Battaglia, nuovo primario del reparto di ginecologia e ostetricia, sono stati nominati da Ermete Tripodi, quando questi era direttore generale ‘facente funzione’ dell’Azienda sanitaria provinciale.

Ex consigliere provinciale di Forza Italia, Ermete Tripodi è cugino di Alessandro Tripodi, ex primario del reparto di ginecologia e ostetricia finito agli arresti domiciliari proprio nell’inchiesta sull’ospedale degli orrori. Personaggio chiave della vicenda, diversamente da altri indagati, nel corso dell’interrogatorio non si è avvalso della facoltà di non rispondere ma ha parlato per molte ore coi magistrati.

«Dichiarazioni assurde come strategia difensiva, ma eccezionali per noi», commenta un inquirente. Da questi interrogatori, e non solo quello di Tripodi, sono emerse conferme molto utili all’accusa, e i magistrati sono ormai sempre più certi che la vicenda sia molto più ampia anche se mancano le certezze che per i primi casi erano state fornite dalle intercettazioni. Anche per questo, e anche alla luce di nuovi casi denunciati da alcune famiglie, gli inquirenti hanno chiesto altri approfondimenti ai propri consulenti. L’inchiesta sta comunque reggendo e dopo gli interrogatori il gip ha confermato tutti i provvedimenti cautelari, sia i quattro arresti domiciliari che le sette sospensioni dall’esercizio della professione medica. Ed è sempre più evidente la presenza negli Ospedali Riuniti di «sacche di clientelismo a vantaggio di chi se ne nutre e a danno dei pazienti».

Negli interrogatori, di fronte alle giustificazioni, al tentativo di sminuire la gravità dei fatti, pur di fronte all’ammissione della loro esistenza, sono rimaste senza risposta alcune domande chiave. Come: «ma allora perché non lo avete scritto nella cartella clinica? Perché non avete scritto di aver inserito uno stent ureterale?». È il caso di una donna alla quale sono stati provocati danni permanenti gravissimi anche per quell’intervento che poi nella cartella clinica è scomparso, cancellato. A maggior ragione e proprio alla luce di questo, appare grave la scelta dei nomi per la commissione di indagine interna. «Sembra un’enorme presa in giro – è l’amaro commento negli ambienti della Procura queste commissioni si fanno seriamente oppure è meglio lasciarle perdere».
fonte: Avvenire