Omicidio Congiusta/Il pentito in aula “Forse l’ha ucciso mio fratello”

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Clamorosa dichiarazione di Giuseppe Costa, che ora non esclude la responsabilità dell’imputato Tommaso.

” la ‘ndrangheta è prodezza, saggezza e coraggio ed io ho iniziato a collaborare per proteggere la mia famiglia”

giuseppe e tommaso costa (2) - Copia

Giuseppe e Tommaso Costa

di Simona Musco

«Potrebbe anche essere stato mio fratello Tommaso ad uccidere Gianluca Congiusta».

Giuseppe Costa, il pentito di Siderno, per un secondo ieri ha zittito tutti. Non ha parlato, come al solito, da località segreta: si trovava in aula a Reggio Calabria, di fronte ad un altro pentito, Vincenzo Curato. E in video collegamento ce n’era un terzo, Michele Armigero, collaboratore pugliese che aveva sposato una figlia della moglie di Costa. I tre hanno condiviso un periodo di detenzione a Prato. Lo scopo era capire chi dicesse la verità e arrivare a stabilire se Tommaso Costa, unico imputato di quel processo, ha davvero ucciso l’imprenditore di Siderno. Secondo l’accusa, rappresentata dal sostituto procuratore generale Domenico Galletta e dal pm Antonio De Bernardo, il boss avrebbe deciso di uccidere il giovane perché era venuto a conoscenza di una lettera estorsiva fatta recapitare ad Antonio Scarfò, all’epoca suocero di Congiusta, proprio da Costa, che a breve sarebbe uscito dal carcere, e quindi avrebbe dovuto “riacquisire” credibilità mafiosa a Siderno e dintorni, senza che però i rivali della cosca Commisso venissero a conoscenza dei suoi progetti criminali. Di questa lettera però a Siderno ne parlavano tutti ed è per questo che, secondo l’accusa, il boss avrebbe deciso di mettere a tacere l’unico testimone che avrebbe potuto inguaiarlo, ovvero Congiusta. Giuseppe Costa, per molto tempo, ha negato il coinvolgimento del fratello. Ma Curato aveva riferito di aver ricevuto da lui una confidenza ben precisa: Giuseppe Costa avrebbe «mentito in un processo davanti alla corte d’assise per proteggere il fratello, che era coinvolto»; e si è pentito «per togliersi dei sassolini dalla scarpa». Curato ha ripetuto più volte questo episodio, definendosi «sicuro al 100%». Costa, anche ieri, ha negato di aver mai detto quelle cose a Curato, addebitando quella confidenza ad Armigero, che «poteva essere risentito perché non lo avevo aiutato a sistemare il suo rapporto con l’ex moglie». Una circostanza che il pentito pugliese ha però smentito: «i rapporti erano buoni, anzi mi ha anche aiutato con la mia ex moglie facendomi rivedere i miei figli». Tutti contro Costa, dunque, che ha tentato di accusare Curato di dire bugie. «Come faccio a sapere queste cose su di te, ma stiamo scherzando? – ha replicato il pentito cosentino – Me le hai dette tu queste cose, a me non ne viene niente da queste dichiarazioni». Costa, rispetto al solito, è però andato oltre, aggiungendo un tassello alla storia di Gianluca. È partito dalle intercettazioni in carcere che vedevano protagonista il fratello Tommaso, che, parlando con i figli e il nipote e sapendo di essere registrato, come ha dichiarato in apertura di udienza, ha messo in dubbio la credibilità del pentito. «Ha detto di non conoscermi – ha riferito Costa -. Come può dirlo? In carcere a Catanzaro siamo stati insieme, ci hanno arrestati insieme. Se mi dice questo, che io non sono mai stato nella ‘ndrangheta, allora posso dire che l’omicidio Congiusta l’ha fatto lui», ha affermato. Una convinzione supportata da quelle lettere speditegli in carcere dal fratello nel 2005, che testimoniavano l’imminente riapertura della faida con i Commisso: i patti, dopo la pace tra le due fazioni, non erano stati rispettati, ai Costa non era stata data la parte pattuita. Così Tommaso preparava il suo ritorno a Siderno, un ritorno che prevedeva anche l’attività estorsiva. E il boss, quando Gianluca è stato ucciso, era uscito dal carcere grazie all’indulto. «Non ho informazioni precise su questo evento ma non posso escludere, a questo punto, che possa essere stato lui», ha spiegato Costa. Che poi ha anche lasciato intendere che avrebbe avuto il potere di scongiurare quel delitto, se non fosse stato detenuto al momento dell’omicidio. Il pentimento, invece, è arrivato per proteggere la sua famiglia: in carcere le voci sulla collaborazione del fratello erano sempre più insistenti e lui ha deciso di raccontare tutto per non mettere in pericolo la sua famiglia, che subito, però, ha preso le distanze da lui. «La ‘ndrangheta è tre cose: prodezza, saggezza e coraggio. La prodezza – ha spiegato – è portare a termine quello che ha iniziato, questo mi hanno insegnato in quaranta anni di ‘ndrangheta». E nel suo caso l’impegno era proteggere la sua famiglia. Così si è pentito.

fonte: il garantista