Processo Congiusta-Le rivelazioni del pentito

Ucciso per un’estorsione

Una lite una settimana prima dell’omicidio svelerebbe il movente del delitto

Di Pasquale Violi

Assassinato per tirare fuori il suocero da un’estorsione. E’ quanto sostiene l’accusa e quanto il teste chiave Oppedisano.

«Gianluca Congiusta non era legato ad ambienti criminali, era un bravo ragazzo».

Inizia così la prima apparizione nelle aule di tribunale del collaboratore di giustizia Domenico Oppedisano, gioielliere fratellastro del boss di Locri Salvatore Cordì, assassinato a Siderno il 31 maggio del 2005, una settimana dopo l’omicidio del giovane imprenditore Gianluca Con giusta.

 

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Processo Congiusta-Parla il pentito Oppedisano

Processo Congiusta-Parla il pentito Oppedisano

«Volevano farmi testimoniare il falso»
Contestata al presunto killer Costa l’aggravante della premeditazione

Domenico Oppedisano

Rocco Muscari
Locri
Domenico Oppedisano ha deciso di collaborare con la giustizia dopo una crisi di coscienza, seguita alla richiesta di alcuni parenti che lo avrebbero “invitato” a dichiarare il falso circa i rapporti «di amicizia» tra il fratellastro, Salvatore Cordì, ucciso a Siderno il 31 maggio 2005, e Michele Curciarello, ritenuto l’esecutore materiale del delitto. Una decisione, quella di collaborare con i magistrati della Dda di Reggio Calabria, che il 58enne ha assunto il 6 maggio scorso dopo un’udienza con il vescovo metropolita di Campobasso, mons. Giancarlo Bregantini, tanto che a chiamare il questore della città molisana sarebbe stato proprio l’ex vescovo della diocesi di Locri-Gerace a conclusione dell’incontro con Oppedisano. Che subito dopo ha iniziato a rendere dichiarazioni spontanee al dott. Farinacci, capo della Mobile.

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SUL PULPITO I FIGLI DI MAFIA

SUL PULPITO I FIGLI DI MAFIA

SUL PULPITO I FIGLI DI MAFIA

di Sonia Alfano

“Quando mio padre e mia madre furono uccisi avevo undici anni. Ho trascorso la mia vita nel segno della legalità e del rispetto degli altri. Mi sono impegnata nel volontariato, negli studi, nella crescita dei miei bambini. Sono una persona, non solo la figlia di un mafioso. Pretendo che mi si giudichi per quello che sono, non per come mi chiamo”.
Con queste parole Roberta Bontate, trentaduenne figlia di Giovanni (il fratello del più celebre boss Stefano), condannato per traffico di droga al maxiprocesso, “pretende”, dimenticando che l’unica persona verso cui può recriminare è proprio suo padre, che ha scelto di essere mafioso.

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Parole-Parole Parole

Parole-Parole Parole

La Conferenza episcopale solidale coi magistrati e dura con la politica

«Calabria giardino o selva?»

I vescovi invitano i mafiosi a convertirsi e la regione ad avere «la libertà di essere se stessa»

 

di ANDREA GUALTIERI

ERA un giardino, la Calabria. Ora, forse, è piuttosto una selva. Monsignor Vittorio Mondello, vescovo di Reggio e presidente dell’assemblea dei vescovi calabresi, usa una metaforaamaraper descrivere quello che definisce «lo scenario così fragile della nostra terra».

Con gli altri componenti della Conferenza episcopale regionale ieri si trovava a Rossano, la città che in occasione dei 1100 anni dalla nascita di San Nilo ha ospitato l’incontro autunnale dei vescovi. Si erano radunati lunedì e ventiquattr’ore dopo è arrivata la notizia della nuova minaccia rivolta al procuratore capo della città dello Stretto. Dai Pastori della Chiesa calabrese è partito un messaggio di solidarietà a Pignatone e «a tutti i magistrati calabresi per il lavoro che svolgono con impegno coraggioso». Ma anche una ferma condanna «di ogni attività criminale» e un invito «a quanti aderiscono alle associazioni mafiose di convertirsi, senza coprire – specifica noi prelati – le azioni criminali con apparenze e segni religiosi».

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Così l’altra mafia ha scelto la guerra di Roberto Saviano

Così l’altra mafia ha scelto la guerra di Roberto Saviano

IL CASO

La ‘ndrangheta e la svolta del tritolo
così l’altra mafia ha scelto la guerra

di ROBERTO SAVIANO

CHI parla di mafia diffama il Paese? Chi parla di mafia difende il Paese. Le organizzazioni criminali contano molto: solo con la coca i clan fatturano sessanta volte quanto fattura la Fiat. Calabria e Campania forniscono i più grandi mediatori mondiali per il traffico di cocaina. Si arriva a calcolare che ‘ndrangheta e camorra trattano circa 600 tonnellate di coca l’anno, ed è una stima per difetto. La ‘ndrangheta – come dimostrano le inchieste di Nicola Gratteri – compra coca a 2.400 euro al kilo e la rivende a 60 euro al grammo, guadagnando 60.000 euro. Quindi con meno di 2.400 euro di investimento iniziale, percepisce una entrata pulita di 57.600 euro. Basta moltiplicare questa cifra per le tonnellate di coca acquistate e distribuite da tutte le mafie italiane e diventa facile capire la quantità di denaro di cui dispongono, al netto di cemento ed estorsioni.

E raffrontarla con il peso industriale delle imprese leader – che hanno molti meno profitti – per comprendere il potere che oggi hanno realmente nel paese e in Europa le organizzazioni criminali.

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