La figlia del boss si è uccisa perché odiava il mondo della ‘ndrangheta

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Desiderava essere una donna normale. La sua è una storia comune negli ambienti dove mafia, camorra e ‘ndrangheta dettano legge

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Maria Rita Logiudice il giorno della sua laurea

di Paolo Salvatore Orrù
Si è uccisa, perché non riusciva più a sopportare un cognome troppo famoso. Un cognome che i calabresi (e non solo) legano a estorsioni, usura, omicidi, donne uccise o sparite nel nulla.

Maria Rita Logiudice pur di non patire questa vergogna si è gettata nel vuoto, mettendo fine, a 25 anni, a una esistenza che avrebbe voluto diversa. Per questo, nel 2016, aveva ottenuto con il massimo dei voti la laurea triennale in economia; ma non le bastava, così aveva deciso di conseguire anche la magistrale. Voleva affrancarsi, attraverso lo studio, da un mondo che non le apparteneva. Di cui si vergognava. Desiderava essere una donna normale. La sua è una storia comune negli ambienti dove mafia, camorra e ‘ndrangheta dettano legge.

Qualche settimana fa, a Roberto Di Bella, il presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria, avevamo chiesto: “chi riscatterà” la vita di queste giovani vittime? Il magistrato, impegnato da tempo in una drammatica battaglia contro gli uomini e le donne della ‘‘ndrangheta, in pool con altri colleghi e con l’associazione Libera di don Ciotti, sta tentando di dare una risposta, una chance a questi sfortunati, altrimenti destinati a diventare mafiosi e killer, o compagne di uomini senza scrupoli. I minori, per legge, dovrebbero restare con le loro famiglie. Il principio non è però assoluto: deve essere bilanciato da un altro concetto, “il diritto di ricevere una educazione responsabile”. Ed è questo il varco che Di Bella sta percorrendo.

Le più leste (le più intelligenti?) a recepire questo “consiglio” sono quasi sempre le madri: avvertono che il “trattamento “non è punitivo e che stiamo aiutando i loro figli a uscire da percorsi criminali obbligati, cambiano atteggiamento nei nostri confronti”, aveva spiegato il magistrato calabrese. In un primo momento, le donne sollevano la guardia, ma attraverso i pugni chiusi osservano cosa fa lo Stato, così i rapporti con i giudici diventano meno aspri. E quando capiscono che la molla che muove i magistrati, gli assistenti sociali e le associazioni è quella di allontanare i loro figli dalle carceri, dalla morte, dai lutti e dalla sofferenza, collaborano. E, spesso, quando escono da lunghe carcerazioni “chiedono di essere allontanate dalla Calabria, o di allontanare i figli da quell’ambiente”, aveva spiegato Di Bella.

Il tribunale di Reggio Calabria, con la collaborazione di Libera, da tempo è in prima linea. “Noi abbiamo in don Ciotti e nell’avvocato Enza Rando, una delle responsabili dell’ufficio legale di Libera, un supporto validissimo”, aveva detto il magistrato. Negli ultimi anni il sistema Di Bella ha isolato in altre regioni interi gruppi familiari. “Cerchiamo alleanze con i genitori, con le persone più dure. Con i detenuti in 41 bis, per esempio, creiamo canali di relazioni controllate”. I segnali, un successo, sono positivi anche da parte di qualche padre detenuto.

Quando la famiglia ha accettato questa svolta, i bambini e le bambine sono stati dati in affidamento in comunità e in altre famiglie (“la soluzione che privilegiamo”). Le più felici sono le ragazze: “Quando si rendono conto di poter vivere in un mondo normale, senza traffici strani, senza violenza, senza morti ammazzati, senza carcere e senza violenza, rinascono. E al compimento dei 18 anni di età ci chiedono di restare fuori da una realtà che non ritengono più di essere la loro”. Forse anche per loro ci sarà un futuro. Ed è questo il futuro che Maria Rita Logiudice avrebbe voluto vivere.

fonte: t.news