Tribunali dei minorenni. Linea dura per togliere i figli alla ‘ndrangheta

Print Friendly

tribunale minori

di Roberto Galullo-Il Sole 24 Ore, 16 gennaio 2017

Chi lavora con il Tribunale dei minori di Reggio Calabria lo sa: ogni decreto è una tutela nei confronti dei figli e, al tempo stesso, una speranza per la famiglia.

Non a caso, pochi giorni fa, un uomo recluso al 41-bis ha fatto giungere una lettera nella quale ringrazia il Tribunale per aver dato ai figli quelle opportunità che lui non aveva avuto.
Ineccepibili, inappuntabili, e forse per questo i circa 40 provvedimenti del Tribunale presieduto dal 15 settembre 2011 da Roberto Di Bella, hanno scatenato in quelle famiglie di ‘ndrangheta, che invece non tollerano che il diritto alla formazione possa essere delegato allo Stato, uno spirito di vendetta che ha portato a un’escalation di attentati e minacce contro i giudici (appena quattro togati) oltre che contro la stessa sede giudiziaria.
Il Tribunale di Reggio Calabria a settembre 2012 adottò per primo in Italia la linea dura per strappare a un destino comunque mortale i minori delle famiglie di mafia. I giudici Di Bella e Francesca Di Landro, su richiesta del pm minorile Francesca Stilla, emisero “un provvedimento limitativo della potestà genitoriale” e nominarono per un 16enne un curatore speciale, visto “il conflitto di interessi tra lui e la madre incapace di indirizzarlo al rispetto delle regole civili e tutelarlo”. Di lì a poco, il 21 marzo 2013, seguì un protocollo d’intesa tra tutti gli uffici giudiziari del distretto della Corte d’appello di Reggio Calabria (Reggio, Palmi e Locri), che ha fatto scuola. È l’unico in Italia e crea in modo sistematico un circuito informativo con la Procura distrettuale antimafia.
Basta leggere uno degli ultimi decreti – notificato a luglio 2016 a due istituti di pena del Nord, ai servizi sociali e agli uffici che con essi collaborano – per capire di che pasta è fatto questo Tribunale. I due figli di un boss reggino di ‘ndrangheta al carcere duro sono stati sottratti al padre, fatto decadere dalla responsabilità genitoriale, affidati alla madre e co-affidati al servizio sociale del territorio dove il nucleo familiare è stato trasferito.
La stessa madre dei minori, in una drammatica e sofferta deposizione, ha esternato al tribunale la preoccupazione per il futuro dei figli e l’esigenza impellente di sottrarli alle influenze del contesto familiare paterno nel quale la ‘ndrangheta è, da sempre, di casa. “In Italia e a Reggio Calabria non c’è nessun familiare di cui possa fidarmi – ha fatto mettere a verbale – e il Tribunale per i minorenni è l’ultima spiaggia per me e i miei figli. Sono disponibile a rispettare tutte le prescrizioni che il Tribunale mi impartirà e chiedo, sin da ora, di essere messa a contatto con l’associazione”.
La donna è stata accontentata e il Tribunale ha anche vietato qualunque contatto dei minori con il padre e i suoi parenti e ha, di conseguenza, stabilito di tenere riservata struttura familiare e località di destinazione, fino a una diversa ed eventuale decisione. Di Bella al Sole-24 Ore del Lunedi ricorda come sempre più “vedove bianche”, ossia mogli con mariti all’ergastolo o al carcere duro, gli chiedano una mano per lasciare la Calabria. “È un fenomeno crescente e da molti non siamo più visti come un’istituzione nemica – dichiara Di Bella -, ma l’ultima spiaggia nel mare di illegalità, carcerazione e sofferenza. È uno scenario nuovo, psicologico e sociale inedito ma, oltre che di volontari, abbiamo bisogno di un circuito normativo e ministeriale che ci sostenga”. Invece incombe la riforma e c’è da chiedersi in terra di mafia chi si rivolgerebbe a sezioni specializzate delle Procure ordinarie anziché a Tribunali che, già nel nome, indicano che il bene da tutelare è il minore.