‘Ndrangheta: 26 arresti, smontata la rete che favorì la latitanza del boss Domenico Condello

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“Micu u pacciu”, il suo soprannome, finì in manette solo nel 2012 dopo essere sfuggito alla cattura per oltre 20 anni grazie all’appoggio di capi, reggenti e gregari della cosca operante nel reggino, ora arrestati per ordine della Dda, anche per associazione mafiosa ed estorsione. Ricostruita la struttura del gruppo e di altri nuclei

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di ALESSIA CANDITO
REGGIO CALABRIA – Duro colpo al clan Condello. Per ordine della Dda di Reggio Calabria, 26 persone sono finiti in manette con l’accusa di associazione mafiosa, estorsione ed altri reati. Per il pm Giuseppe Lombardo, che insieme al procuratore capo della Dda, Federico Cafiero de Raho, ha coordinato il lavoro del Ros dei carabinieri, si tratta di capi, reggenti e gregari che hanno permesso al boss Domenico Condello di sfuggire alla cattura per oltre vent’anni.

Cugino del superboss Pasquale Condello, Domenico, meglio conosciuto come “Micu u Pacciu” (Domenico il pazzo, ndr), è finito in manette il 10 ottobre del 2012. Considerato all’epoca uno dei trenta latitanti più pericolosi d’Italia, Condello è stato scovato tra Catona e Rosalì, frazioni a nord di Reggio Calabria. Da allora non è mai uscito dal carcere, dove dovrà scontare diverse condanne divenute definitive nel corso della sua lunga latitanza, ma all’esterno la rete che aveva costruito ha continuato ad operare.
A ricostruirla, nel corso di un’indagine durata oltre due anni, è stato il Ros dei Carabinieri, che con il supporto del nucleo investigativo hanno individuato l’attuale organigramma del clan, come delle altre famiglie satellite che operano in zona nord. “L’inchiesta – spiega il procuratore Cafiero de Raho – è partita con la ricerca del latitante Domenico Condello, ma è proseguita sulle articolazioni territoriali dei clan, legati alla cosca Condello, che operano su Villa San Giovanni”.

Popolosa cittadina alle porte di Reggio Calabria, è da sempre considerata il cortile di casa dei clan di Archi, ma è tornata con prepotenza al centro delle attenzioni della Dda, quando sono iniziate le grandi manovre – politiche e imprenditoriali – per le opere compensative del Ponte sullo Stretto. Un boccone prelibato per i clan, che su Villa non hanno mai allentato la morsa estorsiva. “Si tratta nello specifico degli Zito-Bertuca, che in accordo con la più potente famiglia dei Condello, si sono fatti notare per un’attività estorsiva a tappeto”.

Da sempre gravitanti attorno ai Condello, anche quando i vertici del clan di Archi sono stati azzerati da arresti e condanne, gli Zito-Bertuca hanno continuato su mandato del direttorio dei clan che governa Reggio, finendo per condizionare l’intero tessuto imprenditoriale. C’erano loro – hanno scoperto gli investigatori – dietro il misterioso incendio delle trivelle che avrebbero dovuto fare i saggi geologici a contrada Pezzo, nell’area destinata ad ospitare uno dei piloni del Ponte. Sempre loro, per anni hanno firmato le loro estorsioni con una misteriosa mano nera, che appariva sui cantieri prima che gli uomini del clan si presentassero reclamare l’ormai nota tassa di sicurezza.

Più di recente, inviano a commercianti e imprenditori richieste di “regali” per “lo zio” in carcere. Nessuno si poteva sottrarre, tutti dovevano pagare. Dalla società messinese Mts, che a Villa San Giovanni gestisce lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, alle ditte che si occupavano della manutenzione straordinaria della sede della Direzione Marittima Calabria-Lucania e della Capitaneria di Porto. Dall’impresa che ha tirato su il Lido del finanziere, sulla Costa Viola, a quelli per il complesso edilizio “La Panoramica”. Chi si ribellava, subiva la ritorsione del clan. Bombe, incendi, pestaggi. Ad autorizzarli era Felicia Bertuca, sorella del boss Pasquale, che raccomandava al figlio minore di seguire le indicazioni del più grande, giù in carcere. “Ma che li picchi, che li mandi all’ospedale gli devi dire che la facciano in culo…gli devi dire di seguire l’istinto”, le aveva ordinato di dire al piccolo. E lei, fedelmente, ha riferito.

Ma non tutti gli imprenditori erano vittime. Per i pm, Pasquale Calabrese, detto “u Raia”, attualmente impegnato con la sua ditta nei lavori di ammodernamento dell’A3, era uno di loro. Per gli Zito – Bertuca, non solo si occupava “dell’allestimento dei luoghi individuati per i sondaggi (a ciò servono le trivelle), propedeutici alle realizzazioni dell’A3 e del Ponte”, ma faceva anche confluire in azienda i soldi delle estorsioni raccolte dal clan.

Strategie decise dal boss Pasquale Bertuca, che nonostante sia da tempo dietro le sbarre, non ha mai smesso di dirigere il suo clan. Ad aiutarlo, il nipote e braccio destro Vincenzo Sottilaro, considerato dagli investigatori anche il contabile di famiglia e fermato oggi a Reggio Calabria. Insieme a lui, sono finite in manette altre 22 persone, fra cui Andrea Vazzana, uomo di fiducia del boss Pasquale Condello detto “il Supremo”, Santo Buda, Alfio Liotta, Vincenzo Bertuca e Domenico Zito. In tre sono finiti invece ai domiciliari, mentre più di 40 persone sono iscritte sul registro degli indagati.

fonte: R.it