Lo scandalo delle vittime di mafia Dimenticate in una fossa comune

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Chi ricorda i militi ignoti della lotta alla mafia? Troppi sono stati dimenticati dal marketing del martirio.

Non tutte le lapidi, a Palermo, sono uguali. Chi ricorda Calogero Zucchetto, che cercava latitanti nella penombra dei quartieri, a cavalcioni del suo motorino? Chi ravvisa le sembianze di Rosario Di Salvo che condivise l’ultimo giorno di Pio La Torre e fece appena in tempo a estrarre la pistola nel vano tentativo di difendere l’onorevole comunista? Chi è andato in via Cavour il sei agosto scorso per omaggiare il procuratore Gaetano Costa?

C’è un borsino della memoria che, giustamente, esalta – talvolta con genuinità, talvolta senza rinunciare a una artefatta retorica – i nomi amati e notissimi del martirio; ma c’è anche il velo dell’oblio caduto su troppi altri. C’è una singolarità sacrosanta nelle celebrazioni del 23 maggio e del 19 luglio, ma c’è anche una ‘fossa comune’ degli anniversari che unifica gli eccidi e gli omicidi vicini nel calendario dell’ufficialità, per comodità di tempo e brevità di spazi.

Ha scritto il quotidiano ‘La Repubblica’ qualche giorno fa: “Cerimonie di commemorazione, oggi, in ricordo di cinque vittime della mafia. Si tratta del procuratore capo di Palermo Gaetano Costa, ucciso il 6 agosto del 1980, del commissario capo Beppe Montana, ucciso il 28 luglio 1985, del vice questore Ninni Cassarà e dell’agente Roberto Antiochia, caduti il 6 agosto 1985, dell’agente scelto Antonino Agostino e della moglie Ida Castelluccio, assassinati il 5 agosto del 1989”. Tutti insieme. E nelle redazioni si nota la diversa affluenza di comunicati della politica. Capaci e via D’Amelio sono lo specchio triste di ogni vanità e di ogni presenzialismo. Per i militi ignoti della mattanza scolano pochissime e assai poco sentite parole.

“Per usare un luogo comune efficace, certo che esistono i morti di serie B – dice l’avvocato Michele Costa, figlio di Gaetano -. A me la commemorazione fine a se stessa, però, non è mai interessata. La memoria dovrebbe essere un mezzo per trovare la verità. E sono molto amareggiato che non si sia fatto nulla, appunto, per andare oltre in troppe occasioni. Mio padre non avrebbe gradito la retorica. Qualcuno, invece, ha fatto baccano ed è andato in cerca di notorietà”.

Giovanni Paparcuri fu uno dei più stretti collaboratori di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ed era con Rocco Chinnici nell’ora della strage in cui perirono, oltre al giudice, il maresciallo dei carabinieri Mario Trapassi, l’appuntato Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile in cui abitava il magistrato, Stefano Li Sacchi.”Perfino il ricordo dei morti di mafia – dice – è diventato marketing, passerella in alcune circostanze e silenzio in altre. La verità è che la gente si è ormai stancata di tutta l’antimafia. Sono stato in via D’Amelio lo scorso diciannove luglio: la città non c’era, le persone normali non c’erano. Si chiacchierava solo di agende rosse e di trattativa. La gente si è proprio stufata di questa antimafia tirata per la giacchetta, che fa il tifo per questo o per quello”.

Non tutte le lapidi, a Palermo, conoscono la carezza dei ricordi o l’ipocrisia dei calendari. Chi rammenta il capitano Mario D’Aleo, assassinato in via Scobar, con i carabinieri Giuseppe Bommarito e Pietro Morici? Chi ha informazioni recenti di Barbara Basile che vide suo padre, Emanuele, capitano dell’Arma, morire crivellato di colpi durante una festa in paese, quando era bambina? Sono i figuranti di una rappresentazione in cui è il marketing, non il dolore, a decidere l’intensità e la direzione del fascio di luce.

Eppure, qualcuno ci prova a uscire dal cono d’ombra. Anni fa, Rosa Casanova, vedova di Rosario Di Salvo, scrisse una lettera all’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: “Una memoria più presente e più affettuosa sarebbe una carezza per il nostro dolore sempre presente. Vorrebbe dire che Rosario Di Salvo non è rimasto un’ombra anche nella morte. Anche gli altri devono scoprire quello che noi abbiamo sperimentato sulla nostra pelle. Un uomo coraggioso non muore mai invano. Ma un uomo coraggioso avrebbe diritto a essere ricordato per intero, non come semplice partner di una memoria più grande”. Non è mai giunta notizia di una risposta.

fonte:LIVESICILIA