25 Aprile- La Resistenza attraverso la storia del partigiano Luciano Michelini

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La Resistenza attraverso la storia raccontata da Luciano Michelini (Vittorio)

21 Aprile ’45- I Bolognesi festeggiano la Liberazione

Sono partito il 25 ottobre 1941 per il servizio militare. Avevo 20 anni. Non sapevo ne’ per quanto tempo sarei rimasto lontano da casa ne’ la destinazione. Sapevo solo che per un po’ di tempo non sarei stato costretto ad indossare la divisa da “avanguardista” per partecipare alle adunate fasciste di quartiere ( divise che i non abbienti, come me, si dovevano comprare a rate tramite decurtazioni fatte dai datori di lavoro sulla nostra paga mensile!).

Sono andato al Distretto Militare sperando ed autoconvincendomi che la guerra sarebbe finita presto. Non poteva che essere così: anche parlando con i miei amici questa era la convinzione diffusa o, piuttosto, questo era ciò che desideravamo. Certo Mussolini aveva compiuto un buon lavoro se era riuscito a persuadere, chi più chi meno, che la guerra era “inevitabile” e “doverosa”, insomma il “male minore”: la maggior parte dei miei amici e coetanei ormai sosteneva che era giusto porre fine alla supremazia della Francia, dell’Inghilterra, degli Stati Uniti, delle partitocrazie che si contendevano il potere nel mondo. Io però continuavo a non credere in Mussolini e ad odiare la guerra, ma dovevo ammettere che “testa grossa” era proprio bravo a toglierci capacità di critica. I Ii critica eervizio militare. Mreale situazione politica dai giornali e televisione, completamente sottomessi al Fascismonoltre poco o niente riuscivamo a sapere della reale situazione politica da giornali e radio, completamente sottomessi al Fascismo, salvo pochissime eccezioni.

Al Distretto Militare di Bologna ci furono consegnate le divise e ci furono tagliati i capelli e poi, a piedi, raggiungemmo l’aeroporto dove, sdraiati sul pavimento, passammo la notte. Da questo momento e per 16 lunghi mesi non vidi più un lenzuolo. Eravamo tanti e ricordo solo un viso noto, un ragazzo che abitava nella mia stessa zona, tutti gli altri erano reclute bolognesi ed emiliane che non conoscevo. I miei amici erano partiti nei mesi precedenti. La mattina dopo, sempre a piedi, arrivammo alla stazione ed il treno ci portò a Caselle Torinese. Ero arruolato nel corpo dell’Aeronautica. Rimasi qui fino al 30 dicembre e, dal 31 dicembre 1941 fino ad aprile 1942, fui mandato a Parma per partecipare ad un corso come “allievo autista”. Sul treno per Parma, quel 31 dicembre, decisi all’improvviso di non scendere: troppa era la voglia di rivedere i miei cari e cosi, assieme ad altri, decisi di proseguire fino a Bologna……per poche ore…..

Dopo Parma, un’altra destinazione provvisoria: Casale Monferrato. Qui fui destinato ad un deposito dell’Aeronautica e ci rimasi per un mese.

A maggio partenza per la Sicilia, era questa la mia ultima tappa, ma io ancora non lo sapevo. Tante erano le voci che si rincorrevano, la famosa “Radio Scarpa”, ma nessuna certezza, alcuni dicevano che saremmo stati mandati a difendere i territori conquistati dall’esercito italiano in Africa, ma io qualche sospetto sulla probabile disfatta già l’avevo.….. Ero a Catania, alla Caserma Aquicella, e vedevo ritornare soldati da quei territori lontani: erano stanchi, delusi, sporchi e dicevano che tutto andava a rotoli là. Anche noi in Sicilia ci sentivamo abbandonati, non arrivavano ordini precisi, mancava il coordinamento e le divise che indossavamo erano le stesse, ormai lacere e soffocanti, della partenza dal Distretto Militare di Bologna. Scrissi così a casa e mi feci mandare una tuta da lavoro. Ognuno di noi indossava panni diversi. Le ore passavano lente, non si sapeva che fare, ci occupavamo del deposito dell’Aeronautica senza conoscere lo scopo della nostra attività in quanto i superiori non ci dicevano nulla al riguardo. Nemmeno sapevamo se saremmo restati, per quanto, o se avremmo raggiunto le “posizioni conquistate”. Ascoltando la radio capivamo che le cose andavano male anche da frasi sibilline del tipo ”dopo aspri combattimenti le nostre truppe si sono assestate a posizioni più favorevoli” che significava “ABBIAMO PERSO TERRENO!”.

Improvvisamente, esattamente il 3 marzo 1943, fui richiamato a Bologna alle Officine Minganti dove già avevo lavorato prima dell’inizio del servizio militare e dove rimasi fino all’aprile 1944. C’era bisogno di manodopera, qui si producevano macchine utensili che indirettamente servivano alla macchina bellica e fu qui che ebbi i miei primi contatti con antifascisti tramite cui mi avvicinai ed entrai successivamente nella Resistenza.

Al mio ritorno, dopo 16 mesi, trovai una Bologna più impoverita e la gente sfiduciata e disillusa rispetto a Mussolini. Era sempre più difficile trovare cibo e si era coscienti della sconfitta dell’Italia.

Nel frattempo, nel luglio 1943, l’esercito alleato era sbarcato in Sicilia, tre mesi dopo la mia partenza. Lo venimmo a sapere tramite radio Londra. Devo ammettere che, riguardo a questo importante avvenimento storico, mi sentii fortunato: infatti solo una piccola parte dei militari italiani che si trovavano in Sicilia riuscirono a fuggire in Calabria e poi a risalire l’Italia mentre la maggior parte di loro fu fatta prigioniera dagli Alleati.

Ricordo che proprio in quel periodo ci fu il primo bombardamento aereo alleato su Bologna, esattamente sulla centrale elettrica che ancora oggi si trova vicino al Poligono di Tiro di via del Lazzaretto, fortunatamente senza conseguenze sulle persone, ed annunciato dalle sirene della Contraerea italiana, allora ancora attive.

Io stavo lavorando dentro le Officine Minganti esattamente come il mattino del 25 settembre 1943 quando ci fu il secondo attacco sulla nostra città, probabilmente l’obiettivo era la stazione ferroviaria: questo fu il primo consistente bombardamento. Ricordo che era un sabato mattino, erano circa le 10.30, e un aereo colpì anche parte delle Officine.

A quel tempo si lavorava anche di sabato fino a mezzogiorno. Corsi fuori assieme ad altri cercando scampo verso i campi. Questa volta non ci fu nessun allarme ad avvisarci: l’esercito italiano era ormai allo sbando e quindi anche le stazioni a questo preposte erano state abbandonate. Nessun dipendente rimase ferito ma la fabbrica riportò molti danni.

Purtroppo, invece, ci furono feriti e morti in centro: era giorno di Piazzola, il nostro mercato, e tanta gente da sempre lo frequenta.

Questo grave bombardamento fu, come ho detto, il secondo su Bologna ma il primo dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943.

Ormai gli avvenimenti che avrebbero segnato per sempre la vita di noi tutti si susseguivano a grande velocità. Il 27 luglio, infatti, dopo la caduta del Fascismo seguita all’arresto del Duce, le carceri erano state aperte ed i prigionieri politici rilasciati. Si parlava sempre più insistentemente della necessità di unirci per porre fine alla guerra. Ricordo bene la prima riunione a cui partecipai, si tenne in un appartamento i cui proprietari avevano abbandonato dopo i primi bombardamenti. Era vicino alla Chiesa del Sacro Cuore. C’erano alcuni miei colleghi di lavoro, quelli con cui avevo precedentemente preso contatti, altri che non conoscevo ed il tutto era organizzato da un ex prigioniero politico, appena uscito di carcere. Tutti sentivamo come obiettivo comune la necessità di porre fine ai combattimenti, desideravamo più di ogni altra cosa la pace. Credevamo fosse urgente convincere la gente comune a mobilitarsi, a protestare per i bisogni primari come il cibo, il vestiario. Io cercavo, appena se ne presentava l’occasione, di parlare, di incitare la gente a ribellarsi in modo non violento, per esempio sabotando il lavoro nelle fabbriche che producevano armi per i tedeschi.

Quando fu dato ufficialmente l’annuncio della fine della guerra e della firma dell’Armistizio con gli Alleati, in cuor mio credevo sinceramente che, per quanto dure sarebbero state le conseguenze della nostra resa, i momenti più brutti li avessimo ormai lasciati alle spalle…..ed invece …..era solo l’inizio dell’inimmaginabile…..

Il Duce fu liberato dai tedeschi il 10 settembre ed il 13 settembre costituì un nuovo Partito Fascista Repubblicano ed un nuovo Stato, la Repubblica Sociale Italiana, nella parte d’Italia ancora occupata dai tedeschi.

Bologna, dopo il bombardamento del 25 settembre, fu teatro di altri incursioni aeree non gravi come quella e nemmeno paragonabili, per intensità, danni e morti provocati, al terribile bombardamento del 12 ottobre 1943 quando gli aerei alleati colpirono la stazione e le zone limitrofe: l’obiettivo era di danneggiare il più possibile le linee ferroviarie per impedire ai tedeschi di trasportare mezzi ed uomini. Gli allarmi antiaerei avevano ripreso a funzionare a Bologna ma non furono sufficienti ad evitare tante morti e tanti ferimenti. Fu il più grave attacco inferto alla nostra città, anche se compiuto a fin di bene….…

Quel giorno io non ero a lavorare alle Officine Minganti perchè, dopo l’attacco del 25 settembre, avevano subito alcuni danni. Ero in attesa di ritornarci e nel frattempo, per raggranellare un po’ di soldi, aiutavo un macellaio che aveva un negozio nel mio stesso quartiere e che, terrorizzato dagli avvenimenti, aveva bisogno di aiuto per andare a ritirare la carne dal macello.

In quella mattina indimenticabile del 12 ottobre io stavo appunto ritornando da via Di Corticella su un piccolo carretto a pedali prestatomi dal macellaio per caricare la carne macellata e portarla al negozio, quando sentii i rumori ormai noti dell’attacco aereo. Erano piuttosto intensi ma non ne intuii subito la portata finche’, ormai giunto verso via Zanardi dove abitavo, vidi mio fratello Renato correre verso di me gridandomi che cosa era avvenuto. I miei familiari erano salvi perche’ lontani dal centro. Quando, successivamente, andammo verso la zona centrale, vidi via De’ Carracci, parte di Via Irnerio e di Via Lame devastate.

Da allora tante volte Bologna fu colpita, anche se mai duramente come in quella terribile mattinata.

Le sirene ora suonavano per avvisarci delle imminenti incursioni o dell’avvicinarsi di aerei che ci sorvolavano per poi raggiungere altre zone. Alcune volte avevamo il tempo di trovare riparo, altre volte non bastava ed allora speravamo. Anche Radio Londra ci metteva in guardia sui possibili obiettivi e raccomandava ai civili di allontanarsi dalle probabili zone di azione. Chi riusciva ad ascoltare Radio Londra non poteva però, per ovvi motivi di sicurezza, diffonderne le notizie in maniera capillare.

Erano momenti di terrore. Io, appena sentivo suonare le sirene, cercavo di correre verso casa perché mia madre era invalida, paralizzata a letto da anni, e mio padre, anziano, non riusciva a trasportarla verso un rudimentale rifugio costruito nel cortile da mio zio, rifugio che a poco sarebbe servito se una bomba l’avesse colpito: riusciva solo a proteggerci dalle schegge. Correndo, spesso incontravo mio fratello che, uscito dall’officina in via Calvart dove lavorava, si dirigeva verso casa per lo stesso motivo. Molte volte arrivavamo quando l’attacco era già finito o le bombe già esplose.

Tra questi terribili bombardamenti ne ricordo uno in particolare, il primo notturno. Non avevo mai visto i razzi bengala, ero terribilmente impaurito: la città all’improvviso si illuminò.. Era notte ma sembrava fosse giorno. I razzi, sganciati dagli aerei, scendevano lentamente illuminando tutta Bologna e poi……..i bombardieri! La gente gridava e tutti correvano verso il rifugio. Dopo avere soccorso la mamma, ci accorgemmo che mia sorella più piccola non era fuori con noi, non era uscita. Rientrai e la vidi immobile in piedi. Le urlai di uscire ma lei non si muoveva, era come paralizzata. Dovetti trascinarla fuori a forza, sembrava incollata al pavimento. Aveva 15 anni, era in preda al terrore, e non era la sola……

Le Officine Minganti subirono ancora danni. Quando riprendemmo il lavoro, dopo circa 15 giorni dal bombardamento, capimmo che qualcosa stava per cambiare anche lì ed infatti, verso la fine dell’anno, ci fu comunicato che la fabbrica sarebbe stata trasferita a Palazzolo sull’Oglio per evitare ulteriori pesanti danni da bombardamenti. Dovevo decidere quindi se trasferirmi anch’io oppure restare a Bologna e rinunciare così all’esonero ed essere costretto ad entrare nell’esercito della Repubblica di Salò: se non avessi accettato sarei diventato un “badogliano”, così venivano chiamati gli “sbandati”.

Le Officine Minganti furono trasferite nel marzo 1944. Io decisi di rimanere.

Tutto il nord era sotto i bombardamenti, il cibo scarseggiava, molti bolognesi erano sfollati nelle campagne ed un freddo pungente ci accompagnò per tutto l’inverno.Vennero tagliati i grandi alberi dei viali di circonvallazione per poter avere un po’di legna da ardere nelle case perchè il carbone da tempo non arrivava più.

Come ho scritto, avevo una difficile situazione familiare: essendo l’unico in grado di lavorare ed occuparsi della famiglia, mi fu consigliato di recarmi alle Caserme Rosse dove andai per ottenere maggiori informazioni circa il da farsi. Era l’aprile del 1944. Parlai con un ufficiale tedesco ed esposi la mia situazione familiare chiedendogli cosa avrei dovuto fare, lui mi disse di aspettare. Attesi per circa una mezza giornata e percepii una strana atmosfera. Ufficiali agitati entravano ed uscivano dagli uffici, qualcosa non mi convinceva. Andai in bagno e, guardando fuori dalla finestra, mi accorsi che l’entrata era priva di sorveglianza: l’istinto mi spinse a tentare di uscire. Cercai di stare calmo per non destare sospetti e lentamente uscii.

Dopo essere stato alle Caserme Rosse ricevetti una lettera che mi ordinava di andare al Distretto Militare: sapevo cosa significava. Io non volevo entrare nella Repubblica di Salò e non andai.

Nel frattempo, perdendo il lavoro, avevo anche perso i contatti con le persone che mi avevano tempo prima invitato a partecipare ai loro incontri. Ormai però anche nel mio quartiere molto si stava muovendo e così non fu difficile entrare a far parte della Resistenza che non lasciai fino al 21 aprile 1945. Assunsi il nome di Vittorio.

Dapprima furono solo incontri, scambi di idee molto liberi. Il nostro “commissario politico” Minella, che aveva qualche anno più di noi e più esperienza, si univa saltuariamente a noi: si discuteva della società futura, quella che sarebbe nata dalla fine del conflitto.

Solo verso l’ottobre 1944 cominciammo ad agire materialmente. Le prime missioni riguardarono la distribuzione di volantini che, tramite staffette, ci arrivavano dalle tipografie segrete. Di notte li facevamo passare sotto le porte dei cittadini o li attaccavamo ai muri. Erano volantini che incitavano alla rivolta, alla protesta: VIVA LA PACE; VOGLIAMO IL PANE….

Non conoscevamo la provenienza esatta degli ordini che ricevevamo perché meno persone sapevano e si conoscevano tra loro e meglio era: si doveva ridurre al massimo il rischio di svelare notizie, luoghi e nomi di compagni nel caso in cui fossimo stati costretti a parlare sotto tortura.

Anche i miei famigliari non seppero mai nulla da me, ma senz’altro intuivano.

Di solito dormivo a casa mia ma, quando si temevano possibili rastrellamenti, preferivo nascondermi per lo più dentro le Case Popolari, dette “Gli Umili”, nell’attuale via Marco Polo, che erano state bombardate ed in parte abbandonate.

Varie volte i Repubblichini ed i militari tedeschi mi vennero a cercare a casa.

Nel frattempo mio fratello Renato, che allora aveva solo venti anni, si unì alla contraerea tedesca sull’Appennino Tosco-Emiliano. Parlammo prima che lui partisse, ma non mi sentii di giudicarlo: tanta era la confusione che regnava e, a differenza di me, lui non aveva mai avuto contatti con i militanti della Resistenza nell’ambiente di lavoro. Fece quella scelta unicamente perché non voleva essere deportato in Germania perché “sbandato”, non perché appoggiasse la Repubblica di Salò. Vi rimase qualche mese e poi, assieme ad altri, scappò e si unì ad un’unità partigiana. Non potevo avere contatti con lui e seppi della sua fuga solo quando ci rivedemmo dopo la liberazione di Bologna.

Il mio gruppo faceva parte della 1^ Brigata Irma Bandiera che a sua volta faceva parte della S.A.P. (Squadre Armate Partigiane): era il 3^ Battaglione Ciro, il capitano era Renato Cappelli.

Prima della fine dell’anno il capitano Cappelli mi chiese di diventare “comandante di squadra”, che equivaleva al grado di sottotenente, di un gruppo di otto partigiani.

Il nostro campo d’azione riguardava l’area che va dal sottopasso di via Zanardi fino a Trebbo di Reno. Controllavamo nuove postazioni tedesche sul territorio e loro eventuali spostamenti, cercavamo di rifornirci di armi.

Varie volte tagliammo fili elettrici lungo le linee ferroviarie per ostacolare il traffico merci che, direttamente ed indirettamente, riforniva l’esercito tedesco.

Spesso le azioni si compivano senza essere state pianificate, semplicemente quando se ne presentava l’occasione. Una di queste avvenne in via Agucchi dove, assieme a tre compagni, mi trovavo per perlustrare la zona. Vedemmo due militari tedeschi seduti sul ciglio della strada. Erano armati e noi avevamo bisogno di armi. Li affrontammo. Loro non immaginavano che avessimo le pistole. Le puntammo verso di loro. Un mio compagno cercò di strappare ad uno dei due il fucile, ma questo era agganciato alla spalla del tedesco. Non ci perdemmo d’animo ed un compagno gli sparò alla spalla. Riuscimmo a prendere il fucile ed anche l’arma dell’altro tedesco e scappammo.

Un’altra volta assieme ad un compagno andammo ad un appuntamento in Via San Felice con un ex repubblichino che sapevamo avere tenuto le armi dopo la diserzione. Era freddo, c’era neve ovunque e, di ritorno verso la base, sul viale presso Porta Lame, c’imbattemmo in una squadra di tedeschi probabilmente diretti a Sasso Marconi. Io, per l’occasione, indossavo un largo mantello nero di mio padre sotto cui avevo nascosto il fucile e le munizioni appena avute. Non potevamo tornare indietro per non destare sospetti. La squadra nazista camminava in due file parallele e noi passammo in mezzo….potete immaginare cosa provai….

Andò bene, ora sono qua a raccontarlo.

Ricordo che nel novembre 1944 ci attivammo al fine di rendere sicuro ed agibile un caseggiato di Via de’ Carracci dove si sarebbero poi sistemati partigiani provenienti dagli Appennini.

Questi partigiani avevano ricevuto l’ordine di scendere in città per aiutare noi a liberare Bologna qualche giorno prima dell’arrivo degli Alleati che già si trovavano in Romagna.

Si pensava infatti che la liberazione sarebbe avvenuta da lì a poco tempo, ma così non fu.

Il 13 novembre 1944 fu trasmesso per radio il Proclama del Generale Alexander, capo delle forze alleate in Italia, di «cessare le operazioni organizzate su vasta scala» pur «conservando le munizioni ed i materiali» ed «approfittando ugualmente delle occasioni favorevoli per attaccare i tedeschi e i fascisti» oltre che di «continuare nella raccolta delle notizie di carattere militare concernenti il nemico». Fortunatamente i partigiani, anche se delusi da questa comunicazione, non desistettero e si evitò così lo smantellamento della Resistenza.

Eravamo nell’autunno 1944, quello che sarà ricordato come “l’autunno bolognese”, in cui memorabili battaglie ebbero luogo nella mostra città, a riprova del fatto che i partigiani non si fermarono. A Porta Lame si combattè duramente il 7 novembre: da una parte contingenti provenienti dai distaccamenti della 7^ GAP e dall’altra forze repubblichine e tedesche. Qui persi amici e conoscenti che sfidarono con coraggio la superiorità di queste ultime.

Lo stesso in Piazza dell’Unità in cui si consumò la terribile Battaglia della Bolognina seguita ad un rastrellamento ad opera di fascisti e tedeschi. Era il 15 novembre. Undici partigiani persero la vita, altri sei vennero catturati, torturati e fucilati al Poligono di Tiro di via Agucchi, uno dei luoghi di Bologna designati alla fucilazione dei Partigiani e di coloro che si opponevano al regime nazifascista.

Passammo così quello che io ricordo come l’inverno più brutto della mia vita….e non credo solo io!

Un inverno di freddo, fame, paura.

E noi partigiani fummo costretti alla clandestinità mentre i repubblichini approfittarono del ritardo alleato per umiliarci, farci arrestare ed infiltrare spie ovunque. Giocarono sulla fame della gente: in Piazza Maggiore furono addirittura appesi volantini in cui si cercava di convincere i civili a denunciare i partigiani in cambio di un po’ di sale!

E come partigiano clandestino cominciai a lavorare per la Todt, la grande impresa tedesca che dapprima operò nella Germania nazista e poi in tutti i paesi occupati. Costruiva strade, ponti e altre opere di comunicazione, vitali per le armate tedesche e per le linee di approvvigionamento, ed anche opere difensive. Vi lavorai dal novembre 1944 fino a qualche giorno prima del 21 aprile, prima a Castenaso e poi a Calderaia di Reno che raggiungevo ogni giorno a piedi assieme ad altri ragazzi del rione. A Castenaso venivamo impiegati per scavare un grande fossato che doveva servire ad ostacolare l’avanzata dei carri armati avversari. A Calderara invece i tedeschi avevano occupato un casolare di campagna e volevano adattarlo per farne un punto di controllo e di avvistamento. Noi lo dovevamo ripulire.

In entrambi i casi era lampante l’inutilità dei compiti che dovevamo svolgere in modo spesso inadeguato: i tedeschi volevano tenerci impegnati affinché non partecipassimo alla Lotta di Liberazione.

Ricordo, per esempio, che quando fummo mandati la prima volta a Castenaso, ci fu ordinato di portare da casa una pala: anche alcuni studenti si presentarono e ciò che portarono fu una paletta!

A Calderaia, invece, era stato posto a sorvegliarci un giovane soldato tedesco molto giovane. Mi faceva quasi pena, probabilmente era in Italia contro la sua volontà e sentiva la fine prossima. Spesso a pranzo gli offrivamo noi qualcosa da mangiare perché i suoi superiori se ne dimenticavano.

Si arrivò così alla primavera.

Alcune compagnie tedesche erano nel frattempo state spostate e la richiesta del nostro lavoro non era più giornaliera. Eravamo anche meno controllati e, a differenza dell’autunno, potevamo permetterci di assentarci per qualche giorno senza essere classificati “sbandati”.

Si stava avvicinando il giorno della liberazione di Bologna che doveva avvenire, come programmato dal Generale Alexander, alcuni giorni prima dell’entrata dell’esercito alleato.

L’ultimo fatto cruento in ordine di tempo venne a ritardare questa giornata fatidica: il portaordini Dario, che avrebbe dovuto segnalarci quando entrare nel centro di Bologna, fu catturato dai nemici a Borgo Panigale in seguito ad una spiata e poi fucilato.

Entrammo così a Bologna solo nella notte tra il 20 ed il 21 aprile. Noi del 3^ Battaglione Ciro ci trovammo alla ex Fornace Galotti, diventata ora Museo del Patrimonio Industriale, in fondo a via della Beverara.

Da lì seguimmo il Canale Navile diretti in centro, passammo sotto il ponte di via de’ Carracci e risalimmo lungo i viali di circonvallazione fino all’altezza di via Don Minzoni. Qui scavalcammo una delle mura erette dai fascisti e dai tedeschi per evitare infiltrazioni partigiane. Ricordo che con noi c’era Dino, un ragazzo poliomielitico che aveva insistito per unirsi a noi in questa operazione memorabile nonostante avessimo cercato di dissuaderlo. Tanto era il suo entusiasmo che alla fine acconsentimmo: per scavalcare quel muro dovemmo aiutarlo spingendolo, ma ce la fece.

Fortunatamente non incontrammo nessuno durante questo tragitto.

Arrivammo in Piazza dei Martiri che allora si chiamava Piazza Umberto I. Qui si trovava, dalla parte di via dei Mille, un seminario abbandonato. Entrammo, come era stato preordinato, e rimanemmo in attesa dell’ordine finale di occupazione della città. Non dormimmo per l’eccitazione, rimanemmo sdraiati o seduti aspettando.

Solo verso mattina arrivarono alcune staffette per controllare se tutto fosse a posto da noi e poi un comandante che chiese a due volontari di andare a perlustrare il centro. Non ci fu tempo di aspettare il loro ritorno perché, nel frattempo, altre staffette vennero ad avvisarci che c’era fermento fuori, anche le altre formazioni partigiane si stavano muovendo. Uscimmo ed incontrammo non solo partigiani ma anche civili: i Polacchi infatti erano già entrati da Porta Mazzini ed i cittadini lo avevano saputo. Non si vedevano tedeschi: quelli che non erano riusciti a scappare erano già stati presi.

C’era la luce del mattino ora ed ai balconi i bolognesi avevano appeso il Tricolore. La gente si abbracciava ed urlava di gioia: Bologna era stata finalmente liberata!

Ero in Via Indipendenza col mio gruppo, entrammo in Municipio per prenderne possesso mentre i carri armati coi soldati polacchi ed americani stavano giungendo da via S. Vitale e Strada Maggiore.

Molti di noi però non si fermarono ed andarono a cercare fascisti e loro collaboratori dove sapevano di poterli trovare, uno di questi era il Vice Questore.

L’incontro più felice lo feci in Via Ugo Bassi dove incontrai la mia fidanzata, e futura moglie, corsa in centro alla notizia della liberazione. Impossibile descrivere l’emozione provata.

La lunga attesa era finita.

Eravamo liberi!

Seguirono giorni di frenesia totale. Furono istituiti dei comitati cittadini formati da antifascisti e personalità cittadine per processare chi, tra i fascisti e i civili, aveva compiuto azioni scellerate e crudeli. Venivano ascoltate testimonianze e, nel caso di provata colpevolezza, venivano portati via , presumibilmente fucilati in quello che era il macello comunale. Fu proprio durante uno di quei processi a cui andai ad assistere che riconobbi sulle scale del Tribunale di Bologna il famigerato gerarca fascista Conti, colui che organizzava le adunate del sabato nel mio quartiere e a cui ero stato costretto a partecipare marciando ed ascoltando l’indottrinamento del regime fascista. Stentai a riconoscerlo. Era pallido, impaurito, con barba incolta e sporco nei pantaloni, probabilmente a causa della paura che stava provando. Era affiancato da due partigiani che, dopo il processo, lo stavano conducendo all’esterno. Alcuni che, come me, lo avevano riconosciuto tentarono di picchiarlo: incontenibile era la rabbia e il dolore che provavamo verso chi ci aveva maltrattato per tanti anni causando la morte di cari ed amici. Ricordo che dissi ad uno di questi di fermarsi, di non infierire oltre perché Conti aveva già il destino segnato e noi dovevamo voltare pagina.

E la voltammo: pochi giorni dopo il 25 aprile fondammo una delle prime sezioni a Bologna del Partito Comunista Italiano. Si chiamò sezione Ceranto in memoria di un giovane partigiano della 7^ G.A.P. ucciso dai tedeschi nel cortile delle Scuole Silvani in via di Roveretolo. E qui ogni anno, il 25 aprile, una corona viene deposta in suo onore.

Ricordando lui vogliamo rendere onore a tutti gli altri che non ci sono più.

Luciano Michelini (Vittorio)

03 08 1921

Luciano Michelini (Vittorio)