Processo Congiusta: ecco i verbali del boss pentito Giuseppe Costa

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Processo Congiusta: ecco i verbali del boss pentito Giuseppe Costa

di Benedetta Malara – Ha iniziato a collaborare con la giustizia da pochi mesi Giuseppe Costa, originario di Siderno e fratello del più famoso Tommaso Costa, condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Gianluca Congiusta, imprenditore di Siderno ucciso nel 2005. Costa è detenuto da più di vent’anni, condannato per associazione mafiosa come appartenente all’omonima famiglia di Siderno ed omicidio, e le risposte alle domande del Procuratore Nicola Gratteri e del Sostituto Procuratore Antonio De Bernardo, fanno sì che le sue dichiarazioni siano incluse nei fascicoli dei processi per gli omicidi di Gianluca Congiusta e Pasquale Simari, in cui sono imputati, oltre al fratello, altri esponenti di ‘ndrangheta della Locride.

Costa fornisce una descrizione precisa della “vecchia” ‘ndrangheta, quella degli anni ’70, quando lui stesso ne entrò a far parte, “affiliato alla locale di Siderno come picciotto, con il consenso di Francesco Commisso”. Costa racconta dei suoi buoni rapporti con i Cataldo di Locri, gli stessi Cataldo che si occuperanno dell’entrata nel mondo della ‘ndrangheta di suo fratello, Tommaso. Nei vari interrogatori, che si incentrano principalmente sull’omicidio Congiusta e su quello dell’imprenditore Pasquale Simari, Costa fa anche il nome di Giuseppe Curciarello, condannato insieme a Costa a 25 anni di reclusione in primo grado: “Curciarello lo ha cresciuto Tommaso – racconta Giuseppe Costa – ha doti di ‘ndrangheta perché gliele ha fatte avere Tommaso […] era Tommaso che teneva i rapporti con i Curciarello”.

Spazio anche per Leone Clemente Alberto – anche lui affiliato e successivamente collaboratore di giustizia – e Bayan Kalhed, uomo “che voleva essere arruolato nella ‘ndrangheta ed è stato portato avanti da mio fratello Tommaso e da Vittorio Sia”. I due sarebbero stati messi in contatto proprio da Giuseppe Costa, e Leone si sarebbe anche messo a disposizione per commettere delitti all’interno della guerra di mafia di Siderno. Costa racconta di un episodio in cui Leone disse di aver comprato un bazooka, che riferì successivamente durante la propria collaborazione con la giustizia, era destinato ad un attentato contro l’onorevole Tatarella. “Non è vero – dice oggi Costa – era per i Commisso e Leone ha evidentemente avuto paura di dirlo per timore di ritorsioni”. Costa, poi, avrebbe anche indirizzato Leone “da Diego Spinella per il traffico di stupefacenti, ma siccome il Leone si presentò da Spinella con il carabiniere Giordano, Spinella divenne diffidente e non se ne fece più nulla. Leone non era a conoscenza del ruolo di killer del Giordano. […] io misi in contatto, per la droga, il Leone con il Pollifroni Silvestro di Ciminà, che lo riforniva”.

Tanti nomi vengono fuori nonostante le intere pagine di omissis, quello di Francesco Marzano, “uno ‘ndranghetista, me lo aveva presentato Antonio Ursino che lo aveva conosciuto in carcere, era della ‘ndrina di Siderno Superiore. O ancora quello di un altro Curciarello, Michele, che “voleva essere affiliato ma gli dissi che per essere affiliato doveva prima vendicare la morte del padre Giuseppe”. Michele, come dichiarato da Costa, avrebbe rapporti con la famiglia Cataldo di Locri: “Dalle reazioni di mio fratello Tommaso nel processo Simari  (in cui Tommaso Costa è ritenuto essere l’esecutore materiale dell’omicidio, ndr) ho intuito che lui doveva essere contrariato per il comportamento di Michele Curciarello e di Antonio Cataldo in relazione all’omicidio di Salvatore Cordì di Siderno”. Salvatore Cordì – detto “U cinesi” – venne ucciso con svariati colpi di fucile calibro 12 caricato a pallettoni il 31 maggio del 2005, nell’ambito della faida tra i Cataldo ed i Cordì. Per l’omicidio Curciarello è stato condannato all’ergastolo poco più di un anno fa. “Non ho mai avuto modo di confrontarmi – specifica Giuseppe Costa – neanche indirettamente con mio fratello Tommaso in ordine all’omicidio di Salvatore Cordì”. A Costa viene chiesto anche dell’omicidio di Pietro Caccamo, vittima anche lui della faida tra i Cataldo e i Cordì, ucciso nell’autunno nel 2000, ma Costa dichiara di non saperne nulla.

I Cataldo, in ogni caso, avrebbero avuto un ruolo centrale nella vita dei fratelli Costa, anche se il carcere li ha sempre tenuti lontani. “I rapporti tra mio fratello ed i Cataldo – racconta Costa riferendosi a Tommaso – non erano soltanto di amicizia “lecita”, come c’erano con me, ma vi era anche altro, dal momento che i Cataldo hanno conferito le prime doti di ‘ndrangheta a mio fratello”. Rapporti che avrebbero intrattenuto anche con i Curciarello, sia Giuseppe sia Michele, in “un periodo in cui Curciarello Giuseppe ha “alzato la testa” e Curciarello Michele ha cominciato a trafficare droga e ad intrattenere buoni rapporti con i Commisso. I Cataldo avevano bisogno di loro e penso che non avrebbero mai potuto consumare l’omicidio di Cordì Salvatore in Siderno senza il loro appoggio”. Michele e Giuseppe Curciarello, secondo Costa, avrebbero avuto un ruolo centrale nell’omicidio di Cordì: “penso che necessariamente i Curciarello hanno a che vedere con l’omicidio, e se, come mi dite, era libero anche Giuseppe Curciarello, di sicuro c’è anche il suo zampino, perché Giuseppe Curciarello ha sempre “tenuto in pugno” i suoi cugini”.

Costa dichiara di essere stato un buon amico dei Cordì, “ci prendevamo il caffè – afferma – conoscevo Giuseppe, figlio di Cosimo, Antonio, il ragioniere, e Cosimo, quello ucciso”. Racconta anche della momentanea tregua tra i Cordì e Cataldo, iniziata alla fine degli anni ’60 e durata fino agli anni ’90: “avendo rapporti cordiali con questi Cordì di certo non guastavo i rapporti che avevo con i Cataldo, di certo un “buongiorno e buonasera” non potevano mettere in discussione l’amicizia con i Cataldo”.

Quando invece è ripresa la faida tra le due famiglie, Costa racconta di essere stato latitante e successivamente in carcere, e quindi di essersi regolato come sempre, “facendomi i fatti miei”. Anche per questo, Costa dichiara di non sapere nulla degli omicidi avvenuti nella Locride in quel periodo, tra cui proprio quelli di Congiusta e Simari. Tuttavia, le dichiarazioni di Costa sono confluite proprio nel procedimento d’appello per far luce sull’omicidio Congiusta. Le conoscenze del collaboratore – che verrà ascoltato in aula il prossimo 5 febbraio – dovrebbero, nell’ottica dell’accusa, “blindare” la posizione dei due imputati, Costa e Curciarello e arrivare alla pronuncia di responsabilità penale, anche nel secondo grado di giudizio: “Ricordo che nel corso dell’anno 2005, mentre ero latitante, mio fratello Tommaso mi ha mandato una lettera con la quale, seppur con un linguaggio convenzionale, mi faceva capire che con i Commisso non poteva esserci pace e che stavano nascendo di nuovo delle frizioni; successivamente, tramite colloqui in carcere, avevo appreso che mio fratello Tommaso aveva chiesto qualcosa a Racco della Gru e che era intervenuto Rumbo Riccardo il quale aveva detto a Tommaso che doveva lasciar stare Racco perché interessava a lui; a quel punto ho capito quale tipo di situazioni avevano indotto Tommaso a scrivermi quella lettera”. Frasi, quelle del collaboratore, che testimonierebbero la piena partecipazione del fratello Tommaso alla vita criminale di Siderno e, anzi, i tentativi di ritagliarsi uno spazio, nonostante la presenza opprimente dei Commisso: “La lettera di mio fratello Tommaso inviatami nel 2005 riportava come mittente Costa Tommaso mio nipote, ma ho capito che si trattava di mio fratello dalla grafia che io conoscevo bene perché precedentemente ci scrivevamo”.

Pur essendo detenuto da anni, Costa ricostruisce in maniera dettagliata quello che è il contesto criminale della Locride. La descrizione dei rapporti della sua famiglia con le altre consorterie dell’epoca è particolare e precisa, come quando elenca gli appartenenti alla famiglia Cataldo: “Franco Cataldo so essere il fratello di Antonio, appartiene come il fratello alla ‘ndrangheta, ma il fratello Antonio ha più carisma. Io ho frequentato di più Michele, Antonio e Nicola Cataldo, ma ho conosciuto direttamente anche Francesco. Non so dire se mio fratello Tommaso conoscesse Antonio Cataldo. Giuseppe Cataldo – continua Costa – è anche venuto a casa mia quando ero agli arresti domiciliari”. Cataldo avrebbe chiesto a Costa della droga quando era a Torino, “ma io non ne avevo, non la potevo trattare perché era monopolio dei Commisso”. Costa rivela come Cataldo fosse il fratellastro di Pietro Caccamo, lo stesso Pietro Caccamo ucciso nel 2000, e che i due si trattassero come fratelli. “Era un fatto notorio che entrambi trattavano droga – afferma Costa – probabilmente anche con Michele Curciarello”.

Ma Gratteri e De Bernardo chiedono anche di Antonio “Don Totò” Ursino, finito in manette nell’operazione “Mistero” e ritenuto responsabile dell’omicidio di Pasquale Simari. Secondo la tesi dell’accusa Simari, volendo allargare i suoi orizzonti criminali aveva allacciato rapporti con elementi affiliati alla cosca Cordì di Locri, che in quel periodo – siamo nel 2005 –  era in piena guerra con i Cataldo, alleati con la famiglia mafiosa Costa-Curciarello di Siderno, federata a sua volta con la cosca Ursino di Gioiosa. Simari, dopo alcuni dissidi proprio con gli Ursino, li avrebbe sfidati apertamente recandosi al funerale di Salvatore Cordì. Per questo, appena due mesi dopo, sarebbe stato ucciso. Giuseppe Costa, a cui viene mostrata una foto attuale di Ursino, dichiara di non riconoscerlo, “ma lo conosco dagli anni ’70 – ha detto – so che traffica droga e spesso non la paga, fa parte della ‘ndrangheta”.

fonte: Il dispaccio