Locride Costretto ad assumere il figlio del boss

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Locride

Costretto ad assumere il figlio del boss

Cinque arresti per usura ed estorsione ai danni di un imprenditore, che ha trovato il coraggio di denunciare. Doveva versare lo stipendio al giovane senza che lavorasse. In manette anche un ergastolano scarcerato nel 2010 per decorrenza dei termini

Giuseppe Belcastro

REGGIO CALABRIA Costringevano un imprenditore a versare alla cosca mille euro al mese oltre ad assumere il figlio del boss al quale doveva versare lo stipendio senza che questo lavorasse.
Si è conclusa con cinque provvedimenti di fermo l’operazione “Dogville”, condotta dalla squadra mobile e coordinata dal procuratore aggiunto Nicola Gratteri e dal sostituto Antonio De Bernardo.

Tra gli arrestati c’è anche un ergastolano che, nel 2010 era stato scarcerato per decorrenza termini mentre era in attesa della sentenza definitiva della Cassazione per un omicidio commesso durante la faida di Sant’Ilario. Si tratta del boss Giuseppe Belcastro che, da stamattina, è stato assicurato alle patrie galere nella speranza che, nei prossimi mesi, la sua condanna all’ergastolo diventi definitiva.
Con lui, in manette, sono finiti gli esponenti della cosca “Belcastro-Romeo” scissionista della famiglia mafiosa D’Agostino di Sant’Ilario dello Jonio.
Il provvedimento di fermo, che adesso deve essere convalidato dal gip, ha raggiunto Antonio Galizia (di 24 anni), Giuseppe Nocera (50), Domenico Musolino (57 anni) e Ivano Tedesco (50).
Stando alla ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia, il denaro estorto all’imprenditore finiva nelle tasche di Belcastro. Secondo quanto emerso dalle indagini della squadra mobile di Reggio Calabria e dei commissariati di Bovalino e Siderno, infatti, la vittima è stata costretta ad assumere come braccianti agricoli alcuni affiliati alla cosca oltre a dover pagare direttamente somme di denaro. Vessato dalla cosca, l’imprenditore ha denunciato tutto alla polizia fornendo i riscontri all’attività di indagine che aveva già dimostrato l’operatività del boss Giuseppe Belcastro e dei suoi scagnozzi nel territorio di Sant’Ilario dello Jonio.
Gli assegni usati per pagare gli stipendi, nonostante gli assunti non si recassero al lavoro, venivano portati all’incasso da uno degli indagati, che poi girava il denaro a Belcastro.
La Dda di Reggio è riuscita a documentare le pressanti richieste di denaro necessarie a pagare il pizzo. Tra queste anche, da parte della cosca, la pretesa che l’imprenditore versasse agli indagati 60mila euro. Somma per la quale la vittima aveva iniziato a chiedere dei prestiti alla stessa consorteria mafiosa.
Nel corso della conferenza stampa, il questore Guido Longo ha sottolineato l’importanza di denunciare: «Grazie all’attività dei colleghi della Mobile e dei commissariati di Siderno e Bovalino, si è fatta luce sull’episodio che è la dimostrazione che, se si denuncia, si riesce a dare un colpo serio alla ‘ndrangheta. Altrimenti è tempo perso. Nella cultura di questa provincia il concetto della denuncia ancora non è entrato. Quando si paga il pizzo non si finisce più. Quest’imprenditore ha deciso di recidere questa spirale».
Gli fa eco il capo della squadra mobile Gennaro Semeraro secondo cui «solo collaborando con le forze di polizia si riesce a sferrare colpi alla ‘ndrangheta».
«Il reato di estorsione, – ha spiegato il procuratore aggiunto Nicola Gratteri – dopo quello del traffico di droga è il più diffuso e antico della ‘ndrangheta. È il reato che serve a dimostrare il potere e a delineare i confini del territorio. La collaborazione dell’imprenditore è stata fondamentale ma eravamo già riusciti a ottenere segnali che ci avevano portato a sospettare di Giuseppe Belcastro».

Lucio Musolino

fonte: Corriere della Calabria