Gli avvocati che a Milano chiudono un occhio sulla mafia

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Gli avvocati che a Milano chiudono un occhio sulla mafia,

nel mito di Carlito’s Way

Troppo vicini alla criminalità organizzata da farne parte. Spesso finiti dietro le sbarre, per aver lavorato nell’interessi dei boss di camorra e ‘ndrangheta. Milano inizia a fare i conti con casi sempre più frequenti di avvocati che sbagliano, beccati a operare più che nell’interesse della giustizia in quella delle cosche. Quasi fossero dei novelli David Kleinfeld di Carlito’s Way – il celebre personaggio interpretato da Sean Penn nel film di Brian De Palma, diversi legali sono stati beccati in questi anni per aver aiutato la criminalità organizzata in traffici economici e finanziari poco chiari oppure, più semplicemente, come spie a palazzo Giustizia.

Venerdì 21 settembre è finito in arresto Mariano Baldini, orginario di Caserta e con studio nel capoluogo lombardo. Lo ha arrestato di prima mattina gli uomini della Guardia di Finanza con l’accusa di associazione a delinquere ma ai magistrati si riservano di verificare le accuse di criminalità organizzata. Stando alle indagini del pm di Milano Stefano Civardi, Baldini, 43 anni, sarebbe stato a capo dell’associazione che dopo aver ingannato i creditori con società in fallimento, attraverso un sistema di trust, avrebbe ‘protetto’ il patrimonio anche di alcuni pregiudicati.

In pratica, per gestire il patrimonio dei camorristi al nord aveva creato un sistema di società simile a quello delle scatole cinesi, pagando persino persone in difficoltà economiche per diventare amministratore delle stesse società. Uno studio di consulenza legale ‘Baldini & Partners’ all’avanguardia, in via Sciesa vicino a piazza Cinque Giornate ma con sedi pure a New York,  macchine di lusso, case in Brianza e in centro a Milano, Baldini rischia di essere l’ennesimo caso di avvocato finito nell’occhio del ciclone.

Non era nemmeno iniziata la primavera, quando in via Durini, allo studio Mgm bussò la Guardia di Finanza. Era mattina anche allora. E le fiamme gialle indagavano per conto di tre procure – Milano, Napoli e Reggio Calabria – sullo scandalo della Lega Nord, tra la finanza creativa dell’ex tesoriere Francesco Belsito e i collegamenti con la ‘ndrangheta di Paolo Scala e Stefano Bonet. Tutto ruota intorno al giovane avvocato calabrese Bruno Mafrici, nato 11 giugno del 1975 a Melito di Porto Salvo in provincia di Reggio Calabria. Mafrici che non è neppure avvocato è indagato per riciclaggio, ma compare pure in altre indagini della Dda calabrese, tra queste pure un omicidio del 2008.

La lista è lunga. C’è pure Vincenzo Minasi, avvocato del foro di Palmi con studio anche a Milano, Como e Lugano. Il suo nome compare tra le carte dell’indagine sul clan Valle-Lampada, dove i pm scrivono:  «Utilizza il suo studio legale per incontri riservati agli arresti del luglio 2010, per elaborare strategie tese da un lato a salvaguardare l’ingente patrimonio accumulato dai sodali con le attività illecite, dall’altro a evitare il loro coinvolgimento in vicende giudiziarie a seguito delle fughe di notizie circa le indagin in corso nel periodo 2009-2010».

Se non fossero intervenuti gli arresti Minasi avrebbe dovuto dare linfa alla Indres Immobiliare, società che con l’intervento del gip di Palmi Giancarlo Giusti, (anche lui condannato con Minasi, ha poi tentato il suicidio nel carcere di opera nella giornata di ieri, salvato in extremis dal personale penitenziario è in coma all’ospedale San Paolo) poi arrestato e l’architetto Pullano, perito incaricato dal tribunale, avrebbero potuto aggiudicarsi immobili di valore, magari tra quelli confiscati dai tribunali. Operazioni complesse favorite dall’ingresso in scena, ha raccontato Minasi agli inquirenti, del notaio Borelli, già magistrato a Monza, poi notaio tra Milano e Lugano. Così grazie ai labirinti societari costituiti tra l’Italia, la Svizzera e il Belize si sarebbero perse le tracce della riconducibilità dell’immobiliare.

Un labirinto, ha specificato di nuovo Minasi davanti al Pubblico Ministero della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, Paolo Storari, che serviva tutelare queste persone, a schermare queste persone a rendere invisibili queste persone, e queste persone sono Giusti Giancarlo, magistrato, Giglio Vincenzo, medico, Pullano Salvatore, architetto, e Giulio Lampada della cosca Valle/Lampada”. E poi ancora l’avvocato Luciano Lampugnani, che fu assolto dal riciclaggio e dalla tentata estorsione, ma condannato a 5 anni per episodi di usura emersi in seguito e non in relazione al clan mafioso.

Scrivevano comunque di lui i pm della Dda di Milano «il professionista si palesa già come persona nota per operazioni veramente poco trasparenti». Un’altra figura che dalla lettura delle carte dell’antimafia meneghina risulta interessante è quella dell’avvocato Salvatore Arcadipane, cassazionista con studio a Milano in Viale Umbria 54, e già avvocato difensore di alcuni dei condannati nel rito abbreviato del processo scaturito dall’indagine antimafia “Infinito”. Arcadipane, compare nell’ultima ordinanza in ordine di tempo della più ampia indagine «Crimine-Infinito» i cui arresti sono partiti nel luglio 2010 e a oggi non sono ancora del tutto esauriti. Un esempio ne è proprio l’operazione «Ulisse», costola di Infinito, che ha portato 37 persone agli arresti.

Arcadipane non è tra gli indagati. Nell’ordinanza firmata dal gip Ghinetti si legge però che il noto avvocato del foro di Milano avrebbe elargito notizie circa la collaborazione del pentito Michael Panajia (uno dei killer del commando che ha freddato il boss Carmelo Novella a San Vittore Olona). Il 15 giugno in una intercettazione fra De Masi e un altro indagato si legge come lo stesso De Masi riferisca al suo interlocutore che «di quel fatto (del pentimento di Panaja, ndr) è confermato tutto!».

Il pm richiamerà un episodio del 13 giugno che riguarda Arcadipane, ovvero quando l’avvocato si reca al carcere di Monza per un colloquio con il pentito e, scrive il gip Andrea Ghinetti “per un errore del personale di quella Casa Circondariale, al legale viene comunicato che il detenuto era collocato nell’area dei collaboratori di giustizia”. Tuttavia, nell’indagine in questione, la posizione di Arcadipane sembra essere considerata più un episodio da chiarire che una contestazione specifica.