Libia, 31 ottobre, la guerra finisce

Print Friendly

Libia, 31 ottobre, la guerra finisce

Muammar Gheddafi continua a suscitare controversie anche da morto: non solo non c’è ancora alcuna certezza sulle circostanze in cui l’ex leader libico è stato eliminato, ma tra i suoi stessi nemici emergono divergenze persino su dove e quando seppellirlo. L’ufficio dell’Alto rappresentante delle Nazioni Unite per i diritti umani ha chiesto che sia aperta un’inchiesta sulla morte del colonnello. Annunciata per domani, invece, la proclamazione della nuova Libia da parte del Cnt.


Il 31 ottobre la NATO si ritira

Muammar Gheddafi continua a suscitare controversie anche da morto: non solo non c’è ancora alcuna certezza sulle circostanze in cui l’ex leader libico è stato eliminato, ma tra i suoi stessi nemici emergono divergenze persino su dove e quando seppellirlo, che in realtà potrebbero celare ben altri motivi di disaccordo legati al futuro del Paese. Nel frattempo sarebbe stato catturato anche il secondogenito e delfino designato del defunto Colonnello, Seif al-Islam.
Dapprima dato per ucciso anch’egli a Sirte, al pari del padre e del fratello minore Mutassim-Billah, poi come in fuga attraverso il deserto, diretto verso la frontiera con il Niger, Seif sarebbe invece stato arrestato la notte scorsa alla periferia sud di Zliten, sulla costa, una sessantina di chilometri a ovest di Misurata, insieme ad alcuni suoi fedelissimi. Secondo Chaouch Ali, un comandante degli insorti citato dall’emittente satellitare di Dubai ‘al-Arabiya’, l’erede di Gheddafi sarebbe rimasto ferito al basso ventre in una sparatoria, e attualmente sarebbe stato affidato alle cure dei medici perché “vogliamo mantenerlo in vita per poterlo trascinare davanti alla giustizia”, ha puntualizzato ancora Ali.

Il ritiro della NATO
Unified Protector, la missione militare della Nato in Libia, chiuderà il 31 ottobre. Fino ad allora continuerà a monitorare la situazione, “pronta ad intervenire se necessario”, dopo si ritirerà: una fine netta.
E’ la ‘decisione preliminare’ cui gli ambasciatori del Consiglio Atlantico sono arrivati dopo una riunione-fiume di cinque ore nel quartier generale di Bruxelles. La ‘comunicazione formale’ della fine delle operazioni aereo-navali saràpresa all’inizio della settimana prossima, ha detto il segretario generale, Anders Fogh Rasmussen, che nel frattempo si consulterà con Nazioni Unite e Cnt.
Missione “di straordinario successo”, l’ha definita Rasmussen che nella conferenza stampa tenuta in tarda serata ha parlato di “orgoglio” di “dovere compiuto” e rivendicato quanto Unified Protector, la prima operazione a guida più europea che americana, sia stata “veloce, flessibile, efficace e precisa”.

Non è stato facile arrivare a decidere di chiudere le operazioni militari. Perché gli europei, divisi sulle formule per salvare l’eurozona, non erano d’accordo sui tempi e sulla modalità della formula d’uscita.
Prima che cominciasse il Consiglio Atlantico, l’ammiraglio americano James Stavridis, comandante supremo del teatro europeo, aveva postato su Facebook la sua opinione: chiedere la fine della missione. Da Parigi il presidente francese, Nicolas Sarkozy, diceva che a suo modo di vedere la fine della missione era imminente. Da Londra il ministro degli esteri William Hague affermava che se da una parte era vero che la morte di Gheddafi “avvicina molto” la fine delle operazioni, dall’altra il Foreign Office avrebbe voluto “essere sicuro che non ci siano ancora sacche di forze filogheddafi in grado di minacciare la popolazione civile”. La soluzione scelta fa pensare che alla fine abbia prevalso la linea di Londra, peraltro caldeggiata anche dai militari secondo i quali “i pompieri non lasciano il luogo di un incendio prima di essere sicuri che il fuoco sia davvero spento”.
Tra dieci giorni gli aerei e le navi della Nato torneranno nelle loro basi di partenza. Ma da subito tocca al Cnt la gestione degli affari interni ha sottolineato Rasmussen, intendendo che saranno loro a dover individuare responsabilità nella fine di Gheddafi. Ed ha ricordato che la Nato è andata in soccorso del Cnt perché ha promesso di garantire “democrazia e rispetto dello stato di diritto”.

La fine del rais
La salma di Gheddafi si trova attualmente a Misurata, dove era stata portata dopo l’uccisione a Sirte, sua città di origine: non è stata composta in un obitorio, bensì depositata in una grossa cella frigorifera del locale bazar.
Presentava un foro di proiettile alla tempia sinistra, oltre a una vasta abrasione e a diversi graffi sul viso; il corpo era sporco di sangue, ma meno di quanto non fosse apparso nel video girato con un cellulare dopo la sua cattura. Stando all’anatomopatologo che ha eseguito l’autopsia, Ibrahim Tika, causa primaria del decesso sarebbe stato comunque un colpo di arma da fuoco all’addome, che gli ha perforato l’intestino. “Gheddafi si vedrà riconoscere i propri diritti come qualsiasi altro musulmano”, ha assicurato uno dei comandanti delle milizie ribelli di Misurata, Abdul-Salam Eleiwa. Eleiwa non è stato però in grado di precisare in quale luogo avverrà l’inumazione. Ed è proprio su questo punto che si prospettano divisioni. Negli ambienti del Consiglio Nazionale Transitorio si dice alternativamente che “non è ancora stata presa alcuna decisione”, oppure che sarà sepolto oggi stesso in un luogo destinato a restare segreto. In realtà a stoppare ogni decisione sarebbe stata la richiesta delle Nazioni Unite. Giungerà in Libia una squadra di esperti forensi incaricata dal Tribunale penale internazionale (Tpi) per accertare le cause della morte del raìs. Se il presidente deposto è stato ucciso dopo la sua cattura questo rappresenterà “un crimine di guerra”.

La morte di Gheddafi infiamma le piazze arabe

Dallo Yemen alla Siria, e persino nella relativamente tranquilla Giordania, la notizia della morte del colonnello libico Muammar Gheddafi infiamma le piazze e da’ ancor maggiore vigore alla protesta, mentre dall’Iraq, dove le immagini arrivate da Sirte hanno ravvivato la memoria della fine di Saddam Hussein, giungono congratulazioni ma anche appelli ad evitare sanguinose divisioni intestine.
“Gheddafi è finito. Ora è il tuo turno, Bashar!'”, hanno gridato i dimostranti nella città di Maaret al-Numaan, nelle provincia nordorientale di Idlib in Siria, dove anche oggi in migliaia sono tornati nelle strade per chiedere la fine del regime del presidente Bashar al Assad. E anche oggi la repressione è stata sanguinosa, con un bilancio di almeno 19 civili, tra cui un bambino di 8 anni, uccisi in tutto il Paese, secondo gli attivisti anti-regime.
Stessi toni in Yemen, dove decine di migliaia di manifestanti dell’opposizione yemenita scesi nelle strade di Sanaa per chiedere che il presidente Ali Abdallah Saleh lasci il potere dopo 33 anni: “Ali, tocca a te, a te e a Bashar”. La morte di Gheddafi ha infiammato i rivoluzionari in tutto il mondo arabo.
Anche in Giordania, dove gli oppositori non mettono in discussione la figura del re Abdallah, ma chiedono riforme costituzionali che ne limitino i poteri nella nomina dei governi, migliaia di manifestanti di gruppi islamici, attivisti di sinistra e leader tribali sono tornati a scendere in piazza, tra pesanti misure di sicurezza.
In Iraq centinaia di giovani sostenitori del leader radicale sciita Moqtada Sadr hanno inscenato una manifestazione di giubilo a Khalis, nei pressi di Baquba, una cinquantina di chilometri a nord-est di Baghdad, per la fine di colui che accusano tra l’altro di avere ucciso l’Imam sciita irano-libanese Mussa Sadr nel 1978. Anche il primo ministro Nuri al Maliki ha fatto le sue “congratulazioni” al popolo libico e al Consiglio di transizione nazionale, mettendo però in guardia i libici dal cadere nella trappola delle divisioni intestine come quelle che dopo la caduta di Saddam Hussein hanno provocato decine di migliaia di morti in Iraq.
In una dichiarazione diffusa dal suo ufficio, il premier iracheno ha salutato “la fine del despota Gheddafi”, dopo “quattro decadi contrassegnate dall’ingiustizia e dalla tirannia”. “Facciamo appello al popolO libico – conclude la nota – perché mantenga l’unità e costruisca una nuova Libia in cui prevalgano la giustizia e la libertà”.
Nonostante siano scese a livelli molto inferiori rispetto ai picchi raggiunti nel 2006 e 2007, permangono le violenze inter-etniche e inter-confessionali in Iraq, dove gli attentati mortali si susseguono quotidianamente. Dalla caduta del regime di Saddam, nel 2003, oltre centomila iracheni hanno perso la vita, secondo stime del sito Iraq Body Count, e soltanto dall’inizio di ottobre si contano non meno di 221 vittime.