Reggio Calabria, ordigno a palazzo di Giustizia

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Reggio Calabria, ordigno
a palazzo di Giustizia

Una bomba a basso potenziale contro il giudice Lombardo. ennesimo tentativo di intimidazione nella città calabrese

Reggio Calabria, ordigno a palazzo di Giustizia

I rilievi nel parcheggio del Palazzo di Giustizia a Reggio Calabria (ansa)

di GIUSEPPE BALDESSARRO

REGGIO CALABRIA – Hanno piazzato una bomba nei parcheggi del Palazzo di Giustizia. Ci hanno messo accanto la fotografia del Pm della Dda Giuseppe Lombardo. E poi se ne sono andati indisturbati, come se nulla fosse. In pieno giorno (erano da poco passate le 13), nell’edificio più controllato della città. Senza preoccuparsi dei sistemi di video sorveglianza, ne dei militari dell’Esercito che in assetto da guerra presidiano l’intero isolato e le sue vicinanze. L’ordigno, sia pure a basso potenziale, se innescato avrebbe potuto fare danni seri. Anche alla luce del fatto che è stato lasciato in un’area di sosta utilizzata da dipendenti e dal pubblico che ogni giorno si reca in Tribunale. Una sorta di grossa bomba carta, scoperta da un uomo della stessa scorta di Lombardo che stava per entrare in servizio.

L’ordigno insomma avrebbe potuto far male. Cosa che in ogni caso è avvenuta, sia pure non dal punto di vista fisico. I clan della ‘ndrangheta hanno infatti dimostrato, ancora una volta, di poter colpire chiunque, ovunque e in qualsiasi momento.

Il sostituto Giuseppe Lombardo non è nuovo alle “attenzioni” della criminalità organizzata. Le cosche reggine si erano già fatta sentire in passato. In altre tre occasioni il magistrato era stato oggetto di minacce esplicite. Il primo marzo scorso, il pm reggino era stato informato di una busta con dentro un proiettile di mitra kalashnikov, intercettata dal centro di smistamento della posta di Lamezia Terme. In precedenza Lombardo aveva già ricevuto due buste contenenti proiettili. Il 25 gennaio del 2010 si trattava di una cartuccia caricata a pallettoni ed il 17 maggio successivo, oltre al proiettile, nella missiva c’era un messaggio di morte. Giuseppe Lombardo è titolare di quasi tutte le inchieste che riguardano i clan della ‘ndrangheta di Reggio Calabria. Negli ultimi mesi ha rappresentato l’accusa in processi come “Meta”, “Agathos”, “Bless” e “Vertice”, che vedono alla sbarra i capi storici della mafia reggina. Ed è sempre lui a gestire le dichiarazioni di buona parte dei pentiti della città che inchiodano i boss delle famiglie De Stefano, Libri, Tegano, Serraino e Condello.

Ed è lunga la scia di intimidazioni, avvisi espliciti che hanno fatto alzare l’attenzione sui magistrati di Reggio Calabria. Lombardo in questo senso appare uno tra i più esposti, anche se non l’unico, come dimostrano le cronache degli ultimi 2 mesi. Un’escalation senza precedenti, nel corso della quale sono stati fatti esplodere due ordigni. L’ultimo, il 26 agosto 2010, davanti l’abitazione del Procuratore Generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro. Preceduto, il 3 gennaio del 2010, dalla bombola di gas che sventrò il portone della Procura Generale. Per non dimenticare poi gli episodi che hanno riguardato il pm della Dda Antonio Di Bernardo e una missiva intimidatoria per il Procuratore della Repubblica Giuseppe Pignatone. A cui seguì il ritrovamento del bazooka, lasciato a poche decine di metri dall’Ufficio di Procura, e indirizzato proprio al capo della Procura della Repubblica. Ancora, nel mese di agosto 2010, una cartuccia venne rinvenuta sul parabrezza dell’auto del Procuratore di Palmi, Giuseppe Creazzo. Sempre nel 2010, furono anche registrati due sabotaggi alle autovetture di servizio dei magistrati. In un caso fu interessata la macchina di Di Landro, nell’altro quella del sostituto procuratore generale Adriana Fimiani. Ad entrambe vennero svitati i bulloni delle macchine di servizio.

Per una parte di questa spirale di attentati e intimidazioni sono finite in carcere diverse persone. Secondo le indagini di Polizia e Carabinieri, infatti, per quanto riguarda le bombe ed il bazooka la strategia sarebbe stata voluta dai fratelli Luciano ed Antonino Lo Giudice, capi dell’omonima cosca, come una sorta di vendetta contro magistrati e forze dell’ordine per gli arresti e gli ingenti sequestri di beni subiti.