L’ecomafia non conosce crisi

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IL DOSSIER

L’ecomafia non conosce crisi
Il record di reati è in Campania

Presentato il Rapporto Legambiente. Nel 2010 le organizzazioni criminali hanno incassato 19,3 miliardi di euro. Fra i traffici più vistosi i rifiuti, l’abusivismo edilizio, le frodi alimentari e i furti di opere d’arte. Campania sempre in testa alla classifica dell’illegalità ambientale seguita da Calabria, Sicilia e Puglia. Ma crescono gli illeciti anche in Lombardia

di MONICA RUBINO

ROMA – Come un virus, con diverse modalità di trasmissione e una micidiale capacità di contagio. Avvelena l’ambiente, inquina l’economia, mette in pericolo la salute delle persone, uccide in maniera brutale. Può nascere in provincia di Caserta o di Reggio Calabria, riprodursi a Milano, entrare in simbiosi con altre cellule a Berlino e Amsterdam, saldare il suo Dna con ceppi lontani, fino a Hong Kong. Nell’Italia che fa fatica a uscire dalla crisi c’è un’organizzazione che gode di ottima salute. E’ l’ecomafia, che non manca di liquidità perché nessuno si può rifiutare di pagare. Non ha bilanci in sofferenza perché, se nel 2010 gli incassi sono stati di poco inferiori rispetto all’anno precedente (19,3 miliardi di euro contro i 20,5 del 2009), è pur sempre in attivo. E’ il ritratto che emerge da “Ecomafia 2011”, il rapporto curato da Legambiente 1 per i tipi di Edizioni Ambiente e presentato oggi a Roma nella sede del Cnel.


L’INTERATTIVO 2

Nell’anno delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, c’è un’altra strada che unisce il nostro Paese da un capo all’altro. È quella della criminalità ambientale: un cammino fatto di 82.181 tir carichi di rifiuti, uno dietro l’altro, lungo 1.117 chilometri, più o meno da Reggio Calabria a Milano. Un’interminabile autocolonna immaginata sommando i quantitativi di ‘monnezza’ (2 milioni di tonnellate) sequestrati solo in 12 delle 29 inchieste per traffico illecito di rifiuti messe a segno dalle forze dell’ordine nel corso del 2010. Ben 540 campi da calcio, invece, possono rendere l’idea del suolo consumato nel 2010 dall’edilizia abusiva, con 26.500 nuovi immobili stimati. L’equivalente di un’intera città illegale, con 18.000 abitazioni sorte dal nulla.

I numeri. Sono ben 290 i clan impegnati nel business dell’ecomafia censiti nel rapporto di Legambiente, 20 in più rispetto al 2009; 19,3 miliardi di euro invece è il giro d’affari stimato per il 2010. Nel complesso, la Campania continua a occupare il primo posto nella classifica dell’illegalità ambientale, con 3.849 illeciti, pari al 12,5% del totale nazionale, 4.053 persone denunciate, 60 arresti e 1.216 sequestri, seguita dalle altre regioni a tradizionale presenza mafiosa: nell’ordine Calabria, Sicilia e Puglia, dove si consuma circa il 45% dei reati ambientali denunciati dalle forze dell’ordine nel 2010. Un dato significativo ma in costante flessione rispetto agli anni precedenti, in virtù della crescita, parallela, dei reati in altre aree geografiche. Si segnala, in particolare, quella Nord-Occidentale, che si attesta al 12% a causa del forte incremento degli illeciti accertati in Lombardia.

In totale i reati accertati sono stati 30.824, con un incremento del 7,8% rispetto al 2009: più di 84 al giorno, 3,5 ogni ora. Gli illeciti relativi al ciclo illegale di rifiuti (dalle discariche ai traffici illegali) e a quello del cemento (dalle cave all’abusivismo edilizio) rappresentano da soli il 41% sul totale, seguiti dai reati contro la fauna, (19%), dagli incendi dolosi (16%), da quelli nella filiera agroalimentare (15%). Dietro questi numeri c’è l’impegno di tutte le forze dell’ordine: Corpo forestale dello Stato, Comando tutela ambiente dei carabinieri, Capitanerie di porto, Guardia di finanza, Agenzia delle dogane e in particolare l’ufficio antifrode contro i traffici internazionali di rifiuti e di specie protette, Polizia di Stato e polizie provinciali.

I rifiuti tossici. Il 2010 è un anno da record per le inchieste sull’unico delitto previsto dal Testo Unico Ambientale (art. 260 Dlgs 152/06), quelle contro i professionisti del traffico illecito di veleni: sono state ben 29, con 61 persone arrestate e 597 denunciate e il coinvolgimento di 76 aziende. Sempre nel corso del 2010, le forze dell’ordine hanno accertato circa 6.000 illeciti relativi al ciclo dei rifiuti (circa un reato ogni 90 minuti). La classifica a livello nazionale è guidata, anche in questo caso, dalle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (nell’ordine Campania, Puglia, Calabria e Sicilia), ma cresce anche il numero di reati accertati nel Lazio e in Lombardia. Il fenomeno si è ormai allargato a tutto il Paese, consolidandosi in strutture operative flessibili e modulari, in grado di muovere agevolmente tonnellate di veleni da un punto all’altro dello stivale. E spesso la destinazione finale è all’estero. L’Agenzia delle dogane ha inoltrato alle autorità competenti più di 100 notizie di reato per traffico internazionale di rifiuti e ha sequestrato nei porti italiani ben 11.400 tonnellate di rifiuti industriali. Il 60% di questi diretti in Cina, il 12% in Corea del Sud, il 10% in India, il 4% in Malesia e così via.

Il ciclo del cemento. In campo edilizio, nel 2010 sono stati accertati 6.922 illeciti, con 9.290 persone denunciate, più di una ogni ora. La Calabria è la prima regione come numero d’infrazioni (945) seguita dalla Campania, dove si registra il maggior numero di persone denunciate (1.586), e dal Lazio. Secondo le stime del Cresme, nel 2010 sono stati 26.500 i casi gravi di abusivismo, tra nuove costruzioni (18.000), ampliamenti e cambiamenti di destinazioni d’uso. Lungo le coste della Calabria, regione con il 100% dei Comuni interessati da aree a rischio idrogeologico solcata da torrenti e fiumare, è accertato un abuso ogni 100 metri, 5.210 in tutta la regione e 2.000 nella sola provincia di Reggio Calabria. Secondo dati del Cnr, anche la Campania dal 1950 al 2008 è stata fra le regioni più colpite da eventi franosi, che hanno causato 431 morti, e da inondazioni con 211 vittime. Ebbene, in un così fragile territorio in dieci anni sono state realizzate 60.000 case abusive, 6.000 ogni anno, 16 al giorno.

L’agromafia. Anche le frodi alimentari sono state al centro dell’intenso lavoro di tutte le forze dell’ordine, in particolare del Comando carabinieri per la tutela della salute e del Nucleo agroalimentare del Corpo forestale. Nel 2010 sono state 4.520 le infrazioni accertate nel settore, 2.557 le denunce e 47 gli arresti; mentre il valore dei sequestri ha raggiunto una cifra che supera i 756 milioni di euro. Il maggior numero di reati è stato riscontrato nel settore delle carni e allevamenti (1.244), della ristorazione (1.095) e dei prodotti alimentari vari. Le strutture chiuse e sequestrate sono state 1.323 con il ritiro di quasi 24 milioni di chili/litri di merci. Secondo la Confederazione italiana agricoltori (Cia) il fatturato si aggira sui 7,5 miliardi di euro.

Le archeomafie. Il business dell’arte rubata ha incassato invece più di 216 milioni di euro, con 983 furti di opere d’arte (l’anno prima erano stati 1.093), quasi tre al giorno, accertati nell’ultimo anno per 20.320 oggetti trafugati (erano 13.219 nel 2009). Sono state indagate 1.237 persone e 52 sono state arrestate. Da segnalare anche i furti nel settore dei libri, documenti antichi e beni archivistici di rilevante interesse storico-culturale, a danno di istituti, enti e biblioteche pubbliche e private dove spesso gli ammanchi sono ignorati a causa dell’incompleta catalogazione e della estrema facilità di trasporto e parcellizzazione dei beni trafugati. Nel 2010 il numero di documenti e libri denunciati come sottratti è stato nettamente superiore a quello registrato nel 2009 (11.712 a fronte di 3.713). Da sottolineare gli ottimi risultati investigativi in fatto di recupero di oggetti d’arte: nel 2010 la cifra sale a quota 84.869, dei quali 79.260 provenienti direttamente da furti.

Il racket degli animali. Sempre nell’ultimo anno le forze dell’ordine hanno accertato 5.835 reati commessi contro la fauna, quasi 16 al giorno: un aumento del 13,2% rispetto al 2009 per un business che ogni anno si aggira intorno ai tre miliardi di euro ed è sempre più globalizzato. Secondo il Corpo forestale dello Stato, la stragrande maggioranza degli accertamenti, oltre 39.000, è avvenuta in ambito doganale a causa dell’espansione globale dei mercati orientali (a partire da quello cinese) con un volume d’affari illegale che supera ormai, a livello mondiale, i 100 miliardi di euro all’anno.

I collusi. A concludere affari con l’ecomafia è spesso un vero e proprio esercito di colletti bianchi e imprenditori collusi. Ampia disponibilità di denaro liquido da una parte, competenze professionali e società di copertura dall’altra hanno trovato nel business ambientale una perfetta quadratura, come spiega nel dossier di Legambiente il magistrato Roberto Scarpinato, che parla proprio di “sistemi criminali”, ossia network illegali complessi dei quali fanno parte soggetti appartenenti a mondi diversi: politici, imprenditori, professionisti, mafiosi tradizionali. E’ in questo ‘sistema’ che il virus si modifica, cambia strategia di diffusione, cerca di diventare invisibile agli anticorpi.

“Per combattere le ecomafie – conclude il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza – avevamo atteso con ansia il decreto col quale il governo avrebbe finalmente inserito i delitti ambientali nel codice penale. Purtroppo, a oggi, lo schema approvato rappresenta un’occasione mancata: nessuna possibilità di utilizzare le intercettazioni telefoniche e ambientali, niente rogatorie internazionali, tempi brevissimi di prescrizione”.