Ventimiglia, Tunisia

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Ventimiglia, Tunisia

di Matteo Zola

Il treno delle 23.31 proveniente da Roma è in arrivo al binario quattro. La voce gracchiante echeggia nella umida notte ligure. La stazione di Ventimiglia aspetta, in silenzio. Dal treno scendono ottanta migranti, probabilmente di origine tunisina. Erano attesi, già nella notte di lunedì erano arrivate in questo estremo lembo d’Italia altre duecento persone. Sono qui di passaggio, vogliono andare in Francia dove hanno parenti e amici ad attenderli. Ma non possono, perché la Francia ha alzato il muro e li respinge in Italia. Inutili i tentativi di varcare la frontiera: una camionetta della gendarmerie è presto sul posto, li prende e accompagna al di là del confine, di nuovo in Italia. Ma ad ogni respingimento, un nuovo tentativo, scavalcando la massicciata della stazione. Qualcuno sfugge alla fitta rete della polizia francese ma la gran parte resta piantata qui, al valico di San Ludovico. Ventimiglia, la fine del sacco, opposto capo di una strada iniziata a Lampedusa.

 

Ventimiglia come Lampedusa

Gaetano Scullino, sindaco della città rivierasca, definisce “insostenibile” la situazione che si sta venendo a creare. Lamentazioni simili a quelle del suo omologo lampedusano De Rubeis, con la significativa differenza che nell’isola siciliana la situazione è già insostenibile. E da tempo. Ma come si è potuti arrivare a tanto? Andiamo con ordine. Fin dall’esordio della crisi tunisina, il ministro degli Interni, Roberto Maroni, lanciò l’allarme: previsti fino a 200mila clandestini. Un incubo per un ministro leghista che certo non poteva deludere le attese padane. Occorreva agire e occorreva farlo subito. Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, si affrettò a definire Muhammar Gheddafi un “modello di capo arabo” cui il nordafrica avrebbe dovuto conformarsi. Ma dall’altra sponda del Mediterraneo non lo ascoltarono. E nemmeno al palazzo di vetro. Poche settimane dopo Gheddafi viene bombardato da una coalizione che vede in prima fila il nostro paese. A Lampedusa arrivano i profughi, ma erano stati annunciati. Senz’altro il governo aveva approntato tutte le misure necessarie per affrontare la situazione. E invece no.

Sono 12 mila le persone giunte in Italia dall’inizio dei troubles nordafricani, Maroni parla di 80 mila in arrivo ma non si conosce la fonte di tali informazioni. Stime, forse, come quella dei 200 mila. Numeri che si danno senza precisione. A quale scopo? E intanto il disco rotto del Viminale continua a ripetere il leitmotiv dell’emergenza e, parola chiave, del pericolo clandestini.

Segni particolari: clandestino

Il termine clandestino è, nel nostro immaginario, connotato negativamente. Oggi in Italia esiste un reato di immigrazione clandestina. Definire genericamente clandestini i migranti è una criminalizzazione preventiva che sembra obbedire soltanto alla retorica politica, una retorica cara al partito di governo che ha, nel ministro degli Interni, un suo importante esponente. Che una crisi internazionale produca ondate di profughi, è cosa nota. Tra questi vi sono i richiedenti asilo. Spiega Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia delle migrazioni all’Università di Milano, ospite della trasmissione radiofonica “Tutta la città ne parla”: ” In Italia nel 2008, anno di picco per gli sbarchi con oltre 30mila casi, il 75 per cento aveva presentato una domanda d’asilo e circa la metà è riuscito a ottenere una forma di protezione internazionale. Dunque, uno sbarcato su due è stato ritenuto dal nostro governo meritevole di protezione. Al contrario, quando nel 2009 sono entrati in vigore i controversi accordi con la Libia (otto respingimenti, 800 persone coinvolte e rispedite verso un destino come minimo incerto), il numero di richieste d’asilo in Italia è diminuito del 42 per cento, tra le proteste dell’agenzia dell’Onu deputata ad assistere i rifugiati (Unhcr). Si usa quindi l’etichetta di “clandestini” (ripresa peraltro anche da un quotidiano progressista come Repubblica) per poter chiudere le porte a chi chiede asilo ai sensi delle convenzioni internazionali siglate dal nostro Paese. Negare a priori l’esistenza di rifugiati, anzitutto con il linguaggio a cui si ricorre vuoi con leggerezza, vuoi in modo consapevole  e mirato, è una lesione di diritti umani fondamentali”.

La Carta di Dublino

Questi “clandestini” sono anzitutto profughi e potenziali richiedenti asilo. Quelli cui viene riconosciuto il diritto d’asilo ottengono lo status giuridico di rifugiati. Possono essere riconosciuti rifugiati coloro che sono perseguitati per motivi politici, religiosi, etnici nel proprio Paese di origine. Per chi fugge dalla guerra, ma non è oggetto di persecuzione in patria, è prevista una protezione sussidiaria che garantisce però meno diritti dell’asilo politico. Occorre quindi accogliere tutti i profughi, analizzare le loro domande d’asilo, e solo dopo riaccomagnare in patria quelli che non avranno ottenuto lo status di rifugiato né altri permessi di soggiorno in base alle leggi vigenti. Il ministro Maroni ha più volte accusato l’Unione europea di non fare abbastanza per aiutare l’Italia in questa situazione di emergenza, ma esiste un regolamento (che l’Italia ha sottoscritto) valido per tutta l’Unione. E’ il Regolamento Dublino II (Regolamento CE n. 343/2003), che ha sostituito fra gli stati la preesistente Convenzione di Dublino del 15 giugno 1990. Esso stabilisce che ogni richiedente asilo faccia la sua domanda allo Stato dell’Unione nel quale è avvenuto l’ingresso. In sostanza: i migranti giunti a Lampedusa dovranno fare domanda in Italia e solo in Italia, se verrà rifiutata non potranno ripresentarla in un altro Stato dell’Unione.

L’emergenza calcolata

A Ventimiglia, quindi, il muro francese è dovuto al rifiuto da parte dell’Eliseo di accollarsi l’accoglienza dei profughi tunisini che, approdati in Italia, spetta all’Italia gestire. E’ nel diritto della Francia respingerli, ed anzi è il nostro Paese a essere responsabile di quanto accade nella città rivierasca e non dei vicini transalpini, ultimamente demonizzati dai media, colpevoli di volersi prendere tutto il petrolio libico senza lasciare all’Italia una sola goccia di oro nero. L’Europa però non è lontana e inerte, come il ministro Maroni accusa, se proprio lo stesso ministro ha chiesto e ottenuto soldi e pattugliamenti della Frontex, istituita nel 2004 per il controllo congiunto delle frontiere. E’ l’Italia che non sta rispettando le regole del diritto internazionale: non accogliere i profughi, favorendo implicitamente la loro dispersione sul territorio nazionale e la loro fuga illegale verso altri paesi dell’Unione viola sia le norme sul diritto d’asilo che il Regolamento di Dublino. Ventimiglia rischia di essere presto un nuovo teatro d’emergenza, eppure (come ha notato forse soltanto l’Osservatore Romano) la cosiddetta emergenza è la conseguenza dell’impreparazione. Peggio ancora, potrebbe essere il frutto del calcolo politico, finalizzato a creare un’emergenza profughi per stornare l’opinione pubblica da altri, pressanti, temi economici e politici. La retorica dell’invasione di clandestini rappresenterebbe inoltre un tesoretto elettorale da giocarsi nel momento opportuno.