Il sangue di Gianluca per il Comune non è un danno

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Il sangue di Gianluca per il Comune non è un danno


di Roberta Mani

autrice con Roberto Rossi di “Avamposto, nella Calabria dei giornalisti infami”

Gianluca Congiusta trentadue anni, ucciso dalla ndrangheta il 24 maggio del 2005: una raffica di fucile a pallettoni per dimostrare chi comanda nella zona. Una storia fra clan per gli equilibri territoriali tra i Commisso e i Costa. Una storia di solitudine per questa famiglia. Una solitudine che ti colpisce ogni giorno. Arriva anche al bar con guardi veloci, furtivi e…la calabria è bella, c’è il mare, il sole, raccontate questo! Il sindaco? All’epoca era Alessandro Figliomeni. Per il comune ha deciso la non costituzione di parte civile. “Non c’è legittimazione”.

 

Il 15 dicembre scorso è stato arrestato con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. Figliomeni, sarebbe il referente politico della cosca dei Commisso.

Ergastolo. L’aula è affollata. C’è ancora l’eco della sentenza di primo grado appena letta dal giudice.

Ergastolo per Tommaso Costa. E’ lui, secondo la Corte d’Assise di Locri, l’assassino di Gianluca Congiusta, il fratello di Roberta. E’ lui che il 24 maggio 2005 ha premuto il grilletto di un fucile a pallettoni, mirando alla faccia di quel ragazzone di 32 anni, che gestiva un negozio di telefonini a Siderno. Calibro 12, il calibro riservato agli infami, la pioggia di fuoco che deve cancellare i connotati, perché tutti sappiano, perché sia d’esempio. Ergastolo.

Per la prima volta Roberta accenna un sorriso.

Minimo, impercettibile. Poi il volto, rigato dalle lacrime, scompare tra le braccia del padre, Mario.


«Domani sarebbe stato il suo compleanno. Domani Gianluca avrebbecompiuto 37anni.»

Siderno, locride. Roberta l’ho incontrata lì, una domenica di giugno.

Una giovane donna, una vita sospesa, interrotta dalla morte del fratello, il suo punto di riferimento.

«Gianluca ha avuto un brutto incidente». La telefonata, quel 24 maggio, le ha bloccato il futuro. Ricorda la corsa in macchina, il fidanzato che la chiude nell’abitacolo, che non la vuole far scendere. L’ambulanza ferma, il via vai di forze dell’ordine e il corpo lì, al posto di guida. Perché non lo portano in ospedale? Perché non si sbrigano? Cosa aspettano? Poi il lenzuolo bianco. Qualcuno copre Gianluca. E’ finita.

L’ergastolo per il suo assassino arriva dopo 2035 giorni. 2035 giorni in cui un padre, Mario Congiusta non ha smesso nemmeno per un istante di chiedere giustizia. Di lottare, solo, contro tutti. Di chiedere nomi e mandanti. Solo, nel suo maggiolone giallo con la foto di Gianluca impressa sulla portiera, parcheggiato davanti alla Procura, alle istituzioni locali. Solo, contro chiunque abbia provato a confinare nel silenzio la morte del figlio. Quel silenzio assordante, l’omertà, l’isolamento che vive chi in Calabria vuole sapere. Chi fa rumore e si ribella.

Solo, contro chi ha provato a infangare la memoria del suo ragazzo, per mettere a tacere, perché tanto è così, perché noi qui ci viviamo. E ha parlato sottovoce di affari sporchi, di storie di corna, di usura.

Ucciso da un boss scarcerato per l’indultino. Ucciso per una lettera, per una richiesta di pizzo, finita in mani sbagliate. Per la voglia di proteggere la fidanzata.

Gianluca è morto per questo. Lui era così. Sapeva ascoltare, sapeva aiutare gli altri. Era impegnato nel sociale. Aveva vinto a 17 anni la battaglia contro il cancro. Aveva imparato a lottare, a mettersi in gioco, a caricarsi sulle spalle i problemi altrui, quasi fosse invincibile dopo averla spuntata con quel tumore.

Non si tirava indietro. E non lo ha fatto neanche quando la madre della sua ragazza gli ha messo in mano quella lettera di minacce.

Paghi anche noi o siamo costretti a uccidervi.

Il pizzo. L’arroganza mafiosa, il controllo del territorio. L’espressione del potere. Quel potere che a Siderno si chiama Commisso.

Sono loro i padroni. Loro l’hanno spuntata nella faida con i Costa, il clan rivale. Ma dal carcere Tommaso Costa vuole prendersi la rivincita. Da lì prepara il suo ritorno. Stringe alleanze in tutta la Calabria, Gioia Tauro, Catanzaro, Reggio. E con gli amici pugliesi per il traffico internazionale di droga. Dà ordini ai familiari nei colloqui, scrive missive, manda pizzini, si rivolge ai suoi perché non trascurino strategie, ridisegna assetti. La fine pena per lui è prevista nel 2007. Ma il boss sa che sarà fuori molto prima. Nell’agosto 2003 la proposta dell’indultino è diventata legge.

Cancellazione degli ultimi due anni di prigione, se il condannato ha già scontato metà della pena. E allora, si deve fare in fretta. Il re ha bisogno del suo regno. E di riavere i suoi sudditi a suon di pizzo, terrore, sopraffazione e ovviamente silenzio.

Gianluca deve pagare.

La sentenza ricostruisce quella sera di maggio.Costa lo aspetta sulla strada di casa. C’è poca gente in giro. Alla tv c’è la finale di Champions League, Milan-Liverpool.

Lo affianca. E spara. Una raffica di fucile a pallettoni.

Silenzio. Lo stesso silenzio che accompagna i 597 giorni che portano al processo.

La solitudine di questa famiglia è lì, sotto gli occhi di tutti. Amplificata da chi sa e non parla, da chi fa finta di nulla, da chi mostra indifferenza. Una solitudine che ti colpisce ogni giorno.

Arriva anche al bar. Sguardi veloci, furtivi. Nemici in casa.

«Ma perché parlate solo di omicidi? La Calabria è bella, c’è il mare, il sole. Scrivete

di quanto è bella».

La signora si siede di prepotenza al nostro tavolo. Manipola la conversazione. Parla, accusa. I giornalisti parlano solo di ‘ndrangheta. Ma dov’è la ‘ndrangheta?

Chiede puntandomi gli occhi in viso.

Roberta non reagisce. Tace. Capisco che è a disagio. La signora non smette di parlare.

Mi fa effetto sentire la sua voce. Mi sembra impossibile che possa dire cose del genere di fronte a lei. Di fronte al suo lutto. Eppure continua. Imperterrita. Desiste dopo dieci minuti buoni. Roberta non dice una parola.

Non commentiamo. Torniamo ai nostri discorsi. Sarà un collega, che ha assistito alla scena, a spiegarmi il giorno dopo che quella signora tanto attiva nel difendere Siderno e la Calabria è l’ex moglie di un boss.

Isolati, quasi dessero fastidio. Quel padre che continua a chiedere giustizia, quella famiglia

che, nonostante tutto, resta lì, in città.

Che vuole il processo. Che esige la gente perbene al suo fianco. Che invita tutte le istituzioni a costituirsi parte civile. A gridare basta.

Mario Congiusta lo chiede a tutti i consiglieri comunali di maggioranza e opposizione.

Chiede appoggio, soprattutto in tribunale, per avere la forza di incrociare gli occhi di chi ha premuto il grilletto, di chi gli ha strappato un figlio.

Il Comune di Siderno tace. E dopo un paio di settimane declina l’invito con un comunicato «Non c’è legittimazione ad agire in quanto non pare che l’omicidio, seppur deprecabile e in danno di un cittadino onesto e laborioso, abbia provocato un qualsiasi tipo di danno all’immagine dell’ente».

Il sangue di Gianluca, insomma, non è un danno per il Comune. Il sindaco, all’epoca, è Alessandro Figliomeni. E’ arrestato il 15 dicembre scorso con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. Figliomeni, secondo la Dda, sarebbe il referente politico della cosca dei Commisso, una figura di spicco inserita a pieno titolo nel clan, con l’alto grado di “Santista”.

Scrivono i magistrati: «Contribuiva a dirigere e coordinare il sodalizio prendendo le decisioni più rilevanti, impartendo ruoli e disposizioni agli altri associati». Fu lui, quindi, a bloccare l’amministrazione comunale. A impedire che il Comune di Siderno si costituisse parte civile nell’omicidio Congiusta. E ora, non è difficile comprendere il perché.

2035 giorni con la morte nel cuore. Con la speranza che il processo non si blocchi per qualche cavillo, che si arrivi a un nome, a un volto, a un assassino. Nell’indifferenza di molti e con il sostegno di pochi. Con i picciotti la sera prima di ogni udienza sotto il portone a far fischiare e fumare le ruote dei motorini. Perché sia chiaro chi comanda.

E nessuno che vede, nessuno che interviene. Fino a sabato 18 dicembre. Fino a quell’aula di tribunale. Affollata. Sono arrivati da tutta la Calabria, da Roma, da Milano.

Perché era importante esserci.

L’sms di Roberta è un pugno nello stomaco: “Ho paura, in pochi minuti potrebbero vanificare tutte le battaglie e le sofferenze”. É di nuovo silenzio. Ma stavolta condiviso da decine e decine di

persone in attesa.

Poi la voce del Presidente della Corte. La sentenza. Ergastolo per Tommaso Costa, 25 anni per il suo braccio destro Giuseppe Curciarello, e trasmissione degli atti alla Procura competente che indaghi per falsa testimonianza i futuri suoceri di Gianluca e la fidanzata.

Il silenzio diventa rumore.

Gli avvocati di Costa annunciano che ricorreranno in appello, che il loro cliente è innocente. Ma nessuno li sente. E’ un giorno da ricordare. Un giorno in cui l’indifferenza diventa calore, speranza, voglia di alzare la testa e continuare a lottare. Roberta accenna un sorriso.

“Non ci credo ancora. Non ci credo ancora” sussurra e si abbandona all’abbraccio del padre Mario.

Poi, tra le lacrime, quasi rincorrendo un pensiero, aggiunge: “Domani sarebbe stato il suo compleanno. Domani Gianluca avrebbe compiuto 37 anni”.

Gianluca Congiusta

Casablanca Casablanca