Piana libera-Storie di dolore e di impegno

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A 35 anni dall’omicidio del padre fonda un’associazione per le vittime delle mafie

La storia di Silvia Ventra, che nel 1972 aveva solo 16 anni e non vide più rientrare a casa suo padre Giovanni. Di “Piana Libera” fanno parte 70 familiari colpiti dalla ‘ndrangheta. Mario Congiusta: “Troppi casi archiviati”

  

 

Reggio Calabria – Un’associazione di familiari di vittime innocenti della ‘ndrangheta nata dalla volontà di una figlia dopo 35 anni di dolore per la perdita del padre ucciso nella faida di Cittanova perché si trovava al posto sbagliato nel momento sbagliato. E’ la storia di Silvia Ventra che nel 1972 aveva solo 16 anni e non vide più rientrare a casa suo padre Giovanni, colpito a una gamba da un proiettile vagante durante un agguato della terribile faida dei Facchineri contro gli Albanese nella città della Piana di Gioia Tauro. Giovanni Ventra aveva 54 anni e si trovava per la strada quando si consumò l’imboscata a uno dei Facchineri. Morì dissanguato perché nessuno dei suoi concittadini uscì di casa per soccorrerlo. Vinsero la paura e la morte. Dopo 35 anni, nel 2007, sua figlia, insieme al marito Antonio Russo ha fondato l’associazione “Piana Libera” subito dopo la marcia in memoria di tutte le vittime innocenti delle mafie del 21 marzo a Polistena, un altro comune della Piana di Gioia Tauro (Rc). “Negli anni abbiamo cercato sempre di essere vicini agli altri familiari delle vittime della ‘ndrangheta, ma con l’impulso del 21 marzo abbiamo deciso di fondare l’associazione”, spiega Antonio Russo, fondatore di ‘Piana Libera’, di cui la moglie Silvia Ventra è presidente. Oggi la onlus raggruppa 70 familiari di vittime innocenti della ‘ndrangheta  e ha esteso la sua azione dalla Piana fino al lametino e a Reggio Calabria.

‘Piana Libera’ che è associata a Libera di don Luigi Ciotti ma è una realtà autonoma sul territorio, ha aperto uno sportello nella sede del municipio di Polistena, dove riceve per due volte a settimana i racconti e le storie dei familiari delle vittime della ‘ndrangheta, aiutandoli a procedere con il riconoscimento di vittime di mafia. ‘Piana Libera’ ha sfilato con uno striscione al corteo ‘No ‘ndrangheta’ organizzato sabato scorso a Reggio Calabria dal ‘Quotidiano della Calabria’ in sostegno ai magistrati della Procura per gli attentati che hanno subìto. A reggere lo striscione c’erano due icone calabresi importanti, entrambi colpiti negli affetti dalla violenza delle ‘ndrine: Mario Congiusta e Doris Lo Moro. Congiusta è riuscito ad avere giustizia per la morte di suo figlio Gianluca, giovane imprenditore ucciso a Siderno nel 2005, con il processo contro il clan di Tommaso Costa, ma richiama l’attenzione sui tanti casi sconosciuti rimasti insoluti. “A parte Fortugno e Congiusta, non ci sono stati altri processi – dice – ci sono tantissimi casi irrisolti, archiviati, come quello di Fortunato La Rosa, bisogna continuare a indagare”. Fortunato La Rosa era un oculista al di fuori da qualunque contesto criminale ucciso l’8 settembre 2005 a Canolo, nella locride. Probabilmente non volle cedere i suoi terreni su cui i clan tentavano di mettere le mani.

Doris Lo Moro, magistrato, deputata del Pd, ex assessore regionale alla Salute nella giunta Loiero, ha perso il padre Giuseppe e il fratello Giovanni di soli 19 anni in un agguato mortale nel 1985 vicino a Filadelfia (VV). La sua vicenda è ricordata nel libro “Avamposto” di Roberta Mani e Roberto Rossi. “Hanno raccontato la mia storia con sensibilità – afferma – è duro e triste essere familiare di vittima di mafia e non parlarne mai. Sono tra i calabresi che ha capito prima di tutti che la ‘ndrangheta è solo morte.” E sulla condizione di vittima delle mafie, la deputata del partito democratico dice: “chi ha avuto queste violenze o muore o diventa più forte, io mi sono rafforzata”.  Lo Moro, ex sindaco di Lamezia Terme fino al 2001, lancia l’allarme sulla situazione della ‘ndrangheta nella città guidata da Gianni Speranza.  “Quello che vedo della condizione socio-politica lametina mi fa dire che la città non è in cammino, c’è rumore mediatico ma nulla che può far dire che il riscatto lametino è in corso”. (raffaella cosentino)

fonte Redattore Sociale