Le mani dei calabresi sugli appalti dell’Expo

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I boss mafiosi, dopo aver monopolizzato Milano e hinterland, puntano sugli affari milionari della Fiera internazionale 2015

Le mani dei calabresi sugli appalti dell’Expo

BUCCINASCO 01/09/2008 – Fattura 100mila miliardi delle vecchie lire all’anno, il 3,5 per cento del prodotto interno lordo italiano. Ha “agenti” distribuiti su tutto il globo, che parlano almeno tre lingue, sanno usare alla perfezione cellulari ultramoderni e computer, e “m mischiarsi” alla gente comune con grande versatilità. Col suo potere, ormai, schiaccia i tasti della stanza dei bottoni. Un po’ ovunque, non solo in Italia. Ma sempre in silenzio. Sempre, o quasi, in modo invisibile. Non è una mega società per azioni, ma la ’Ndrangheta, che sta mettendo le mani sugli appalti dell’Expo, come ha dichiarato di recente il giudice milanese Guido Salvini.

INTERESSI SULL’EXPO
Da sempre la criminalità organizzata cerca di mettere le mani sulle grandi opere. In particolare, si fa accenno a un patto tra Mafia e ’Ndrangheta per spartirsi il territorio milanese in vista della Fiera internazionale del 2015. Gli esempi sono tanti. Come quello di un titolare di una ditta, un calabrese in attività a Buccinasco, che ha tentato di ampliare i suoi introiti nella zona di Pero e Rho. Troppo intraprendente. Entro breve ha subìto dei chiari atti intimidatori: è andato a fuoco un «dieci», come si chiamano in gergo le pale meccaniche, di sua proprietà. L’interpretazione della Procura è che si tratti di un avvertimento o mafioso: nell’area che ospiterà Expo 2015 c’é già qualcuno, un’altra famiglia, che non ha intenzione di scendere a compromessi o di spartire la posta in palio con nessuno. Con. Nessuno. Eppure tutto comincia Da San Luca, piccolo centro dell’Aspromonte, in provincia di Reggio Calabria, dal quale le famiglie affiliate sono emigrate. Per affondare le radici in tutto il mondo. Partendo proprio da Milano, cuore economico e finanziario del Bel Paese, e provincia.

LE MANI SUL MUNICIPIO
In un Comune su tutti: Buccinasco, nel Sud Ovest milanese. Qui i Barbaro e i Papalia hanno puntato gli occhi (e le mani) sugli appalti dell’edilizia. Concentrandosi in particolare sull’attività di scavo nei cantieri. L’operazione “Cerberus”, che il 10 luglio ha portato all’arresto di 8 affiliati (fra i quali il temutissimo Salvatore Barbaro, che girava indisturbato fra i corridoi del Municipio della cittadina, minacciando tecnici e assessori) ha dimostrato che la cosca agiva tramite aziende satellite, tutte sequestrate, e prestanome. Come Maurizio Luraghi, 53enne di Locri (Rc) trapiantato a Rho, che insieme alla moglie Giuliana Persegoni, 49 anni, aiutava i Barbaro-Papalia ad accaparrarsi gli appalti. Parola d’ordine: spadroneggiare. Perché se ha una capacità la ’Ndrangheta, divenuta ormai un’istituzione fra le istituzioni, è quello di far diventare a loro volta “istituzioni” gli affiliati.

DUISBURG-SAN VITTORE
E chi sgarra, in questa rete fitta e complicata di messaggi in codice, simbolismi, immorali sacralità e Madonne venerate in nome della causa famigliare (il vero Dio, si sappia, è il malaffare), paga. La ’Ndrangheta avverte (poche volte, in verità) e poi passa all’azione. Come nel caso di Duisburg, la città tedesca teatro di un efferato massacro il 15 agosto dello scorso anno. A un anno di distanza, Don Fedele (non meglio identificato boss di San Luca che si sarebbe confessato al settimanale tedesco Der Spiegel) ha spiegato l’assassinio di Tommaso Venturi, 18 anni, Francesco e Marco Pergola, rispettivamente 22 e 20 anni, Marco Marmo, 25 anni (l’obiettivo numero uno), Sebastiano Strangio, 39 anni, e F.G., di appena 16 anni, con la «necessità di evitare una guerra». Una guerra per l’egemonia in “patria”, nella culla di San Luca. Una guerra per la poltrona. O, meglio, per la corona di famiglia egemone, messa in discussione dopo un banale lancio di uova fra gli Strangio e i Pelle-Vottari avvenuto nel 1991 (episodio che diede inizio alla faida per la quale il 30 luglio scorso il pm Nicola Gratteri ha chiesto ben 58 rinvii a giudizio). Una mattanza così simile all’omicidio di Carmelo Novella, boss di Guardavalle (Catanzaro), avvenuto alle 18.30 del 14 luglio in un bar di San Vittore Olona, vicino Legnano. Due sicari a volto scoperto gli hanno sparato al viso e al torace 5 colpi di pistola, dopo aver consumato un cappuccino al bancone. Poi sono fuggiti senza correre: hanno oltrepassato il cadavere, e svoltato l’angolo. Puff.

ARRESTI NELL’ESTATE
Eppure gli ultimi mesi sono stati contraddistinti da una lunga serie di arresti, anche di spicco, all’interno dell’organizzazione mafiosa calabrese, che al contrario della Camorra non “vanta” molti pentiti o collaboratori di giustizia (e anche per questo è così forte). Il capocosca Pantaleone Russelli, 36 anni, sospettato dell’omicidio di Luca Megna, avvenuto il giorno della vigilia di Pasqua di quest’anno, è stato arrestato il 29 luglio a Imola, in Emilia Romagna. In manette anche i latitanti della cosca Bonavota di Vibo Valentia Domenico Bonavota, 29 anni, e Antonio Patania, 23 anni, arrestati dalla polizia a Genova. Così come Giuseppe Caputo, 42enne di Cosenza, incastrato i primi di luglio in casa della madre (all’arrivo delle forze dell’ordine si è inutilmente nascosto dietro una tenda). Arresto importantissimo anche a Toronto, in Canada, dove si nascondeva il boss 42enne Giuseppe Coluccio (fra i 30 latitanti più ricercati della ’Ndrangheta), esponente di spicco di una delle cosche di Reggio dedite al narcotraffico mondiale.

Davide Bortone  Scritto da: DB – davide.bortone@cronacaqui.it