Laboratorio Riace, rifugiati modello locride

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EUROPA. ITALIA, 2008 ….

CHE BELLA CALABRIA, CHE BELLA ITALIA!!! L’INDICAZIONE E LA LEZIONE DI CAULONIA, RIACE E STIGNANO: IL MODELLO LOCRIDE.

Una nota di Ida Dominijanni – a cura di pfls

giovedì 28 agosto 2008.

Laboratorio Riace, rifugiati modello locride

 Lem Lem fila la ginestra per farci i tessuti, un’antica arte della Calabria jonica che sta rifiorendo anche grazie a lei e ad altre come lei. Ha 25 anni, è bella, capelli e occhi scuri, vive a Riace da quattro anni con sua figlia Anna e suo nipote Thomas che lei considera un altro figlio e Anna un fratello, tutti e due hanno sette anni e tutti e due, mentre la madre lavora nel laboratorio di tessitura, frequentano con un’altra dozzina di bambini la scuola estiva in un antico palazzotto ristrutturato poco più in là, imparano l’italiano, giocano e hanno l’aria felice. Lem Lem sbarcò con i due bimbi in Sicilia nel 2004, viaggio per mare dalla Libia per 900 dollari, ma era in fuga dal Sudan e dalla guerra già nel 2000, e ora che vive a Riace non va tanto male: 400 euro al mese li guadagna al laboratorio la mattina, altrettanti li tira su facendo la colf nel pomeriggio. Di fronte a lei, al telaio, c’è un’eritrea di 23 anni, statuto di rifugiata, tre figli anche loro alla scuola estiva, sono qui da otto mesi; anche lei, come Lem Lem, è ortodossa, altre ospiti di Riace invece sono cattoliche, altre islamiche.

Issa invece di anni ne ha 37, non lavora nel laboratorio tessile ma in quello di ceramica, nel 2001 scappò da Gazine, piccolo centro afgano a cinquanta minuti da Kabul, dove i taliban volevano arruolarlo per forza, venne in Italia attraverso la Turchia, due mesi nel Cpt di Crotone, poi il centro di prima accoglienza di Venezia dove gli consigliarono di stabilirsi a Riace. Adesso che fa il ceramista guadagna 800 euro al mese, ne paga altrettanti all’anno per l’affitto e dell’Afghanistan dice, scuotendo la testa, che va sempre peggio.

Di storie come quella di Lem Lem e di Issa, a Riace se ne contano una sessantina: tanti sono gli immigrati, perlopiù rifugiati, eritrei, etiopi, afgani, rumeni, palestinesi, che hanno trovato accoglienza in questo piccolo borgo appeso sulle colline della costa jonica, da dove l’altro ieri è partita la proposta, d’intesa con gli altri due comuni vicini di Caulonia e Stignano, di aprire le porte ai migranti che le trovano chiuse a Lampedusa.

Riace è un centro della Locride noto più degli altri per via del ritrovamento dei Bronzi, ma come gli altri segnato da un passato novecentesco di emigrazione di massa in America e in Nord Europa e come gli altri destinato a un futuro di decadenza e di spopolamento, finché a qualcuno non è venuto in mente che quel piccolo borgo, oltre a ridare vita agli immigrati, poteva riceverne.

Quel qualcuno è l’attuale sindaco, Mimmo Lucano, meno che cinquantenne, militanza nei movimenti e nella «sinistra antagonista» come la chiama lui, mai una tessera di partito però, e un’idea lucida sul suo territorio, questa: tutta quella gran corsa allo sfruttamento turistico del mare, con tanto di massacro edilizio della costa jonica, non serve proprio a niente se non si rivitalizzano gli antichi paesi della collina, con i loro tesori artistici (la cattedrale di Stilo è a un passo da qui), la montagna incontaminata alle spalle e una vista da sballo sul golfo di Squillace.Così nel ’98, quando da queste parti cominciarono gli sbarchi di esuli curdi e i primi esperimenti di accoglienza a Soverato e Badolato, Lucano non ci vide una jattura ma una risorsa, umana ed economica.

Mise su un’associazione, «Città futura», un centro culturale ed etnografico in uno dei più bei palazzi di Riace, e un progetto integrato di accoglienza dei migranti e di turismo equo e solidale, con l’idea di ripopolare l’antico borgo desertificato. Si trattava di riaprire le case abbandonate, nel corso del 900, dagli emigrati in America e in Nordeuropea e di riusarle in parte per gli immigrati che arrivano a ondate dal mare, in parte per creare un «albergo diffuso» per turisti in cerca di natura e sapori autentici.Così l’amministrazione del 2001 si convinse ad aderire subito al primo programma di protezione per i rifugiati, e il resto è venuto dopo l’elezione a sindaco di Lucano, nel 2004, con la lista civica «Un’altra Riace è possibile», un nome un programma.

Adesso i migranti – più donne che uomini – diventati stanziali sono 60, i posti letto dell’albergo diffuso 120, vengono scolaresche in gita da tutta Italia a vedere l’esperimento e capita che si coronino matrimoni fra turisti francesi e tedeschi con le bomboniere fatte a mano da Issa.Non c’è dunque solo un istinto di generosità, ma anche un esperimento oliato alle spalle, dietro la proposta di accoglienza avanzata da Lucano ha avanzato assieme ai suoi colleghi di Caulonia, Ilario Ammendolia, e di Stignano, Piero Sasso. Fra le case abbandonate dei tre paesi, una scuola dimessa di Caulonia e la Casa del pellegrino della diocesi di Locri, affidata in comodato d’uso al comune, si arriva a più di trecento posti: un messaggio civile e mediatico potente da una zona abituata a ricevere gli onori della cronaca solo in caso di mattanze mafiose. Non c’è nemmeno omogeneità di campo politico: se Ammendolia è un sindaco Pd che viene dal Pci e volentieri racconta e rivendica i fatti della «Repubblica rossa» di Caulonia del ’43, Sasso viene da An e guida una giunta di centrodestra.Tutti e tre però sono convinti che non si può continuare ad assistere agli sbarchi – gli ultimi, proprio fra Riace e Stignano, l’8 luglio e il 22 agosto – gridando continuamente all’emergenza. E che non è solo disumano, ma anche antieconomico continuare a imbottire i Cpt: «Una giornata di un immigrato in un Cpt costa allo stato 70 euro, una giornata di un rifugiato coperto da un programma di protezione ne costa 22», dice Lucano. Se Lampedusa rammenda i fili spinati – «ma bisogna anche capire che quell’isola non ce la fa più», dicono i tre – qualche altro è pronto a strapparli.