PROCESSO CONGIUSTA Scarfò e l’imposizione del pizzo

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Locri. In aula i carabinieri di Soverato parlano della lettera estorsiva al suocero di Congiusta 

Scarfò e l’imposizione del pizzo 

Tommaso Costa

Fu la moglie di Tommaso Costa a far recapitare la missiva

 

   

Udienza a favore della Pubblica Accusa quella svoltasi ieri in Corte d’Assise a Locri, presieduta dal giudice Bruno Muscolo con a latere il togato Frabotta ed inerente la barbara uccisione del giovane imprenditore sidernese Gianluca Congiusta.

 

 

A far pendere la bilancia dalla parte della Pubblica Accusa sono state le deposizioni dei carabinieri della Compagnia di Soverato che per primi, indagando su alcuni episodi criminali verificatisi in quella Città, si imbattevano col “gruppo dei sidernesi” che facevano riferimento a Tommaso Costa.

Quell’indagine coordinata dalla Procura Distrettuale di Catanzaro faceva emergere sia l’inserimento dei “Costa”, il cui leader era proprio Tommaso, in traffici di droga, ma anche che Costa, pur trovandosi ristretto nelle carceri di Palmi, aveva fatto giungere, tramite la moglie, la lettera estorsiva ad Antonio Scarfò, futuro genero di Gianluca Congiusta .

La prima “botta” alle difese veniva inferta dall’audizione del brigadiere dei carabinieri del Nucleo Operativo della compagnia di Soverato, Salvatore Cavallaro.Era infatti il sottufficiale dell’Arma, che rispondendo alle domande del sostituto procuratore Antonio De Bernardo, ed a quelle postegli dal presidente Muscolo, e dai difensori degli imputati, faceva emergere  che l’autore della tentata estorsione ai danni di Antonio Scarfò era proprio lui. Cavallaro, che dal novembre 2003 fino a giugno 2004 aveva avuto come compito quello di effettuare sia le intercettazioni ambientali, (realizzate in video ed audio), dei colloqui che Tommaso Costa ebbe in carcere, nonché di duplicare tutta la corrispondenza del boss sia “in entrata” che “in uscita”, infatti, riferiva alla Corte che nel corso del colloquio che Costa ebbe, il 19 dicembre 2003, nelle carceri di Palmi con la propria moglie, la informava che le avrebbe mandato una lettera contenente un’altra busta già affrancata e col destinatario già scritto, chiedendole di spedirla.La verifica di ciò avveniva il giorno dopo, il 20 dicembre 2003, -continuava il sottufficiale nel mostrare alla Corte ed alle parte un book fotografico contenente le missive fotografate e fotocopiate-,quando la direzione del carcere lo chiamava perché  Costa aveva spedito una lettera. L’investigatore si recava a Palmi, fotografava la busta che poi apriva per poter fotocopiare la lettera contenuta.Fu facendo questa operazione che saltava fuori  la seconda busta di dimensioni più piccole della prima.Dopo aver fotografato anche questa seconda busta il sottufficiale la apriva e  scopriva  la missiva estorsiva indirizzata al futuro suocero di Gianluca Congiusta,Antonio Scarfò,che molto verosimilmente sarebbe stata la causa determinante dell’assassinio del giovane. A far ulteriormente pendere la bilancia dalla parte della Pubblica Accusa, evidenziando il carattere associativo del “gruppo dei sidernesi” che ruotavano intorno a Tommaso Costa e che l’Associazione era finalizzata al traffico di droga, era il luogotenente dei carabinieri di Soverato  Giacomo Mazzolini. La sua audizione subiva  frequenti “interruzioni” dagli articolati interventi delle difese di natura procedurale che,-come evidenziava il sostituto De Bernardo-,  “non lo lasciano parlare forse con l’obiettivo di non far capire nulla alla Corte”.Ad aprire il fuoco di sbarramento contro l’audizione del sottufficiale dell’Arma era il il legale di Giuseppe Curciarello,Leone Fonte.Era lui,infatti ad evidenziare  alla Corte non solo che dell’informativa,di circa 1500 pagine,circa 800 pagine erano state secretate ed  omissate dalla Procura di Catanzaro,ma  poneva  la questione che la circostanza rendeva le difese “svantaggiate” ,rispetto la Pubblica Accusa,nel momento in cui avrebbero dovuto effettuare il controesame. A dare manforte alla tesi di Leone Fonte,erano gli interventi degli altri difensori di Curciarello e Costa,Grosso e Maria Candida Tripodi,che,condividendo la tesi di Fonte,poi si opponevano acchè il teste venisse sentito.Solo l’equilibrio del presidente Muscolo mirante al raggiungimento della verità ha fatto si che il luogotenente potesse rendere la propria deposizione facendo riferimento soltanto a quelle parti non omissate.Il sottufficiale poteva così illustrare alla Corte che il “gruppo dei sidernesi” il cui leader era Tommaso Costa venne scoperto nel corso di una indagine inerente un traffico di droga messo in piedi a Soverato tra alcuni mafiosi locali. Attraverso il controllo del telefono di Vittorio Sia, personaggio soveratese noto alle Forze dell’Ordine perché coinvolto in un omicidio avvenuto agli inizi degli anni 90 a Soverato, i carabinieri non solo scoprivano che  Francesco Costa,nipote di Tommaso,che si era rivolto a Vittorio Sia per mettere in piedi un traffico di droga il ricavato della cui commercializzazione doveva servire come sostentamento agli zii Tommaso e Giusepe ristretti in carcere,ma anche i rapporti del gruppo dei Costa,al cui interno Tommaso esercitava il ruolo di capo, col gruppo foggiano di Nocera guidato da Kaled Badassini,alias Carlo.

Il “racconto” del sottufficiale veniva “interrotto” dalla Corte e sarà ripreso,dopo la pausa estiva il primo ottobre prossimo.

Locri 31 luglio 2008pino lombardo