Ndrangheta Un male dalle radici profonde

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Ndrangheta Un male dalle radici profonde

Sabato 05 Luglio 2008 21:55

di Giulia Fresca

 “La Calabria fa parte di una geografia romantica. Eppure non vi è regione più misteriosa e più inesplorata di questa”. Corrado Alvaro'Ndrangheta. È l'organizzazione criminale più ricca e profondamente ramificata ed organizzazione oltre ad essere la più pericolosa è anche la più difficile da estirpare.

Detto questo, non basta prenderne atto. La reazione all'omicidio del Vice Presidente del Consiglio regionale della Calabria, Francesco Fortugno, ha risvegliato l'attenzione sul fenomeno criminoso, massicciamente presente in questa terra. La reazione è stata forte a livello di indignazione: opinionisti, politici, sociologi, psicologi, economisti sono entrati fin nelle pieghe delle caratteristiche sociali, economiche e umane della realtà calabrese, poi tutto (o quasi) si è assopito e fermato. Anche l'indignazione si è fermata. È rimasta “la voce” dei ragazzi di Locri, che diventa sempre più flebile, riassorbita dalla “disperata quotidianità calabrese”.
Tutte le analisi, appropriate, serie, impegnate nella ricerca di una verità che attenuasse antiche colpe, vecchie diffidenze, inspiegabili assenze, colpevoli disattenzioni hanno condotto al confezionamento di ricette per un “cambiamento di rotta” al fine di restituire dignità a una Regione dilaniata, più che compromessa, da eventi criminali. Si è “scoperta” la pericolosità della 'ndrangheta e la sua feroce capacità di farsi potere forte, di determinare la vita di un intero territorio. Mentre le istituzioni hanno fatto sentire la loro presenza. Dal Capo dello Stato, al Ministro dell'Interno, con un suo pacchetto di misure contro la criminalità, alla Commissione parlamentare antimafia, al Consiglio Superiore della Magistratura, alla Direzione nazionale antimafia. Una volta spente le luci dei riflettori, ripreso il corso regolare delle faccende umane, tutto può entrare nella penombra che occulta e fa dimenticare. Questa è storia dei giorni nostri. Il 2 ottobre 1955, un attento osservatore della Calabria, Corrado Alvaro, scriveva sul n°1 dell'Espresso diretto da Arrigo Benedetti, in terza pagina, una lunga analisi sull'operazione Aspromonte ed in particolare sulla “psicologia della Macchia”.

Un'intera pagina dedicata alla Calabria, nella quale oltre all'intervento di Alvaro, è presente la lunga analisi politica di un grande giornalista dimenticato, Luigi Locatelli, il tutto arricchito con due fotografie le cui didascalie rappresentano delle sentenze.

Gli articoli ripercorrono in parte gli anni del travagliato passaggio dal fascismo alla Repubblica, durante i quali la 'ndrangheta continuava a funzionare. Certo, la guerra non fu indolore anche per essa; i giovani, che erano partiti per il fronte, avevano ridotto la base di sostegno dell'organizzazione ed il ricambio e il reclutamento subirono, indubbiamente, un rallentamento, creando un periodo di crisi e di difficoltà. Pur tuttavia tutto ciò fu bilanciato dal rinnovato prestigio e peso politico che riacquistò quando, come scrive Arlacchi, «tra il 1943 e il 1945 i mafiosi furono nominati, dal governo militare alleato, sindaci di buona parte dei comuni della Sicilia Occidentale e della provincia di Reggio Calabria». In questo scenario irrompe la famiglia di Antonio Macrì, da tutti ritenuto “il capo della malavita di Siderno” cioè un personaggio di tutto rispetto. Era Macrì ad assegnare i guardiani ai proprietari e questi corrispondevano i compensi stabili dal Macrì per essere certi di non subire danni alle loro proprietà. Questa novità non si fermava nella sola zona di Siderno perché il controllo del “collocamento della mano d'opera” si estendeva nelle zone agricole capitalistiche del Rosarnese, della zona di Taurianova e di Cittanova, dove il guardiano, il capo squadra, il fattore intervengono per intimorire, minacciare, e, se occorre, bastonare il bracciante che reclama il rispetto dell'orario di lavoro ed il salario stabilito dal contratto. Non venne meno, in quel periodo, la funzione della 'ndrangheta come soggetto politico, sia come direttamente impegnata nell'amministrazione pubblica, sia come interlocutrice privilegiata nell'assegnazione di lavori e servizi, ma anche come strumento utilizzato per risolvere le lotte per il potere che imperversarono in diversi partiti. L'8 settembre 1955, Il prefetto di Reggio Calabria insisterà, in un suo rapporto, sulle pressioni che le 'ndrine operano sulle amministrazioni comunali, nei paesi «per lo più fra i meno progrediti e soprattutto in quelli prossimi alla fascia Aspromontana» condizionandone l'azione amministrativa, «attraverso le acquiescenti tolleranze di amministratori e l'arrendevolezza supina degli esponenti delle categorie sociali più elevate, in affitti, appalti, concessioni di servizi, riscossioni di diritti d'uso civico e via dicendo, dai quali ritraggono, sotto forme di percentuali, illeciti profitti».
Nello stesso documento si soffermerà sui «partiti di centro destra, alcuni esponenti dei quali in passato non avevano saputo sottrarsi ai compromessi con la malavita». Concetto ripreso da Luigi Locatelli sull'Espresso del 1955. Ma i rapporti con la 'ndrangheta non riguardavano solo i partiti del centro destra ma anche i partiti come il PSI, il PCI e la DC. A contrastare la destra di partito scesero in campo i fanfaniani. Infatti, si sospettò, ben presto, che l'arrivo a Reggio, in piena estate del 1955, del giovane questore Marzano, in sostituzione inaspettata e improvvisa del questore Pietro Sciabica, fosse stato provocato da questa corrente democristiana. In altri termini, Marzano, scendeva in Calabria, con l'obiettivo, tra gli altri, di colpire i capi mafia che organizzavano la campagna elettorale degli avversari di partito. Eliminati questi 'proprietari di voto', la corrente, ispirata dall'on. Fanfani, avrebbe potuto vincere la battaglia interna e le elezioni amministrative. 'Il tentativo era di politicizzare la 'ndrangheta non di eliminarla', scriveva l'Unità del 10 settembre 1955. Questa interpretazione dell'azione del nuovo questore suscitò una vasta eco e non solo a livello regionale, se anche la stampa nazionale intervenne sul problema riportandolo all'onore del dibattito politico più generale. Il prefetto di Reggio informava che anche «i socialcomunisti si sono dati a speculare sulle operazioni in corso, assumendo, in servizi di stampa e comizi, che esse sarebbero intese a rimuovere, attraverso provvedimenti di polizia, il sostegno dato alla malavita non soltanto ai partiti politici minori ma altresì a quelle stesse correnti della Democrazia Cristiana che non si troverebbero sulla linea della segreteria del partito».  La vecchia guardia non poteva non capitolare sotto i colpi dell'operazione Marzano. Il giovane questore colpì uomini legati a esponenti democristiani che rappresentavano il vecchio notabilato cittadino e la destra conservatrice del partito. Fu sostituita dai giovani che presero il potere nel partito.

Scrive Alvaro: «Con uno spiegamento d'inviati speciali, la stampa italiana si è buttata sull'”operazione Aspromonte” secondo i termine cinematografico adottato per l'occasione. In verità visi gira un filmetto mediocre che non vale tanta pubblicità….Una normale operazione di polizia, poiché i nomi degli affiliati li conoscono persino i ragazzi della provincia di Reggio Calabria, sarebbe bastata a ripulire l'ambiente, a evitare le reviviscenze e a scongiurare le dicerie dei reggini». Alvaro conduce per mano ad una riflessione che ancora oggi, dopo oltre 50 anni è amara: «I calabresi sono, con tutta la loro scontrosità, gente di umore, e scoprono facilmente l'ironia delle cose, specie nelle faccende ufficiali», e ricordando due eventi accaduti nel 1924 e successivamente la visita di De Gasperi a Reggio quando «il treno presidenziale, alle fermate prossime alla città si riempì di gente, e fece il suo ingresso alla stazione di Reggio echeggiante di inni fascisti..Non che i calabresi siano tali. Possono esserlo, per polemica, per un complesso di inferiorità… e perché non potendo fare la prosperità della propria regione, fantasticano sulla grandezza di cartone della nazione intera». Una pagina di storia che seppure si dimentica, viene rinnovata nella quotidianità.

 Fonte dell’articolo  Dazebao l'informazione