Delitto Congiusta ieri è stato sentito il futuro suocero della vittima-Assunsi Costa perchè ….

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  «Assunsi Costa perché mi serviva»

Delitto Congiusta, ieri è stato sentito il  futuro suocero della vittima 

 Antonio Scarfò  

REGGIO CALABRIA – È stato il giorno più importante nel troncone del processo per l’omicidio Congiusta che si sta celebrando con il rito abbreviato davanti al gup Daniele Cappuccio.

È stato sentito Antonio Scarfò, il futuro suocero della vittima che, stando all’impianto accusatorio preparato dal sostituto procuratore della Dda Antonio De Bernardo, aveva subito un tentativo di estorsione da parte del clan Costa di Siderno. Tentativo nel quale si era intromesso proprio il genero Gianluca Congiusta.

Quest’ultimo avrebbe messo “in imbarazzo” il boss Tommaso Costa (che ha scelto il rito ordinario) il quale avrebbe temuto la reazione della cosca Commisso che non sarebbe stata informata della richiesta di denaro agli Scarfò.

L’omicidio di Gianluca Congiusta, quindi, avrebbe rappresentato il prezzo che i Costa hanno dovuto pagare per mantenere il precario equilibrio mafioso a Siderno dove da mesi stavano tentando di riacquistare quel predominio del territorio perso dopo la faida contro i Commisso.

Ritornando al processo, alla sbarra c’erano Khaled Bavan (detto “Carlo” di 46 anni), Francesco Costa (29), Pietro Costa (58), Giuseppe Costa (26), Michele Di Corso (45), Valentino Di Santo (33), Adriana Muià (moglie del boss di 48 anni) e Nicola Trombacco (28). Nel corso dell’interrogatorio, Antonio Scarfò si è soffermato principalmente sul rapporto di lavoro con Pietro Costa.

A proposito l’imprenditore taglieggiato ha negato che l’assunzione del fratello del boss presso la sua ditta sia stata una sorta di estorsione.

 «L’- ho assunto – ha dichiarato Scarfo al gup Daniele Cappuccio – per le esigenze dell’azienda». 

Il pm De Bernardo ha ricostruito nei dettagli tutti le intimidazioni subite da Scarfò prima della famosa “lettera morta” inviatagli da Costa: il colpo di pistola esploso contro l’Opel Zafira di proprietà della moglie Girolama Raso e i danneggiamenti subiti della Ford Mondeo intestata alla ditta “Ilas” e della l’auto della figlia Katiuscia Scarfò, fidanzata di Gianluca Congiusta. 

Le risposte dell’imprenditore certamente non hanno fornito elementi inediti rispetto alle risultanze investigative. Aproposito della lettera con cui il boss ha tentato l’estorsione, inoltre, Antonio Scarfò ha affermato di aver saputo della missiva solo dopo l’omicidio del genero perché la moglie l’aveva consegnata direttamente a Congiusta senza informare il marito della richiesta di denaro avanzata dal clan Costa. 

Raso Giroloma moglie di Scarfò

Alle domande serrate del pubblico ministero, Scarfò ha aggiunto di non aver mai parlato della lettera con Giuseppe Curciarello, ritenuto dagli inquirenti l’uomo di fiducia del boss, colui che avrebbe intrattenuto per conto di Tommaso Costa (detenuto in carcere) i rapporti con gli altri malavitosi della zona e con le vittime delle estorsioni. 

Eppure stando a quanto riscontrato dalla Dda, nel carteggio epistolare tra Costa e Curciarello, quest’ultimo informa il boss di aver affrontato l’argomento con l’imprenditore. Questo, infatti, è uno stralcio della lettera che Curciarello ha inviato a Tommaso Costa il primoaprile 2004:  

“….Quanto al Rebus Scarfò, io ho parlato con lui direttamente, ti assicuro che di tutto quello che ti avevano mandato a dire non esiste niente, mi riferisco al fatto che allora ti avevo detto che quando sarà il momento ci sarebbe stato il tuo, oggi lui è stato abbandonato, perché le cose gli sono andate male, poi tuo fratello, allora ha combinato un caos, risolvendo il tutto con due posti di lavoro, perché purtroppo, quando uno vede ad un passo dal piede e non vede altro, succede così. Comunque come esci tu ne parliamo…..”.

 Il gup Cappuccio ha, infine, rinviato il processo al prossimo 19 maggio quando è prevista  la requisitoria del  pm De Bernardo.

 LUCIO MUSOLINO

l.musolino@calabriaora.