Gratteri boccia la politica

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Scritto da Manuela Iati' 
Tratto da Calabria ora di domenica 11 marzo 2007

Il Magistrato Nicola Gratteri boccia la politica

      

Al palazzo del consiglio regionale un incontro, promosso diRotary International e Circolo culturale Rhegium Iulii, tiene incollati alla sedia autorità politiche e militari, professionisti, rappresentanti delle categorie produttive e delle associazioni.

 

 

 

 

 

 

Tre ore e mezza di interventi serrati sembrano poche dato il fascino dell’argomento: “La mafia calabrese e i poteri politici”. Tema scottante trattato da relatori preparati: il presidente onorario aggiunto della Cassazione Giuseppe Tuccio, Gianfranco Manfredi, capo ufficio stampa del consiglio regionale, Filippo Veltri, responsabile regionale Ansa, e, soprattutto, Antonio Nicaso e Nicola Gratteri, autori del libro alla quinta ristampa “Fratelli di sangue”, presentato nuovamente alla città dello Stretto.
Dopo i saluti di rito da parte dei presidenti delle associazioni promotrici, Filippo Maltese e Giuseppe Casile, e del consiglio regionale, Giuseppe Bova, il moderatore Tonio Licordari dà la parola al primo degli oratori, il giudice Tuccio. Il quale parte dal volume che esplora la ’ndrangheta nella sua evoluzione: «I figli dei pastori hanno ora la capacità di inserirsi nei circuiti economici mondiali, grazie a finezza intellettiva e al tradizionale familismo. La mafia è un soggetto paraistituzionale, che usa i mezzi persuasivi della convenienza e non più della militarizzazione. Il piano su cui combatterla è il riciclaggio – cerniera con il mondo economico legale – attraverso un nuovo modello penalistico e amministrativo».
Sugli scenari politico-istituzionali si sofferma Manfredi, che parla del familismo come il «formidabile scudo protettivo» e della massoneria deviata come il «terreno fertile su cui nasce la “borghesia mafiosa”».
Veltri “stupisce” con i dati: «Il fatturato 2006 della ’ndrangheta è di 100.000 milioni di euro. Solo due anni prima era di 43.000 milioni. I proventi maggiori vengono dal traffico di droga, circa 50.000 milioni di euro. In Calabria l’economia criminale è al 120% del Pil, in Campania è solo al 32% e in Sicilia al 39%. Principali obiettivi del controllo mafioso, sanità e immigrazione».
Ed è il momento degli autori di un volume destinato a porsi come “bibbia” in tema di mafia di Calabria. Tale che, come ricorda il presidente Bova, «5.500 copie saranno distribuite nelle biblioteche delle scuole superiori».
«Finalmente hanno scoperto la ’ndrangheta nel mondo», esordisce il giornalista Nicaso, che, forte della sua esperienza internazionalistica, illustra proprio questo aspetto dell’organizzazione. «La ’ndrangheta non si è snaturata, come la mafia siciliana, ma si è mimetizzata rimanendo familistica e impenetrabile. La lotta non è possibile senza colpirne le cause: creare, per esempio, un’alternativa ai coltivatori di coca in Colombia o di oppio in Afghanistan. Non la si può vincere, perché nasce da domanda e offerta, ma la si può arginare, solo che non vedo una volontà politica. L’impianto delle leggi antimafia è stato via via smantellato, non c’è certezza della pena. I drogati convengono al sistema sanitario nazionale». Parole forti, le sue, cui fanno seguito quelle di Gratteri. Un mirabile excursus che parte dagli anni della svolta, gli anni ’60, in cui i nuovi mafiosi soppiantano i vecchi, dandosi ai sequestri di persona, creando la doppia affiliazione con la “Santa”, entrando nella massoneria e reinvestendo i soldi nella droga. Da agro-pastorale la mafia diventa “urbana”. Un tuffo nell’agghiacciante realtà della Colombia, poi negli strumenti per «giustificare la propria ricchezza, ovvero il riciclaggio, dall’usura alle grandi catene di ipermercati», per passare, infine, a un’impietosa analisi della situazione politica.
«Non c’è il coraggio di fare leggi impopolari. Il sistema giudiziario non è adeguato. Dopo l’omicidio Fortugno non si è modificato neppure un comma, ci sono state solo parole. Negli ultimi dodici anni il governo ha fatto l’esatto contrario di ciò che andava fatto. C’è stato il nulla».