Noi, così soli senza Gianluca

Print Friendly

“Noi, così soli senza Gianluca”

Incontro con Mario Congiusta e la famiglia del giovane ucciso dalla ‘ndrangheta

Nella foto: Roberta ed Alessandra le sorelle di Gianluca

Roberta, sorella di Gianluca:

“Vorrei fuggire da
Locri,
ma lotto al fianco di mio padre”

Mamma Donatella:

“ E’ un dolore troppo grande, ma un giorno gli promisi di essere sempre forte”

di VALERIO GIACOIA

E’ DESERTO il cimitero di Siderno in questo pomeriggio piovoso, dove il mare all’orizzonte si gonfia tingendosi sulla riva di giallo e di nero.
“Gianluca, ricordi di quando ti ho chiesto se potevo fare un giro sulla tua canoa? Tu mi hai risposto: e come no!”. Forse non se l’è sentita di aggiungere altro, se non la nostalgia per quel gran regalo, un bel giro in canoa, la piccola che ha lasciato questo messaggio in uno dei grandi raccoglitori con la copertina azzurra, lasciata dai Congiusta nella cappella di famiglia.

La bambina è figlia di una coppia di amici di Gianluca, il giovane ucciso con un colpo di fucile alla testa da un sicario della ‘ndrangheta a maggio del 2005 in una stradina buia che costeggia una vecchia fabbrica di mattoni, abbandonata da chissà quanti anni, di cui è rimasta in piedi, solitaria, una ciminiera.

I BAMBINI – Gianluca adorava i bambini, e in questo amore era ampiamente ricambiato. Forse perché,  ancora bambino, anche se un po’ più grande degli altri che gli stavano accanto, aveva dovuto lottare due anni contro la leucemia all’ospedale Sant’Orsola di Bologna, condividendo con loro grandi sofferenze e piccole gioie.
«Quando finalmente uscimmo mi consegnò simbolicamente un oscar per la mamma più forte del mondo, e ora io non posso deluderlo ».
La mamma più forte del mondo è la signora Donatella.
Non ha voluto che la tomba del figlio assassinato fosse coperta da un marmo.
«Ogni tanto – dice, accarezzandolo,poggiando il capo sul cemento che copre il loculo – viene fuori una crepa. Io sono certa che sia lui che in qualche modo si mette in contatto con noi. Siamo più vicini così».

“SCEMOTTO” – Lo “scemotto di mamma”, ripete, “scemotto perché non ha parlato, poteva parlare con noi, chiederci aiuto. Ma lui era uno che non voleva dare problemi a nessuno, figuriamoci alla mamma, ai genitori”. Di cosa poteva parlare Gianluca? “Una volta ero qui dentro è ho avuto la sensazione che tutto si muovesse – dice distratta Donatella, che non sa rispondere a questa domanda -, così gli ho scritto questa lettera, guardi, chiedendogli che cosa volesse dirmi in quel modo”. La mamma più forte del mondo che trattiene le lacrime fino a scoppiare sfogliando quei libri zeppi di messaggi.

“DOVE SEI?” – Ci sono anche le sue lettere. “Amore mio, amore di mamma, dove sei?”, leggiamo a fatica.
“Ogni volta che vengo qui ne scrivo una, come potrei sopportare questo dolore altrimenti?
Io parlo con mio figlio, devo, così gli scrivo tutte le volte che ho da dirgli qualcosa, poggio le mani sulla sua tomba con le crepe e sento ancora il suo abbraccio”.
Poi amici, e molte persone che i Congiusta neppure conoscono, gente venuta anche da fuori per lasciare una testimonianza, o anonime grida di dolore, di rabbia.
E bambini. Disegnano palloncini a forma di cuore, scrivono piccole frasi con quella calligrafia dolce e gigante. Su un foglio c’è un sole che si chiama “Gianluca”, in un altro Gianluca è vestito da angelo, con le ali, sorridente, mentre se ne va in cielo salutando chi sta sotto con il naso all’insù. Lo ha fatto Agostino, è un altro dei “fan” del giovane imprenditore assassinato. «Agostino – racconta Roberta, 29 anni, sorella di Gianluca, chiusa nel suo giacchino nero, voce che batte i denti in un misto di freddo, tensione e lacrime – ha messo una croce nel giardino di casa, è per Gianluca. Poi ha detto al papà: gli faccio vedere io a quelli là quando sarò grande».

GLI OCCHI – Roberta, e Alessandra, 26 anni, la terza dei Congiusta junior.
Hanno gli occhi del padre, come Gianluca in quella foto sul sito che ha come indirizzo il suo nome (www.gianlucacongiusta.org), dove la famiglia gli amici, i ragazzi di
“Adesso ammazzateci tutti”, raccolgono notizie, foto, aggiornano – pubblicando
i bollettini medici – sulle condizioni di Mario Congiusta, 60 anni, che da quattro giorni ormai fa lo sciopero della fame in piazza del Tribunale con il camper che ha preso in affitto a Villa San Giovanni.
«E’ stato molto gentile il gestore della rimessa, pagherò seicento euro fino al 18 novembre. Non ha voluto neanche la caparra, considero questo come un’espressione di solidarietà». Mario non ha alcuna intenzione di spostarsi da qui.
«Fino a quando avremo raccolto tutte le firme necessarie a coprire questi dieci metri di carta, che porteremo a Mastella».

DIECI METRI – La misura di un rotolo di carta per fax sul quale chi viene in piazza mette data di nascita e firma, sono diventati per caso un simbolo. Dieci metri di speranza. «Perché su mio figlio io voglio sapere la verità – dice Congiusta, scavato in volto, che è dovuto correre a indossare un giubbotto – , qualunque essa sia, anche la più terribile».
Non mangia da tre giorni papà Mario. Dorme da solo nel camper “dei diritti negati” messo di fronte al Tribunale, un palazzone grigio vecchio di quarant’anni. Sarà perché è domenica, o per via di queste gocce di pioggia già fredda, del vento che sembra volere spazzar via il tendone bianco sotto il quale qualcuno va e viene, gli amici, chi mette una firma su quel rotolo, ma l’impressione è che nella sua lotta per la giustizia Mario Congiusta sia solo.
Non c’è una pattuglia delle forze dell’ordine, e di notte – ci porteremo al ministro spiegano – in questi giorni si sono sentite anche delle sgommate, gente che passa, si ferma, poi slitta via. Da queste parti può essere anche un segnale.
Lui, Congiusta, è più ottimista. «Ci accorgiamo della solidarietà, sì – dice -, io credo che la collaborazione non manchi, la gente comincia ad accorgersi di noi, vengono qui, firmano. Noi lo facciamo anche per loro, per chi non ha il coraggio di ribellarsi.
Questa è una terra disgraziata, ed è difficile dire se cambierà qualcosa, ma bisogna provarci, fino all’ultimo, costi quello che costi».

Il bisnonno di Gianluca ferroviere “Che Guevara”
Mario ha la tempra del nonno Domenico. Accende un’altra sigaretta, racconta che Domenico «era un ferroviere, un socialista che già cento anni fa qui a Locri parlava di etica nella politica, e portava avanti battaglie per un mondo migliore. Fu tra i promotori della società di mutuo soccorso “Garibaldi” e della banca cooperativa. Poco dopo fu cacciato dalle Ferrovie».

VIA DA LOCRI? – Roberta e Alessandra ascoltano orgogliose. Ma non è certo che restino a Locri dopo tutto quello che è successo.
“Vorrei andare via”, dice la più grande. Lei non riesce a sopportare l’idea che Gianluca possa aver sofferto, che quella sera gli abbiano fatto male, che abbia sofferto prima di morire. «Non posso sentir parlare di spari, di uccisioni, sto male tutte le volte; se vedo Alessandra tagliare il pane devo girare lo sguardo, le ripeto mille volte di stare attenta». Passa una volante della polizia, da lontano un agente saluta e fa segno come per dire se va tutto bene. »Era un amico di Gianluca», spiega Roberta. A  Gianluca volevano tutti bene. «Viveva a duecento all’ora – fa Alessandra, che quando a Roberta trema la voce dalla commozione la guarda e le si gonfiano gli occhi – , da ogni esperienza voleva e sapeva ricevere qualcosa, voleva capire, sperimentare, guardava oltre, non c’era problema che non si potesse risolvere per lui, anche con un sorriso». Lo descrivono come una persona speciale, un piccolo superman di altruismo. “Grazie per quella ricarica, ti voglio bene”, si legge in uno di quei messaggi nella cappella del cimitero. Uno che faceva le cose, la beneficenza ad esempio, senza che nessuno sapesse. E che odiava i complimenti.

“CICCIO” – «Sì, mi manca molto Gianluca”, dice “Ciccio”, suo vecchio amico, quasi un Congiusta d’adozione. Da Gianluca proprio non si staccava mai, e adesso è l’ombra della famiglia. Un ragazzo con qualche problema, che Gianluca amava proprio per questo. Passa ore ed ore al cimitero sulla sua tomba. Il sorriso di Gianluca “Ciccio” lo custodisce nel piccolo portafoglio nero. Tira fuori la foto, accarezza il naso con l’indice. “Sì, mi manca, era come un fratello”.

LA SCOPELLITI – Papà Congiusta e mamma Donatella salutano persone. Squilla il telefonino, c’è chi si informa, chi chiede notizie sullo sciopero della fame, chi vuole sapere se qualcuno da Roma si è per caso fatto sentire. Nel camper i ragazzi di Locri si alternano, a fianco di Mario Congiusta, nel digiuno.
E’ arrivata anche Rosanna Scopelliti, la figlia del giudice di Cassazione ucciso dalla ‘ndrangheta su commissione della mafia siciliana. «Non si può più stare zitti – dice – sono qui anche io perché non si può più vivere nel silenzio».
Sul fianco della piazza la casa di Franco Fortugno, sul palco allestito per le commemorazioni di oggi a un anno dall’uccisione del vice presidente del Consiglio regionale calabrese il mitico striscione bianco che fece, con quello di “ammazzateci tutti”, il giro del mondo.

I SOGNI – «Ma quando torniamo a casa la sera – spiega Roberta, tra le lacrime – è un’altra cosa. Quando ci chiudiamo alle spalle quella porta arriva l’ora del dolore». Lei una volta sognò Gianluca, gli diceva «stai attento, perché c’è qualcuno che ti vuole fare del male», ma lui le rispondeva che no, nessuno poteva nemmeno volergliene, poi ci fu un abbraccio pieno d’amore. «Sogno anche di vederlo da lontano con la sua bicicletta, che adorava, la sua tuta da ciclista, lo chiamo ma lui non mi sente, non riesco a raggiungerlo e si allontana per sempre». La bicicletta di Gianluca i Congiusta la conservano come una reliquia, nel garage di casa, che sta in un piccolo cortile con gli alberi di limoni e limoncelli. Casa Congiusta è piena di reliquie. Papà Mario ha una collezione di vecchie trombe e tromboni della prima banda di Siderno.
Su una parete la pagina di un giornale dell’epoca che parla di Domenico Congiusta, il nonno ferroviere e “Che Guevara”:
Semplice, ma duro; non smise di lottare fino all’ultimo, fiducioso nel sole dell’avvenire. Che non arrivò”.