Meglio un morto in casa che un Pisanu a Porta a porta

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Mario Nirta: “Scherza…con l’attualità”

 Dicono i Toscani “Meglio un morto in casa che un pisano alla porta”. Noi, parodiandoli, precisiamo “Meglio un morto in casa che un Pisanu a “Porta a porta”. Onorevole Pisanu, il poeta sanluchese, brigadiere Antonio Marando, scriveva d’un rivale “Ti pensi ca sì Danti, e non ti vidi quantu sì cretinu, se ti mbriachi senza i provi u vinu”. Io non so se lei, prima di andare a sproloquiare sciocchezze da Bruno Vespa, avesse bevuto o meno.

Le dirò di più: non ho nemmeno visto la trasmissione perché tutto ciò che sa di regime m’infastidisce, per non dire mi ripugna. Però quei versi del mio compaesano le si attagliano lo stesso perfettamente perché lei, se non aveva bevuto, s’è ubriacato ugualmente senza nemmeno assaggiare bevande alcoliche. Diversamente non si giustificano le sue sciocchezze e tanto meno la sua insulsa lezioncina che offende i calabresi onesti. Che, mi creda o no m’importa poco, sono la stragrande maggioranza. E poi, dài, che giusto lei, un seguace di Berlusconi, che si teneva in casa un certo Mangano, pretenda d’impartire lezioni d’onestà, mi sembra eccessivo.  Ed inoltre, mi sbaglio, o non è un suo collega di partito quel Dell’Utri condannato, non so se in primo o secondo grado, per mafia? Ed allora, perché va cercare i suoi obiettivi tanto lontano da lei, quando se li ritrova in casa?

            Mi perdoni onorevole, anzi non mi perdoni per niente perché me ne strasbatto di lei e di chi la veste al mattino, non vorrei che la memoria mi tradisse, ma mi pare che lei, per ben cinque anni, si è fottuto come ministro degli interni, una consistente porzione dei nostri Euro, avendo, tra gli altri compiti quello non solo di combattere la delinquenza organizzata, ma di sconfiggerla. Ed invece, per la triste circostanza del delitto Fortugno, è sceso da noi, con tanti suoi colleghi politici, sempre pronti a vivere sui morti, esortandoci, perché gira e rigira il concetto era quello, ad agire da delatori, e mandandoci un prefetto che non si capisce, con le tante leggi e leggine che n’ostacolano l’opera come possa fare ad agire efficacemente. In pratica, lei si frega i soldi, e noi dovremmo scendere in campo. Ed in aggiunta, adesso c’insulta

            E, poi, perché dovremmo combatterla noi la mafia quando proprio per questo paghiamo giudici, esercito, governi e persino Arlacchi, tanto nocivo per mafiosi che quando ne sentono il nome si scompisciano dalle risate?  E quelli che s’espongono come li proteggete? Come avete protetto i Libero Grassi, i padre Puglisi, i Cassarà, i Falcone e tanti altri? Insomma se lei ci vuole cornuti e razziati, noi questo suo desiderio lo respingiamo decisamente al mittente.

Ma che ne sa lei di onestà e di lotte che noi e i nostri figli combattiamo tutti i giorni per mantenerci puliti? Che ne sa dei tantissimi nostri giovani che pur di non affiliarsi alla malavita emigrano sottoponendosi ad indicibili sacrifici sempre, ed agli insulti razzisti dei subumani del Nord spesso? E lei, lei che milita nella più arrogante delle mafie, quella politica; lei, lei che appartiene ad un’accozzaglia di lupi spesso eletti col voto, richiesto e non mi dica di no, dei mafiosi; lei, lei che anche per andare al bagno si muoveva con la scorta, mentre noi combattiamo, magari male, ma disarmati, s’arroga l’insana pretesa d’impartire lezioni di moralità a questi ragazzi che rinunciano alla loro terra, agli affetti ed anche a tanti facili, seppur disonesti, guadagni per mendicare quel posto di lavoro che gli tocca di diritto e che invece è spesso occupato da quei mafiosi che vi hanno eletto. Ma non si vergogna? E mi quereli, mi quereli per Dio, che me ne sentirò onorato. Oppure abbia il pudore di riconoscere che ho ragione. Già, mi perdoni, parlare di pudore con un politico…si vede che sono proprio fuori dei gangheri.

            Vi siete mossi in massa per il delitto Fortugno, alla cui memoria m’inchino così come m’inchino al dolore dei suoi cari. Ma vi siete mossi perché era più uno dei vostri, un politico, cioè, che dei nostri. Ma non vi siete mossi per Gianluca Congiusta ch’era essenzialmente uno dei nostri. Anzi da quando ne ho conosciuto i genitori, Donatella e Mario che saluto caramente, la cui stima mi onora più che ogni altra cosa, è diventato uno dei miei. Vede, onorevole, c’è un giornaletto, la Riviera – così squinternato, pensi, che ci scrivo persino io – che puntualmente, ogni domenica, vi sputtana ricordando a tutti che dell’assassinio di Gianluca, sebbene sia trascorso del tempo, non s’è scoperto niente. Quella che più ci offende è la vostra proterva ipocrisia. E mi spiego ricordandole che i suoi colleghi dell’epoca permisero alle Brigate Rosse di ammazzare giudici, poliziotti, carabinieri e quant’altro. E va bene, lo sanno tutti che poliziotti e carabinieri sono figli del popolo, specie del popolo del Sud e se uno li ammazza più che un reato, commette un’opera meritoria perché vi consente anche la passerella durante la quale sfoggiare le vostre tipiche lacrime di coccodrillo. Però, non appena toccarono Moro, uno dei vostri cioè, riesumarono Della Chiesa che in breve le sconfisse. Attento: nell’occasione nessuno mise il bastone tra le ruote al generalissimo, come successe anni dopo quando l’inviarono in Sicilia più per facilitarne l’eliminazione che per combattere la mafia.

Vede, la storia non sempre è maestra di vita. Anzi spesso non ne è nemmeno bidella. Però ci trasmette lo stesso alcuni insegnamenti tra i quali quello che dove c’è dittatura non c’è mafia. E non ci vuole Einstein per capirlo perché anche un bambino sa che il dittatore non tollera altro potere se non il proprio. Lei se li immagina i Riina ed i Provenzano fare da contraltare a gentiluomini quali Stalin o Hitler? E piaccia o no a quei lestofanti che sull’antifascismo si costruirono delle ben remunerate carriere, Mussolini in Sicilia inviò il prefetto Mori, il meglio noto “prefetto di ferro”, con potere che voi al dottore De Sena vi guardate bene dal concedere. Mori, forte di quei poteri, con metodi spicci magari, ma efficaci, inflisse durissimi colpi alla mafia. Gli imbecilli di regime, che in un regime d’imbecilli come il nostro vogliono sempre e per forza dire la loro, sostennero che Mori aveva colpito solo i pesci piccoli, la cosiddetta manovalanza. A parte il fatto che non è vero, ed accantonato anche che parecchi boss scapparono in America, ai cretini di regime vorrei ricordare solo che Annibale e Cesare, per quanto geni militari, senza un esercito difficilmente avrebbero fatto ciò che fecero.

Dunque, la mafia prolifera in democrazia perché onorevoli, senatori, galoppini sciacquini, portaborse ne mendicano i voti. In un regime dittatoriale nessuno ha bisogno di chiedere niente, c’è uno solo che decide e non deve piegarsi ai ricatti. Ora qualcuno dirà che sono contro la democrazia. Ed ha ragione. Però, vorrei ribattergli che la democrazia, almeno questa democrazia puttana che imperversa da noi, non mi porge nessuno appiglio per esserle a favore. Del resto anche i Romani nei momenti di magra ricorrevano ai dittatori che talora erano dei fessi come Cincinnato. E si vi ricorsero loro, non si capisce perché non dovremmo ricorrervi noi, anche perché, gira e volta, le dittature sono sempre temporanee.

A parte ciò, signor ex ministro, e sapesse quanto mi costa quel signor, la realtà c’insegna che quando lei, e quelli come lei, parlate di lotta alla delinquenza organizzata, nessuno vi crede. Anzi sorge il dubbio: o non volete combatterla, o ne siete incapaci. In ogni caso levatevi dalle palle. E lei non vada più in televisione ad infangarci perché così è vero che lei va a “porta a porta”, ma è anche vero che ci costringerà a farla uscire da “finestra a finestra”