Processo Congiusta-Insulti del boss Costa al fratello pentito-E’ preoccupato per le sue rivelazioni

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Spunta un nuovo colloquio intercettato in carcere

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Tommaso Costa

di Pasquale Violi

REGGIO CALABRIA – «Mio fratello Giuseppe è un megalomane».

Le preoccupazioni di Tommaso Costa chiarite in una intercettazione captata in carcere. E poi insulti ed epiteti contro il germano che ha deciso di collaborare con la giustizia. E’ questa la novità più importante del processo d’appello bis sull’omicidio di Gianluca Congiusta che si sta celebrando davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria. Nell’udienza di ieri il pubblico ministero Antonio De Bernardo ha depositato una informativa in cui è riportata una conversazione intercettata in carcere tra Tommaso Costa e i suoi familiari. Stando a quanto raccolto dagli investigatori il boss, accusato dell’omicidio del giovane imprenditore sidernese Gianluca Congiusta, mostrerebbe preoccupazioni circa la notizie trapelate sulle dichiarazioni del fratello pentito Giuseppe Costa che ai magistrati della Distrettuale Antimafia ha riferito notizie rilevanti. Ma Tommaso Costa sembra preoccupato anche di quanto il fratello avrebbe raccontato ad un altro collaboratore di giustizia, Vincenzo Curato, di avere omesso di riferire ai magistrati di un delitto compiuto da Tommaso Costa. Un particolare che forse ha reso teso Tommaso Costa che in un colloquio parla proprio delle rivelazioni del pentito Curato e non ha belle parole per il fratello oggi collaboratore di giustizia. E nel corso della conversazione captata in carcere Tommaso Costa cercherebbe di ricostruire insieme ai familiari alcuni passaggi delle affermazioni di Curato oltre che le questioni relative ai soggetti che lo andavano a trovare in carcere e a cui lui avrebbe impartito direttive. Sulla nuova intercettazione, acquisita dai giudici reggini, sarà disposta una trascrizione integrale ed il 9 marzo, data della prossima udienza, verrà affidato l’incarico ad un perito. Ma ieri è stata la giornata in cui hanno finito di essere sentiti i testimoni chiamati a riferire sugli assegni a loro firma ritrovati in possesso di Gianluca Congiusta al momento della sua morte. E come nelle scorse udienze su questo fronte non c’è stata alcuna novità di rilievo con i teste che hanno ribadito che il troppo tempo trascorso non consente di ricordare con precisione il motivo dell’emissione dei titoli ma con la certezza, specie per chi con Congiusta lavorava, che gli assegni fossero stati consegnati a garanzia di un credito lavorativo vantato dallo stesso Congiusta che, oltre a sostenere attraverso le sponsorizzazioni alcune attività, era anche una sorta di “grossista” della telefonia che forniva di schede, ricariche e apparecchiature decine e decine di negozianti.

fonte: Il quotidiano