Omicidio Congiusta-LOTTA TRA PENTITI

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Così Curato scredita l’ex boss Peppe Costa

Durante l’appello bis le parole dei due collaboratori passate “ai raggi x”. Il quesito: Giuseppe ha mentito per coprire il fratello?

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Uno scontro sull’attendibilità, una “sfida” tra pentiti, tra chi avrebbe dovuto cambiare vita e invece, forse,
nasconde ancora qualcosa.

È un palcoscenico strano il processo per la morte di Gianluca Congiusta, l’imprenditore sidernese ucciso nel 2005. Nell’appello bis, dopo l’annullamento con rinvio dell’ergastolo inflitto a Tommaso Costa, accusato di aver ucciso il giovane, sono le voci di Vincenzo Curato e Giuseppe Costa a definire i contorni di una vicenda oscura. Il primo getta ombre sulla credibilità del secondo, che ha tentato di scagionare il fratello. Si sarebbe pentito per togliersi qualche sassolino dalla scarpa e avrebbe continuato a mantenere atteggiamenti «da ‘ndranghetista», ha detto ieri Curato, collegato con la corte d’Appello di Reggio Calabria da località protetta. “U Cassanisi” ha snocciolato tutta una serie di informazioni, che servivano ad accusa e difesa per testare la credibilità dei due pentiti: ha parlato di Michele Armigero, l’ex genero di Giuseppe Costa che aveva conosciuto in carcere e che intratteneva con Costa un rapporto tranquillo, sebbene lo stesso ex boss di Siderno avesse raccontato di un possibile risentimento da parte di Armigero dopo la rottura con la figlia di Costa. «Avevano rapporti d’amicizia, passeggiavano insieme. Aveva sposato una delle figlie della moglie di Costa ed erano nella stessa cella. È stato Costa a presentarmelo come suo genero. Finché sono rimasto nel carcere di Prato li ho sempre visti salutarsi», ha spiegato. Altro tema discusso le confidenze di Costa a Curato sul traffico di droga che il nipote Francesco Costa era pronto a mettere in atto, un affare nel quale Costa, nonostante fosse già collaboratore di giustizia, voleva coinvolgere anche Curato. «Fu Costa stesso a dirmelo. A lui venne riferito dai partenti della moglie, che avevano contatti con Francesco». Ieri in aula anche il vice questore aggiunto Vincenzo Cimino, dirigente del commissariato di polizia di Siderno, che ha verificato quanto asserito da Curato in relazione agli immobili di proprietà della moglie di Costa. Un’informazione che potrebbe provare le confidenze tra i due pentiti ma che Costa ha attribuito a ben altro. «Mi sono fatto spedire tutti i documenti e li custodivo in cella – aveva detto Costa nelle scorse sedute – lui aveva la cella di fronte alla mia e li avrò visti». Cimino ha effettivamente verificato l’esistenza di quei beni a nome della moglie a Gioiosa e anche in Puglia, da dove doveva partire il traffico droga organizzato da Francesco Costa. Elementi che, sostengono i legali delle parti civili, Giuseppe Femia e Giuseppe Sgambellone, altro non fanno se non avvalorare la credibilità di Vincenzo Curato e screditare, invece, Giuseppe Costa. Il tutto per arrivare a provare un assunto, che cambierebbe radicalmente le sorti del processo: Giuseppe avrebbe mentito per proteggere Tommaso.

Simona Musco

fonte: il garantista