Cafiero de Raho, segnali di speranza

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Cafiero de Raho, segnali di speranza

Il neoprocuratore incontra l’associazione “Reggio non tace” e chiarisce: «Se i politici che dovrebbero starci vicini sono quelli che hanno portato allo scioglimento del Comune, allora preferisco che stiano ben lontani»

REGGIO CALABRIA È una città dolente, ferita,  che mostra senza vergogna le sue piaghe di giustizia negata, rabbia, diritti ignorati e domande inascoltate, ma che sembra avere  ancora la voglia e la forza di reagire quella che risponde all’appello dell’associazione “Reggio non tace” (Rnt) e sabato pomeriggio si è presentata puntuale all’incontro con il neo procuratore capo Federico Cafiero de Raho. Anfitrione d’eccezione, il presidente del Tribunale, Luciano Gerardis, che non esita – dopo una breve introduzione – a lasciare spazio al nuovo procuratore perché sa che è da lui che Reggio aspetta risposte che per anni hanno tardato ad arrivare.

Un compito non facile in una città che «da reggino» – specifica Gerardis – non si può che vedere disgregata, annichilita, inaridita nella sua dimensione politica e culturale, e forse per questo ancor più inerme di fronte ad un «fenomeno fortemente organizzato come la ndrangheta». «Vi è una parte di cittadini che si è assuefatta, ma c’è anche un settore che continua a voler reagire», sottolinea Gerardis che proprio a questa parte di città si rivolge promettendo una «magistratura di servizio, senza filtro e senza mediazione, che si rapporti con i cittadini e dia loro risposte che non possono che essere la trasparenza dell’attività che portiamo avanti. La lotta per la legalità non è semplicemente lotta  alla criminalità organizzata, ma anche lotta per l’affermazione di diritti».
Ma è soprattutto di diritti negati, di ingiustizie e soprusi che Federico Cafiero de Raho sente parlare dalle donne e dagli uomini comuni che affollano la sala e senza filtro alcuno investono il neoprocuratore di domande, considerazioni, denunce, prendendo – immediatamente – alla lettera l’invito arrivato poco prima dallo stesso de Raho a mettersi in gioco, esporsi, rischiare «anche al prezzo della propria incolumità». Come già qualche giorno fa, il neoprocuratore sfida Reggio – molto, troppo simile «alla Casal di Principe di vent’anni fa, dove si aveva persino paura di pronunciare il nome dei clan dei Casalesi» – ad avere coraggio, a reagire,  a collaborare con una magistratura che – promette –  ha intenzione di procedere senza guardare in faccia nessuno. Ma che ha bisogno dell’apporto della cittadinanza che – come vent’anni fa a Casal di Principe – oggi a Reggio ha paura di parlare di ‘ndrangheta, ma soprattutto ha paura delle istituzioni. «Capita ad esempio, che un magistrato come me entri in un ristorante. Basta questo per notare subito un certo “movimento”, una certa agitazione. Dopo, inspiegabilmente, gli viene detto che è tutto prenotato, nonostante tutti i tavoli siano vuoti». Reggio – dice de Raho – deve reagire. Deve credere nei magistrati – esorta il neo procuratore –  perché «noi siamo ancora indipendenti, nessuno ci può condizionare e abbiamo strumenti a tutela della nostra azione come l’obbligatorietà dell’azione penale, che significa non solo che non esiste discrezionalità nel procedere, ma anche completezza dell’indagine. Solo superati limiti di tempo ben definiti si può chiedere l’archiviazione».  
Ma la città – lascia intendere – non si deve limitare a delegare alla magistratura, ma – in prima persona – deve mettere le mani sul proprio destino, a partire da quello politico e amministrativo. «In un territorio così condizionato è difficile pensare che in due anni il voto possa tornare a essere libero. Nei territori che vedono l’esistenza di gruppi criminali forti, magari bisogna trovare dei meccanismi di vigilanza aggiuntiva che non sospendano la democrazia ma che tengano conto delle dinamiche presenti in contesti di questo genere – spiega de Raho –. Quando i commissari andranno via, è probabile che il Comune torni nelle mani di quelli che ne hanno provocato lo scioglimento, allora bisogna iniziare a muoversi da subito» esorta la platea, felicemente stupita da chi non esita a parlare fuori dai denti.
Viso mite, tono disteso, contrariamente alle apparenze, il neoprocuratore non sembra uomo uso al politically correct e non esita a dire: «Se i politici che dovrebbero starci vicini sono quelli che hanno portato allo scioglimento del Comune, allora preferisco che stiano ben lontani».  Del resto, non è a loro che Cafiero de Raho ha proposto un patto di collaborazione e scambio. Ma alla città.
Quella della gente comune che ha parlato con le voci dei numerosissimi interventi che hanno chiuso l’assemblea. La denuncia di chi – strozzato dalle banche – chiede vigilanza e controllo su quegli istituti che lo stesso procuratore capo de Raho non esita a definire i «principiali veicoli di canalizzazione del denaro delle organizzazioni mafiose»,  come dei semplici cittadini che si chiedono perché nonostante la classe politica sia stata spesso pizzicata in fin troppo amichevoli rapporti con le ‘ndrine, mai abbia pagato. E ancora Reggio ha parlato attraverso le domande di  chi si chiede se sia davvero giusta una giustizia che – citando Gandhi – sembra tutelare sempre il più forte, o ancora perché persino le graduatorie per l’insegnamento e l’assegnazione delle cattedre sia piegata al volere mafioso. Ma sfilano di fronte a Cafiero de Raho, anche i protagonisti di tante, troppe pagine buie della città e della provincia. Pagine che hanno il nome e il volto dell’ex consigliere comunale di Bova Marina, Tito Squillaci che denuncia «noi siamo stati la vera esperienza di cambiamento in un paese fortemente condizionato dai poteri mafiosi e lo abbiamo fatto con provvedimenti concreti: abbiamo denunciato con nomi e cognomi i personaggi dell’amministrazione collusi con i clan, abbiamo chiesto l’adesione alla Sua, ci siamo costituiti parte civile nei processi contro le cosche. Il risultato è che gli arresti sono arrivati quattro anni dopo le nostre denunce, ma noi siamo stati criminalizzati e sciolti per quella mafia che abbiamo denunciato».
Una situazione paradossale che colpisce il nuovo procuratore che chiede lumi e prende nota, come attento ascolta le rabbiose, disperate denunce di Ermenegildo Zancarelli, lavoratore della Multiservizi, vessato e mobbizzato all’interno dell’azienda oggi commissariata dopo lo scioglimento per infiltrazione mafiosa, per aver denunciato il racket dei cimiteri. «Io lo dico qui e non perché abbia paura, perché lavorando nei cimiteri la morte l’ho già affrontata, e le minacce per questa storia sono già arrivate. Se mi dovesse succedere qualcosa, sappiate che viene dal racket dei cimiteri dove tutte le cosche – i De Stefano, i Libri, gli Alvaro e fanno affari con la politica».  Ma Reggio parla anche con la disperazione dei genitori di Giuseppe Sorgonà, il giovane parrucchiere freddato in un agguato che non ha ancora firma. «Sono passati ventisette mesi da quando hanno ammazzato nostro figlio – dicono – siamo andati più volte in Procura, siamo stati sentiti più volte,  abbiamo parlato con i pm ma non ci dicono nulla, non sanno niente. Nostro figlio non ce lo riporta indietro nessuno, ma almeno vogliamo sapere chi ce lo ha portato via», dicono rivolgendosi al procuratore. E parla o forse grida ancora Reggio con la voce di Salvatore D’Amico, «uno dei tre commercianti sciagurati che hanno dato vita alla rete antiracket “Reggio libera Reggio” e ne hanno pagato le conseguenze». Vittima di un devastante attentato da parte dei clan che aveva denunciato, D’Amico per lungo tempo è stato lasciato solo – almeno dal punto di vista istituzionale – a combattere la sua battaglia. «Ho denunciato, ho fatto i nomi ai pm Ronchi e Arena, ma aspetto da cinque anni che venga istruito un processo», afferma quasi con rabbia.  
È la Reggio che soffre ma non si rassegna, che paga sulla propria pelle ma non si è ancora arresa quella che si mostra senza pudore di fronte al neoprocuratore Federico Cafiero de Raho, a testimonianza forse di un problema che va ben oltre la mancanza di denunce. Un problema che sa di sistema che stritola chi lo subisce. Una sofferenza che padre Ladiana, sacerdote divenuto simbolo di “Reggio non tace” nonostante il movimento abbia sempre rifiutato di avere portavoce,  invita Cafiero de Raho a non smettere mai di ascoltare, evitando di trincerarsi nella  torre d’avorio delle Procure, pena il rischio di un’ottusa autoreferenzialità.
Un rischio che il nuovo capo della Dda non sembra voler correre. Cafiero de Raho annota, chiede, si informa, registra denunce di indagini che non camminano, fissa incontri, ma soprattutto a quella città che ha voluto incontrarlo offre un patto di collaborazione. «Io sono venuto qui per far capire alla gente che sono vicino a tutti come uomo e come magistrato, che la magistratura è vicina alle persone. Non voglio fare bella mostra di me, ma costruire un rapporto fra uomini e donne che amano la giustizia e la verità. Credo nelle persone e nei risultati che le persone, anche nelle avversità, lavorando insieme possono conseguire». “Reggio non tace”, applaude e, forse, inizia a sperare. (0090)

Alessia Candito