La Chiesa al Sud non può fare solo messe e funerali

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La Chiesa al Sud non può fare solo messe e funerali

 Mons. Nunnari e Mons. Morosini

di ALFONSO LORELLI

“Sono molto riconoscente a Dio perché credo che mi abbia sempre aiutato nei momenti più difficili della mia vita turbolenta: lui non mi ha mai abbandonato, è stato sempre con me. io l’ho sentito sempre accanto a me, a lui risponderò degli errori gravissimi che ho commesso nella vita.” Queste sono parole di Tommaso Buscetta, il primo dei grandi pentiti di Cosa Nostra.

Anche quando la vendetta trasversale si abbatte sui suoi familiari ed egli continua a collaborare con la Giustizia, in una lettera al sacerdote del suo quartiere scrive “la mia vita è stata sempre improntata dal timore di Dio”. Totò Riina, durante la latitanza durata 25 anni, ha fatto celebrare il suo matrimonio religioso con Ninetta Bagarella da don Agostino Coppola, sacerdote ed uomo d’onore di Partinico, e da due altri sacerdoti della diocesi di Monreale, forse con il consenso del vescovo. Egli sapeva che quel matrimonio non poteva essere trascritto sui registri dello stato civile ma a lui premeva mettersi a posto con Dio, non con lo Stato. Lo stesso Riina, durante gli interrogatori seguiti alla sua cattura ha implorato spesso Dio, “. io sono stato sempre un buon cristiano. Dio sa che sto dicendo la verità.”

La proclamata cristianità del mafioso indica un essere non un apparire, una convinzione profonda nel principio assoluto che Dio concede sempre l’espiazione della colpa alle azioni delittuose commesse o da commettere e che Egli ti può salvare anche nel momento ultimo della vita terrena. Per il mafioso questa convinzione è “originaria”, è una componente della sua cultura elementare, del suo sentire primigenio derivato dalle modalità di percezione della divinità per come acquisite fin dall’infanzia attraverso i messaggi diretti ed indiretti trasmessi dalla Chiesa innanzitutto, ma anche dalla famiglia e dalla comunità di appartenenza.

La religiosità cattolica, quella meridionale principalmente, che lo ha formato fin dai primi anni della sua infanzia e di vita parrocchiale, per il mafioso è una religiosità formale, fatta di adorazioni di immagini, celebrazione di riti, preghiere, precetti di vita virtuosi recitati nelle sacre mura e subito disattesi al di fuori di esse, devozione dichiarata alla Madonna ed al Santo patrono, cospicue donazioni per le feste pagane celebrate dopo la processione. Al mafioso è consustanziale il principio del “pecca fortiter sed crede fortius”, il rapporto inscindibile e sacro peccato- confessione-perdono, mentre gli è estraneo il valore dell’azione quotidiana meritevole come dimostrazione della propria adesione alla religiosità vera e come solo viatico per la salvezza. Ma quel rapporto tra peccato e perdono è un principio fondamentale della Chiesa cattolica che, nel Medioevo, per rafforzare la sua presenza nel mondo ma anche per costruire il proprio dominio temporale, ha supportato con la nuova teoria del Purgatorio fino ad allora inesistente.

Se la salvezza del peccatore è legata al perdono che la Chiesa ed i suoi sacerdoti possono concedere, chi commette un delitto/peccato può sempre sperare di salvarsi e chi ha il potere di comminare il perdono si vede accrescere il proprio potere sugli uomini, tutti potenziali peccatori.

Morosini, in fondo, non ha fatto altro che ribadire il valore assoluto di questo principio teologico indiscusso e che certamente anche Nunnari considera indiscutibile, almeno fino a quando non verrà introdotta (ma non avverrà) una nuova teologia cattolica del peccato, del perdono e della salvezza. Non so se Nunnari, Morosini o altri prelati abbiano inviato qualche lettera pastorale (o se comunque sia mai stata applicata) nella quale invitano, suggeriscono o impongono ai propri parroci a non accettare in chiesa i mafiosi conclamati (conosciuti come tali, magari condannati o sotto processo), a non far fare loro i padrini di cresima o di battesimo, i testimoni di matrimonio; a non celebrare in chiesa il funerale di un mafioso ammazzato, a non far portare la statua del patrono ai capiclan riconosciuti come tali, a non celebrare il loro matrimonio religioso, a non somministrare loro i sacramenti ecc., ergendo così una barriera invalicabile tra mafiosi e comunità cristiana, tale da ingenerare vergogna sociale e repulsione verso i mafiosi stessi.

Se non erro niente di tutto ciò è avvenuto nelle diocesi meridionali, neanche in quella di Cosenza retta dal vescovo Nunnari, perché la teologia cristiana e la difesa dell’ortodossia non lo consentono. L’origine del male non sta dunque nelle diverse posizioni teoriche dei vescovi meridionali intorno al problema mafia. Le denunce forti della Conferenza episcopale calabrese e della Cei non sono mai mancate, almeno negli ultimi decenni. Anche se nel denunciare le cause della criminalità organizzata mai la Chiesa ha messo il dito sulle proprie piaghe, cioè sui comportamenti pratici, quotidiani dei propri uomini (vedasi l’elenco delle cause che producono “eclissi di legalità” contenuto nella Nota pastorale della Cei dell’ottobre 1991, nonché le decisioni delle diverse Conferenze episcopali calabresi). Il problema vero è che la Chiesa meridionale non ha mai preso atto della sua specificità e del suo ruolo nella “terra degli infedeli”, dove non sono necessarie le prediche ma le pratiche, i fatti, le azioni concrete finalizzate a togliere alla mafia l’acqua dove nuota cioè il consenso sociale ed il reclutamento dei giovani.

Dove sono i circoli giovanili catttolici, le sale ed i campi da gioco parrocchiali, le ludoteche e le mediateche, i gruppi musicali, le scuole-calcio e quant’altro la chiesa potrebbe offrire come alternativa all’educazione mafiosa dei giovani? Quali interventi critici fanno i vescovi calabresi sui loro parroci che pensano di esaurire il loro compito nel celebrare messa e funerali?

Non deve certo essere un non-credente a ricordare che il cristianesimo non è una filosofia, né una fede. E’ invece una modalità dell’esistenza; così è stato e lo ha predicato Gesù di Nazareth. Soltanto la difficoltà a praticarlo come esistenza quotidiana ha ridotto poi il cristianesimo a religione, cioè ad un insieme di credenze astratte e di riti che non incidono sulle modalità di vita di ciascuno. Solo così la vita vissuta quotidianamente può diventare diversa dai principi cui si dice di credere e dai riti cui si partecipa.

Fino a quando nella chiesa meridionale non interviene una vera rivoluzione teologica, magari anche contro la teologia ufficiale, i dignitari come Nunnari e Morosini predicano al vento e, seppur apparentemente su posizioni diverse, sono soltanto due facce della stessa medaglia. Additarli a simboli della Chiesa buona e di quella cattiva è da insipienti.