Come fregare la ’ndrangheta

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Come fregare la ’ndrangheta

E noi che cosa possiamo fare? Quando finalmente è chiaro il rischio di essere colonizzati dalla ‘ndrangheta, scatta la domanda. Il cittadino vuole sapere quello che lui può fare mentre la politica, a Roma come a Milano, ha la testa altrove o nega l’evidenza. In realtà il cittadino può fare molte cose. Ma ora che arrivano le elezioni amministrative ha nelle sue mani una piccola grande rivoluzione. Il classico uovo di Colombo. Una ricetta diversa da quelle che normalmente vengono invocate in tempo di elezioni. Vota per il partito che non presenta persone condannate o indagate. Vota per il partito che presenta il minor numero di persone “chiacchierate”. Giusto, sacrosanto. Serve per non dare una mano ai corrotti o ai sospetti di mafia. Ma non serve per fermare la ‘ndrangheta.

Vota per un candidato onesto. Anzi, per un candidato onesto e combattivo; non basta più chi non ruba, occorre chi sappia impedire agli altri di rubare. Giusto, sacrosanto. Serve per avere rappresentanti all’altezza, per chi li voglia e sempre che si sappia scegliere bene (le sorprese amare nel medio periodo non mancano, e i tromboni della legalità nemmeno).

Non votate per queste persone, compaiono negli atti di questa o quell’inchiesta come amici dei clan. Sempre giusto e sacrosanto. Serve a mettere in guardia gli elettori onesti che, da destra o sinistra, siano gelosi del bene comune. Ma la ‘ndrangheta ha una strategia precisa. Che funziona prescindendo da queste ricette. Mette insieme un pacchetto di voti, del tutto insensibili alle campagne di informazione. E rende quei voti decisivi per una semplice, scientifica ragione: che il cittadino normale non dà la preferenza. Perciò quei voti bastano a ottenere il consigliere comunale, anzi a farlo risultare il primo o secondo degli eletti, dunque a conferirgli il diritto politico di diventare assessore o presidente del consiglio comunale.

Ci sono grandi città dove, grazie all’avarizia delle preferenze, si entra in consiglio comunale con meno di cento voti. Città dove vanno alle urne centinaia di migliaia di elettori ma si diventa autentici trionfatori con duemila preferenze. Piccoli-medi comuni, quelli che la ‘ndrangheta colonizza per primi, dove si entra in consiglio con trenta o sedici preferenze, cifre che una ‘ndrina mette insieme in due minuti. Ecco dunque la rivoluzione, ecco l’uovo di Colombo: una marea di preferenze che sommerga quelle della ‘ndrangheta, le riporti alle loro dimensioni effettive, impedisca che una minoranza organizzata scientificamente abbia la meglio su una maggioranza che si sente già sazia del voto di partito. Tutte le altre ricette servono, sia chiaro.

Ma la prima, la primissima, è dare la preferenza, alzare la soglia di ingresso per i clan che hanno il loro patrimonio di voti ma non possono aumentarlo di molto (anzi: in genere lo spendono già tutto), perché per farlo dovrebbero conquistare la società dei cittadini onesti. A quel punto per loro diventerà inutile anche la tattica -già sperimentata- di fare prendere repentinamente la residenza nel comune in cui si vota da qualche decina di compaesani, tattica su cui fra l’altro sarebbe bene che autorità meno giulive tenessero gli occhi finalmente aperti.

Qualche amico dei clan entrerà lo stesso nei consigli comunali, qualcuno risulterà lo stesso il primo degli eletti? E’ possibile, ma ne diminuiremo senz’altro il numero. Al consiglio comunale di Milano, per capirsi, la somma delle indagini giudiziarie indica che i consiglieri che intrattengono o hanno intrattenuto rapporti di amicizia con elementi della ‘ndrangheta sarebbero ben otto. E se precipitassero a uno o due non sarebbe già una conquista? D’altronde una volta che la preferenza diventasse un’abitudine diffusa, gli stessi rappresentanti politici più spregiudicati sentirebbero meno l’attrazione fatale dei grandi elettori criminali.
Il pacchetto di voti delle cosche potrebbe rivelarsi non più decisivo. E il gioco (contro il rischio di finire in una indagine giudiziaria) diventerebbe molto meno conveniente.

Provarci, dunque. Da queste amministrative ci si mobiliti, verso gli elettori di destra e di sinistra, per sovvertire le regole del gioco a cui i clan si sono abituati e su cui hanno fondato le loro fortune. Le carriere dei loro referenti politici ci raccontano sempre la stessa storia. Spezziamola. Smettiamola di affrontare organizzazioni dotate di metodi scientifici comportandoci come dilettanti allo sbaraglio. Di tuonare contro la mafia della finanza e poi per ignoranza o indolenza regalare alle organizzazioni mafiose il quotidiano, concreto governo del territorio. Li si può colpire senza eroismi, senza correre un’unghia di rischio. In fondo loro sono un esercito sociale. Anche noi dobbiamo diventarlo.

Il Fatto Quotidiano, 8 aprile 2011