Per i detenuti inglesi lo spettro dei lavori forzati

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Per i detenuti inglesi lo spettro dei lavori forzati

LONDRA. Dal nostro corrispondente

Ufficialmente si parla di «incoraggiamento», ma per i detenuti britannici il carcere potrebbe trasformarsi in una condanna ai lavori forzati.
L’idea è del ministro della giustizia Kenneth Clarke, il veterano del gabinetto Cameron, l’unico ad aver servito sotto Margaret Thatcher. L’idea in effetti riecheggia le proposte della signora ex premier per la forza innovativa e il potenziale dibattito che rischia di innescare. Il progetto prevede l’apertura delle carceri al mondo dell’industria, che trasferirebbe parte della propria produzione nelle prigioni pagando i detenuti con il salario minimo previsto dalla legge: poco meno di sei sterline all’ora. «Gli stipendi – ha precisato Clarke – non resteranno ai carcerati. Andranno a indennizzare i parenti delle vittime». In realtà, nel suo progetto, dovranno andare anche allo stato per ripagarlo dei costi di mantenimento dei detenuti e alle famiglie dei carcerati, se queste godono dei sussidi pubblici. Secondo Clarke ai lavoratori-prigionieri resteranno circa dieci sterline alla settimana da spendere all’interno del carcere.

Per un lavoro di otto ore al giorno cinque giorni alla settimana non è esattamente un affarone. Per questo gli incentivi per “incoraggiarli” ad accettare dovranno essere consistenti. Non è escluso che la misura, se mai sarà varata, possa poi divenire obbligatoria.
Il progetto di Kenneth Clarke prevede il pieno coinvolgimento del mondo delle imprese secondo il modello già avviato con il training promosso da Cisco e National Grid. Il governo cerca quindi industrie con produzioni particolari, come l’aggiornamento dei database, che sono poco ricercate ma di cui c’è forte richiesta e promette di abbattere tutti gli ostacoli oggi esistenti per accedere alle carceri. Anzi, Clarke, immagina anche di più: la realizzazione di joint venture fra Stato e privati per la realizzazione di nuovi centri di detenzione che abbiano al loro interno vere e proprie fabbriche. «Sì, spero seriamente – ha detto il ministro – che molte imprese si facciano avanti per organizzare centri di produzione entro il perimetro dei penitenziari».

Per il ministro l’idea ha prima di tutto uno scopo sociale. «Dobbiamo cercare di ricostruire la spina dorsale di questa gente, di renderli capaci di organizzare la propria vita, distoglierli dal pensare solo al crimine. La maggior parte dei detenuti passa il tempo nella noia più assoluta, senza fare nulla. Una vita nella quale anche alzarsi dal letto è un optional. Si deve tornare ad un regime di lavoro duro». Solo così, secondo Kenneth Clarke, sarà possibile sperare che i detenuti una volta fuori dal carcere possano condurre un’esistenza normale, riportati all’abitudine di lavorare con regolarità e continuità.
Oggi in Gran Bretagna il lavoro nelle carceri esiste già, ma non ha l’impronta imprenditoriale e di massa che l’ultimo ministro thatcheriano ritiene si debba introdurre. Nei mesi scorsi Kenneth Clarke era stato criticato dal partito per l’eccessiva morbidezza mostrata verso i crimini minori. Ieri la platea di Birmingham ha salutato con toni di simpatia la nuova proposta, che per il momento resta tale. Prima che si faccia legge dovrà essere messa a punto nei dettagli che ieri non sono stati svelati.

fonte:Sole 24 ore

Pillole di ucceo goretti

Sono d’accordo con Kenneth, solo il lavoro rieduca.

Un modello da importare.