Testimoniare legalità

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Vite negate storie invisibili

Testimoniare legalità

Rocco Mangiardi (Testimone di legalità)

[ di Paolo Giordano* ]

Un anno fa Libera organizzò gli Stati Generali, dove fra gli altri temi, si discusse approfonditamente dei “testimoni
di giustizia”.

Una categoria debole, quasi dimenticata, che vive una condizione di marginalità e di paradosso,da un lato avanguardia della legislazione antimafia, dall’altro lato dolente appendice della più fiscaleburocrazia.

Si è detto incisivamente che si dovrebbero sradicare dal territorio i mafiosi non i cittadini onesti che collaborano con la giustizia, che si dovrebbe garantire al testimone di giustizia lo stesso tenore di vita di cui fruiva prima, oltre al reinserimento nel tessuto sociale ed economico, come una forma di risarcimento per i danni subiti dall’interruzione brusca delle attività economiche. I testimoni di giustizia attraversano trasversalmente
tutte le categorie sociali ed economiche, i commercianti, gli imprenditori, e sono doppiamente vessati prima come operatori economici, quando devono pagare il pizzo, poi come attori del processo penale, spesso vengono trattati più come imputati che come testimoni. Si è ipotizzato che, quando vi siano elementi di intimidazione ambientale, il teste possa solo segnalare e non denunciare i reati e i loro autori.

Il problema si pone con serietà, ma le soluzioni invocate sono apparse poco efficaci. Infatti, se si prevedono forme di protezione del teste e anche l’applicabilità della videoconferenza, il problema viene risolto solo sul piano processuale, non su quello sociale, dove invece andrebbe trovata la vera via d’uscita.
Se si ammette la secretazione, la fonte di prova è sottratta al confronto con l’imputato. Se si ipotizza la segnalazione e non la denuncia, si elimina dal campo processuale un elemento di prova che potrebbe rivelarsi prezioso.
L’incriminazione per reticenza o per favoreggiamento, ineccepibile da un punto di vista tecnico, non solo non riuscirebbe a far parlare i soggetti coartati, perché l’effetto intimidativo della pena non è detto che possa sovrastare quello della criminalità, in talune zone del nostro Paese, ma soprattutto creerebbe disparità di trattamento tra chi non parla per scelta deliberata e per collusione e chi non parla, invece, perché vuole soltanto avere un rapporto non conflittuale con la mafia ed evitare danni. Inoltre, l’imprenditore sarebbe doppiamente penalizzato

Improponibile la discriminante dello stato di necessità. Problematica e discussa la scusante dell’inesigibilità di
un diverso comportamento.
Suggerire incentivi economici o sgravi fiscali per chi rende dichiarazioni accusatorie, è possibile ma così non
si tocca il nodo della questione, che è nel sociale. Quindi, ben vengano le iniziative come quella di Confindustria Sicilia prima e di Confindustria dopo, cioè l’espulsione dalla comunità degli imprenditori di coloro che pagano e non denunciano, un ostracismo che vale il recupero di una dimensione di dignità.

In un articolo sul Corriere della Sera apparso nel luglio del 2008, vennero elencate una serie di criticità dell’area dei testimoni di giustizia: impossibilità di avere un lavoro; assegno di mantenimento circoscritto a 1.000/1.600 € al
mese; medicine rimborsate al 50%; scarso riconoscimento del danno biologico ed esistenziale; nessun programma di previdenza sociale; affitto dell’abitazione pagato dallo Stato, ma non acqua, luce, gas, tassa sui rifiuti ed ICI; isolamento nelle località segrete; cambio di generalità per i testimoni riconosciuto solo 28 volte su
67; erogazioni di mutui a tassi superiore, per la sussistenza di rischi; documenti di copertura incoerenti.
Credo che alla base di tali criticità ci sia un duplice ordine di causa, da un lato la tendenza anche inconsapevole di una equiparazione dei testimoni di giustizia ai collaboratori di giustizia, dall’altro lato una visione burocratica
delle esigenze di protezione e di assistenza.
Bisogna uscire da questa logica e definire i contorni della figura del testimone di giustizia come un
promotore, un fautore, un portatore di giustizia.

Nella Relazione di minoranza della Commissione parlamentare antimafia del 2006, la situazione complessiva dei testimoni e collaboratori di giustizia venne plasticamente sintetizzata: “testimoni di giustizia: una risorsa umiliata, collaboratori di giustizia: un’opportunità perduta”. Si tratta, quindi, di attuare le 15 proposte suggerite dalla Commissione parlamentare antimafia nella relazione del 2008, fra cui spicca quella di ampliare il ricorso all’utilizzo della videoconferenza e al telesame, accolta solo direcente con la legge 136 del 2010. Ma soprattutto, occorre lavorare perché si diffonda sempre di più la cultura della collaborazione, la coscienza civica di partecipare all’interesse collettivo, perché solo se si è parte di una generalità che vuole debellare le mafie, è possibile giungere a questo obiettivo.
Quindi, occorre diffondere i modelli virtuosi, come quello di Libero Grassi e altri o i modelli normativi, di cui
non si parla.


*Procuratore della Repubblica di Caltagirone