Talpe, servizi e boss, nella Calabria dei veleni

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Talpe, servizi e boss, nella Calabria dei veleni

di Monica Centofante – 22 settembre 2010
La Calabria che si ribella alla violenza e al malaffare e la Calabria dei veleni. Due realtà contrapposte che convivono su uno stesso territorio, paludoso come quell’amalgama di ‘Ndrangheta e “poteri altri” che si intravvedono dagli squarci aperti su indagini delicatissime.


Sabato prossimo, 25 settembre, la società civile che “non ci sta” sfilerà per le strade di Reggio Calabria per dire “No alla ‘Ndrangheta” . E manifestare una concreta vicinanza a quei magistrati e giornalisti vittime, in particolare negli ultimi mesi, di pericolosi attentati e vili intimidazioni.
L’ultima è arrivata soltanto ieri. Preso di mira, ancora una volta, il Procuratore Generale Salvatore Di Landro che si trovava in ospedale per una visita al nipotino: mentre era in corsia due telefonate sono giunte al comando dei Carabinieri e della Polizia per recapitare un messaggio: “Sappiamo che Di Landro si trova in ospedale. Siamo pronti a colpire”. E il segnale è chiaro: seguiamo i movimenti dei magistrati. Ma chi avvisi le cosche dei loro spostamenti rimane un mistero.

“C’è un nemico occulto che dobbiamo ancora stanare” ha dichiarato ieri il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Michele Prestipino, nel giorno in cui si è registrata una svolta nelle indagini sull’auto carica di armi ed esplosivo rinvenuta il 21 gennaio scorso a Reggio nei pressi del percorso che sarebbe stato utilizzato dal Presidente Napolitano in visita alla città. “Quell’autovettura – ha aggiunto inoltre il procuratore Pignatone incontrando i giornalisti per illustrare i particolari dell’operazione Piccolo carro, che ha portato al fermo di Demetrio Domenico Praticò – fu fatta ritrovare volutamente. Su segnalazione del commercialista Giovanni Zumbo, arrestato nell’ambito dell’operazione ‘Crimine’ che abbiamo condotto insieme alla Procura della Repubblica di Milano e che ha portato all’arresto di oltre trecento persone”.
Zumbo è il professionista sospettato di essere in contatto con i servizi segreti e di passare informazioni sulle inchieste in corso alla cosca Pelle di San Luca, grazie alle sue entrature negli uffici giudiziari e di polizia. Ed è l’uomo che nel corso di una conversazione intercettata dalle forze dell’ordine aveva dichiarato: “Ho fatto parte di… e faccio parte tutt’ora di un sistema che è molto, molto più vasto”. In un’altra, rivolto al boss Giuseppe Pelle, era stato più esplicito: “Ci sono i servizi militari, che sono solo militari cioè non possono entrare persone che non sono militari, io faccio parte comunque di questa come esterno”.

Nel provvedimento di fermo eseguito ieri – al culmine delle indagini sul ritrovamento dell’auto, avvenuto a breve distanza di tempo dalla bomba fatta scoppiare davanti alla Procura Generale reggina il 3 gennaio – i magistrati hanno evidenziato che “non si può fare a meno di sottolineare l’eccezionale gravità di quanto è via via emerso dalle indagini. Lo Zumbo, stimato professionista, accreditato presso gli uffici giudiziari e di polizia e le agenzie di sicurezza, ha avuto la possibilità per un prolungato periodo di tempo e con apparente totale facilità, di conoscere nel dettaglio le più importanti e delicate indagini dell’arma dei carabinieri”.
E secondo indiscrezioni in una nota trasmessa alla Dda dall’Aise (ex Sismi) si leggerebbe che “risulta essere stato persona in contatto con dipendente struttura periferica di quest’agenzia dal dicembre 2004 al 31 dicembre del 2006”.
Significativi sono anche i rapporti dell’oscuro commercialista con ambienti della politica, così come già evidenziati dal colonnello Valerio Giardina, all’epoca responsabile del Ros di Reggio. “Mi interessai a lui – aveva detto Giardina ai magistrati – in quanto mi fu detto che era intraneo ad un ambiente politico-massonico nell’ambito del quale potevano aprirsi interessi investigativi. All’epoca, inoltre, Zumbo lavorava nella segreteria dell’on. Alberto Sarra, per noi soggetto di interesse investigativo”.

Ora la Procura dovrà effettuare i necessari approfondimenti, ma in riferimento alla Fiat Marea imbottita di armi ed esplosivo il procuratore Pignatone ha già le idee chiare: si è trattato di una “messinscena”, ha detto. “Lo scopo di Zumbo era di addebitare la responsabilità della collocazione della vettura al pregiudicato Pino Ficara, cugino del boss Giovanni Ficara, che era suo amico, a causa di pesanti contrasti tra i due Ficara per la conduzione degli affari della cosca omonima”. Si è trattato insomma di “un autentico depistaggio”.

Sul ruolo del commercialista gli investigatori però vanno oltre. “Zumbo – dicono – non può avere agito da solo ma, al contrario, non può che essere stato incaricato da qualcuno, alla cui volontà lo stesso Zumbo non può fare a meno di adeguarsi, interessato a entrare in rapporto con i boss Giovanni Ficara e Giuseppe Pelle anche a costo di vanificare le più importanti indagini dei Carabinieri contro la ‘Ndrangheta”.

Un ragionamento che potrebbe inserirsi in un quadro più ampio dal momento che gli stessi investigatori non hanno fatto di mistero di temere una regia unica dei vari episodi che si susseguono da gennaio. Nell’ottica di una strategia della tensione che coinvolgerebbe ‘Ndrangheta e pezzi deviati delle istituzioni.

In questo clima ieri, in serata, è arrivata la notizia del sequestro di un pericoloso container al Porto di Gioia Tauro: al suo interno circa sette tonnellate di esplosivo T4, quanto basta a far saltare in aria un’intera città.
Gli investigatori hanno escluso subito che l’esplosivo fosse destinato alla criminalità organizzata italiana, perché inserito in un più ampio traffico internazionale. Ma non hanno mancato di sottolineare quanto sia improbabile che dell’affare non fossero a conoscenza le famiglie di ‘Ndrangheta che controllano il territorio.
Forse anche per questo gli atti dell’inchiesta sono passati oggi alla Dda reggina. E la tensione, in Calabria, continua a salire.