L’associazione antimafia Sos costretta a chiudere: “Abbandonati dalle istituzioni”

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L’associazione antimafia Sos costretta a chiudere: “Abbandonati dalle istituzioni”

“Avete fatto male a chiamare i carabinieri. Perché io quello che devo fare lo farò, ditelo pure al signor Manzi”.
Questa è l’ennesima minaccia da parte di qualche mafioso nei confronti di Frediano Manzi. E per questo lui ha gettato la spugna: si è arreso, il sito della sua associazione antiraket, la SOS, adesso è “Chiuso per mafia”.

 

“Avete fatto male a chiamare i carabinieri. Perché io quello che devo fare lo farò, ditelo pure al signor Manzi”.

Poche minacciose parole dirette a Manzi. Pochi conoscono il nome di Frediano Manzi, presidente dell’associazione Sos racket e usura, impegnata da anni nella lotta alla criminalità organizzata nel Milanese. Ebbene questa associazione ha adesso chiuso i battenti e così il sito.

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Il motivo? Non certo la viltà del suo presidente. Sapeva certamente, quando iniziò la sua attività di lotta alla mafia, che sarebbe andato incontro a pericoli. Non per questo oggi si è arreso. Il fatto è che contava (ahimè, noi idealisti e illusi) sull’appoggio delle istituzioni. Viceversa l’assurda ed ignobile storia della chiusura di questa associazione è costellata da un lato da molti successi nella lotta contro la mafia (18 anni di lotta alle cosche e 500 denunce) ma dall’altro, da parte cioè delle istituzioni che avrebbero dovuto favorire e sostenere la sua opera, ha ricevuto spesso indifferenza,  attacchi, e perfino “sberleffi”. Tanto che oggi dichiara “siamo stati abbandonati dalle Istituzioni”

Proprio come Vassallo, il povero sindaco di Pollica, barbaramente ammazzato nei giorni scorsi poiché aveva detto, prima di essere “azzittito”, di esser di fronte alla collusione di forze dell’ordine e criminalità organizzata. Colpito forse dal fatto che orami in Italia la criminalità è tornata a colpire chiunque, anche uomini delle istituzioni (come sempre nei periodi di incertezza politica), ha deciso di non lasciarci la pelle. Ricostruiamo un po’ le vicende di questa associazione: magari saltano fuori delle cose che possono spiegare perché è stato abbandonato.

L’associazione nasce nel 1999, e dopo solo due anni di vita, viene sbattuta fuori dalla sede di via Piermarini poiché i condomini, spaventati da due minacce ricevute, hanno stabilito che l’associazione di Manzi è fastidiosa anche per loro. Manzi è stato poi ospite delle Acli, che gli offrirono una sede in via della Signora ma dopo le solite minacce ed un attentato “dimostrativo” anche le Acli lo cacciarono. Dal 2001 in poi, per nove anni, l’unica associazione presente in Lombardia che produce denunce contro il racket, si trova senza una sede ufficiale: Manzi decide che la sede sarà casa sua. Un tale eroe della patria, che spende se stesso per la difesa dei suoi connazionali e del diritto del genere umano, come viene ripagato dalle istituzioni e dai politici? Così:

1) Il vicesindaco Riccardo De Corato (detto “il minimizzatore”). Per ringraziare il Manzi che ha filmato e portato alla luce un giro di racket delle case popolari (alloggi occupati e riaffittati abusivamente a 3.000 euro) facendo così partire una indagine che ha portato alla cancellazione del clan siciliano dei Pesco, il buon vicesindaco dice: “Il fenomeno è inesistente”. L’indagine invece va avanti e Manzi in pochi mesi porta in procura una dettagliatissima mappa del racket in diversi quartieri della città.

2) Il sindaco Letizia Moratti (detta “la solidale”). Per sottolineare l’impegno delle istituzioni nella lotta alla mafia la Moratti invita Manzi “a fare regolare domanda all’Aler” (Azienda Lombarda per l’Edilizia Residenziale)

3) Marco Osnato (detto “il comico”). Quest’uomo, genero di Romano La Russa, consigliere comunale del Pdl e membro del CDA di Aler, propone a Manzi una sede a Quarto Oggiaro, ossia il quartier generale della criminalità organizzata della periferia di Milano. Che burlone!

Manzi non si scoraggia e prosegue la sua opera: raccoglie denunce, passa di casa in casa per raccogliere informazioni scomode. Quindi? Nell’ottobre del 2009 sparano contro il suo chiosco di fiori, a dicembre gli inviano un pacco bomba, a casa sua, A febbraio del 2010 un suo furgone viene dato alle fiamme. Lui non si spaventa continua, fino a ieri: qualcuno squarcia le ruote delle sue due auto, gli arriva una telefonata in cui vengono pronunciate le fatidiche parole riportate all’inizio. E cosa fanno le istituzioni e i politici? Niente. Quindi ha oggi deciso di chiudere i battenti. Chi può biasimarlo? La resa di Manzi è la resa di tutti gli onesti, è la nostra resa. Ringraziamo come al solito i nostri amati politici dell’era “berlusconian’s dream”.

di Luigi Pignalosa