‘Ndrangheta, 26 arresti per il porto di Gioia Tauro

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I boss garantivano ai cinesi il passaggio “tranquillo” delle merci contraffatte
In manette anche un ex direttore e un funzionario dell’ufficio dogana

‘Ndrangheta, 26 arresti per il porto di Gioia Tauro

di GIUSEPPE BALDESSARRO

REGGIO CALABRIA – Stavano trasformando Gioia Tauro nella porta per l’Europa di tutte le merci contraffatte d’oriente.

Ai cinesi garantivano prezzi competitivi e controlli praticamente nulli. Alle ‘ndrine andavano guadagni favolosi. Quando arrivavano le navi sapevano come ungere i meccanismi della dogana.

Come far chiudere un occhio, o anche tutti e due, a funzionari “amici”. I boss della ‘ndrangheta avevano messo le mano sui moli di uno dei più grandi porti del Mediterraneo.

E facevano affari d’oro. Si occupavano di tutto. Attraverso la “Cargoservice srl” fornivano la loro “attività di rappresentanza doganale”.

Ai cinesi stava bene.

Da una parte infatti risparmiavano sulle tasse dichiarando merce di valore inferiore a quello reale. Dall’altra riempivano i container di capi d’abbigliamento contraffatti. Nike, Kappa, Puma, oppure Crocs. Passava tutto da Gioia. Bastava pagare. La tangente delle ‘ndrine si chiamava “assistenza”, una conveniente voce di bilancio.


All’alba di oggi sono finiti in manette in 26. I carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria e gli specialisti del Ros, hanno stroncato un giro d’affari imponente e sequestrato beni per diversi milioni di euro. L’indagine della Dda reggina, con il contributo della Dogana Nazionale, ha sollevato il coperchio a un coacervo d’interessi che la dice lunga sul giro di soldi al porto di Gioia. Nella rete sono finiti boss e affiliati delle cosche Molè e Pesce, imprenditori in odor di mafia come Cosimo Virgilio, e anche uomini dell’amministrazione. Come l’ex direttore dell’ufficio dogana di Gioia Adolfo Fracchetti e il funzionario Antonio Morabito.

Il meccanismo scoperto dai magistrati reggini (Michele Prestipino, Roberto Di Palma e Roberto Pennisi) era piuttosto semplice. Bastava essere sicuri che nessuno mettesse il naso nei container che arrivavano dalla Cina. I calabresi avevano agganciato due orientali, Lyn Wanli e Dai Rongrong, che dall’Italia si occupavano di importare prodotti provenienti dalla Repubblica popolare per conto di numerose società, come la Gruppo Kang. Ai soci cinesi si garantiva il passaggio delle merci senza grattacapi e a “tassa agevolata”. Per ogni container si potevano risparmiare decine di migliaia di euro, che in parte restavano ai clan sotto forma di pagamento di “servizi”. Il business era talmente conveniente che la Dai Rongrong (alias Lena) era pronta a “spostare a Gioia anche il giro d’affari che aveva sul porto di Napoli”.


All’Ufficio della dogana Cosimo Virgilio aveva buoni amici. Come l’ex direttore Fracchetti, che uscito dal servizio pubblico è poi stato assunto dalla Cargoservice come direttore tecnico. E Antonio Morabito che secondo gli inquirenti veniva “unto” con regalie varie. Un meccanismo consolidato, che quando s’inceppava veniva spinto con segnali espliciti. Come quando a Gioia sono arrivati due nuovi funzionari che hanno iniziato a fare il loro dovere e a bloccare container. A uno hanno sparato alla macchina mentre usciva dal porto. E all’altro hanno inviato una busta con due bossoli calibro 38. Trasferiti entrambi per motivi di sicurezza. Segnali inquietanti, su cui gli inquirenti stanno ancora indagando.

Un giro consistente i cui proventi, per la Dda reggina, andavano in investimenti puliti. Nella carte dell’inchiesta si parla dell’acquisto di strutture alberghiere nel Lazio, ma anche di società varie.
Il Porto di Gioia era già finito nel mirino dei magistrati. Poco più di un anno fa erano stati scoperti gli interessi dei clan Molè e dei Piromalli-Alvaro sulla Allservice, un’azienda che all’interno della struttura portuale gestiva il rizzaggio dei container. Senza dimenticare che dai moli calabresi passa di tutto. Compresi ingenti quantitativi di droga proveniente dal Sudamerica. Solo lo scorso mese, la Guardia di Finanza e gli uomini dell’arma hanno sequestrato 430 chili di cocaina purissima. Un giro colossale, da decine di milioni di euro, anche questo gestito dai calabresi.