La caduta del Muro di Berlino favorì le mafie di Giovanni Tizian

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La caduta del Muro di Berlino favorì le mafie

di Giovanni Tizian

11/11/2009

“Vai di là e compra tutto”. Una frase emblematica intercettata dalla Dia durante una telefonata tra due mafiosi nei giorni immediatamente successivi alla caduta del muro di Berlino. Un ordine diventato il simbolo della forza espansionistica delle mafie. Una forza apolitica, interessata soltanto alla possibilità di investire i propri soldi sporchi in attività legali o nell’acquisto d’immobili. E con la caduta del muro, il crollo del comunismo, il disfacimento dell’Unione Sovietica, a Est si sono delineati nuovi orizzonti finanziari per i mafiosi e per chi avesse liquidità in eccesso da investire al riparo da occhi indiscreti.

L’Europa dell’est si è trovata catapultata in un contesto nuovo: Il capitalismo finanziario senza passare per il capitalismo industriale. Una rottura brusca con il passato che ha lasciato in balia della miseria e della povertà milioni di persone, mentre ha permesso agli ex dirigenti di Partito, agli ex burocrati e a quelli che occupavano in precedenza posti di comando di divenire i nuovi capitalisti d’avventura nel deserto creato dalla disintegrazione dello stato sociale. E’ in sintesi la storia dei Putin di Russia. I prezzi stracciati con cui era possibile acquistare interi palazzi non potevano di certo lasciare indifferenti le menti imprenditoriali dei mafiosi nostrani.

 


Cominciò così la folle corsa all’investimento. Miliardi delle vecchie lire, trasformati in dollari e fatti sbarcare là dove un tempo il mercato veniva sottoposto a controlli ferrei. In questa deregulation accelerata del mercato dell’est le organizzazioni criminali hanno trovato un’ottima vasca di sversamento dei propri illeciti guadagni. Un rapporto dei servizi di sicurezza tedeschi (Bnd)di qualche anno fa affermava che inizialmente la ‘ndrangheta ha utilizzato la Germania come corridoio per il traffico di armi e di droga e successivamente aveva cominciato a investire nel settore dell’economia legale acquistando alberghi, villaggi turistici, e immobili soprattutto ad est. Nel 1993 la procura di Locri si è imbattuta in un clamoroso giro di riciclaggio che collegava la Calabria alla Russia.

L’anello di congiunzione è stato individuato in Salvatore Filippone, originario di Locri, capace di creare una vera e propria holding per riciclare il denaro proveniente dal traffico di droga delle ‘ndrine della locride. Aveva progettato di acquistare catene di alberghi, casinò, piccole agenzie bancarie moscovite, un’acciaieria a Leningrado, una banca e un’ industria chimica. Per realizzare l’operazione aveva racimolato rubli per il valore di 2mila e 600 miliardi. Che l’Ex blocco sovietico rappresentasse un ghiotto affare per la ‘ndrangheta non è mai stato un mistero. Il procuratore Gratteri della Dda di Reggio Calabria aveva segnalato il pericolo più volte affermando che le ‘ndrine non avevano perso tempo a inviare propri uomini nei paesi dell’Est per gestire e controllare le nuove fonti di ricchezza. A vent’anni dalla caduta di quel muro tanti altri, visibili e invisibili, ne sono stati innalzati. Barriere divisorie e discriminatorie imposte dall’intolleranza e dall’assenza di dialogo. Mai un muro è stato eretto a tamponare il dilagante cancro mafioso e la mentalità che lo rende immortale.