Nel carcere di Parma insieme camorra e ‘ndrangheta

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Nel carcere di Parma insieme camorra e ‘ndrangheta

Un’ora d’aria mafiosa

Si ritrovano Francesco Schiavone e Giuseppe Morabito

Il latitante Iovine referente dei Casalesi per la Calabria

di  MICHELE INSERRA

NEL CARCERE di massima di sicurezza di Parma l’ora d’aria la trascorrono assieme. Il supremo della camorra, Francesco “Sandokan” Schiavone e il pezzo da novanta della mala calabrese, Giuseppe Morabito “u tiradrittu”. Il terzo incomodo è un esponente di spicco della mafia siciliana riconducibile al cosca palermitana dei Lo Piccolo. Camorra, ‘ndrangheta e mafia, tutti insieme appassionatamente.

E’ quanto avviene all’interno del perimetro del penitenziario dove i vertici della criminalità sono ristretti al 416 bis. E’ l’ennesima telenovela tutta italiana. Una farsa dal sapore amaro. Lo Stato vieta ai sorvegliati speciali di incontrarsi con pregiudicati in strada e consente ai massimi vertici della mala di  prendere una boccata d’aria assieme. Schiavone e Morabito hanno un rapporto di vecchia data. Hanno trattato gli affari, illeciti, insieme. Partite di droga e fiumi di danaro  hanno rimpinguate le casse di camorra e ‘ndrangheta.

 

E’ l’11 luglio del 1998. Casal di Principe trema. Il capo dei capi viene ammanettato. Cinque anni vissuti nell’ombra, senza mai lasciare la sua terra. Lontano dai riflettori della cronaca,  vicinissimo agli affiliati e alla sua famiglia. Poi, l’arresto del supremo della camorra casertana e la rivalsa dello Stato sullo strapotere della camorra che a Casal di Principe, Caserta e San Cipriano d’Aversa ha i volti e i nomi degli esponenti del clan dei Casalesi.  La cattura di Francesco Schiavone,  capo indiscusso dell’organizzazione criminale nata alla fine degli anni Ottanta sulla scia della disfatta del gruppo di Antonio Bardellino, segnò l’inizio della controffensiva dell’Antimafia in Terra di Lavoro.
Innamorato del mito di Napoleone,  Schiavone viene definito dagli inquirenti una mente criminale di primissimo livello, capace di intessere rapporti di affari con la politica e con gli imprenditori, di gestire flussi economici di portata miliardaria e di imporre il suo potere di capoclan feroce ed astuto su un territorio tanto vasto quanto ambito dai sodalizi più forti della camorra campana, godendo dell’appoggio di esponenti della vita politica locale. Quella villa bunker, oggi destinata a diventare un centro sociale per i giovani, Sandokan l’aveva fatta costruire su misura. Undici anni fa i carabinieri violarono il fortino, mettendo fine alla latitanza di un uomo spietato, come solo i boss mafiosi sanno essere. Dotato di una freddezza particolare, si legge nelle carte processuali. Schiavone negli ultimi venti anni ha scalato i vertici di una delle più potenti organizzazioni criminali della regione, scardinando logiche di potere consolidate nel tempo e riconducibili a un capoclan del calibro di Antonio Bardellino, uno dei protagonisti della ribellione allo strapotere di Raffaele Cutolo, “il professore” di Ottaviano. Un personaggio che aveva pertanto allacciato i suoi rapporto con le ‘ndrine potenti calabresi.

Tra questi quella capeggiata dall’africese Giuseppe Morabito.  “U tiradrittu”, boss di prima grandezza e latitante alla macchia per decine di anni, è stato tratto in arresto dai carabinieri del Ros di Reggio Calabria, guidati dal colonnello Valerio Giardina, nelle campagne di Santa Venere cinque anni fa.

Il “mammasantissima” di Casalinuovo di Africo si nascondeva in un casolare, dividendo il carico della fuga dalla giustizia con il genero Giuseppe Pansera, nelle campagne dell’entroterra reggino. Gli uomini del colonnello Valerio Giardina riuscirono ad arrivare al suo nascondiglio seguendo i familiari che, con cadenza quasi giornaliera, si spostavano dalla Locride per portare al boss generi alimentari, abbigliamento e medicine.

Giuseppe Morabito, nell’elenco dei trenta latitanti più pericolosi d’Italia, venne arrestato il 18 febbraio del 2004. Al blitz presero parte centinaia di carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria, all’epoca diretto dal colonnello Antonio Fiano. Da allora si trova ristretto presso una cella di massima sicurezza della casa circondariale di Parma. Tra Casalesi e ‘ndrangheta l’anello di congiunzione porta il nome di  Antonio Iovine, di San Cipriano d’Aversa, latitante da oltre 13 anni. Sarebbe lui a trattare gli affari con i calabresi.

E’ lui che fa le veci di Sandokan ed è considerato il capo indiscusso di tutta la federazione dei casalesi.