PROCESSO CONGIUSTA SCARFO’ NEGA

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Scarfò nega:

mai subite minacce  

Tensione durante l’udienza di ieri tra il padre di Congiusta e l’ex consuocero

Dalle deposizioni di oggi, al processo che si celebra in corte d’Assise sull’omicidio del giovane imprenditore sidernese Gianluca Congiusta, esce fuori uno spaccato di Calabria tristissimo, fatto di minacce concrete e intimidazioni continue per un affresco a tinte forti di una Locride di quotidiano squallore.

Al centro del dibattimento, giudice Bruno Muscolo, ci sono le lettere di minacce ricevute dalla famiglia Scarfò che secondo il pm De Bernardo sono alla base dell’uccisione efferata di Congiusta.

Sul banco dei testimoni – dopo una sospensione resa necessaria a causa del ritardo nel trasferimento dal carcere de L’Aquila a quello di Spoleto per l’imputato Tommaso Costa – sfilano i famigliari della ragazza dell’imprenditore ucciso e per tutta la seduta è un continuo ritorno alla sera dell’omicidio e alle presunte pressioni estorsive subite dalla famiglia Scarfò negli anni e nei mesi precedenti alla sera del 24 maggio del 2005. 

Attimi di tensione tra il teste Antonio Scarfò e Mario Congiusta, quando i due ex consuoceri si confrontano direttamente, su richiesta del presidente, sulle dichiarazioni rilasciate dal suocero di Gianluca in cui nega categoricamente di avere mai detto di essere stato minacciato con una pistola alla testa e nega fermamente, pur ammettendo di essere in possesso di una pistola regolarmentedenunciata, di essere mai uscito armato per le vie di Siderno a causa della paura di poter subire un attentato.

E poi lettere con bossoli, attentati incediari a macchine e capannoni,telefonate preoccupate per sapere della sorte dei figli; nello squallore diuna situazione imprenditoriale da sempre vessata dal contro potere delle cosche c’è di tutto. E succede anche che in una famiglia normale si eviti di parlare approfonditamente di queste cose, perché,  come dice la giovane Claudia Scarfò

«Le occasioni di stare insieme in famiglia sono schiacciate tra il lavoro e la scuola e tutti abbiamo diritto ad una vita normale».

Anche se la normalità consiste, in alcuni casi, nel correre in piena notte per controllare l’allarme scattato nello stabilimento, o dimenticare una lettera minatoria facendosi tranquillizzare da una frase come

«è stato fatto quello che bisognava fare »,

pronunciata da una che madre che nonvuole spaventare troppo i propri figli; o ancora il fatto che i diretti interessati affermino di apprendere dai giornali le notizie che li riguardano in prima persona.

E soprattutto c’è la morte assurda di un ragazzo normale, che si preoccupava della famiglia della propria ragazza, che accorreva in aiuto quando i telefonini scattavano per segnalare l’ennesimo attentato, prima di finire incontro ad un destino triste. Come lo spaccato di irreale quotidianità calabrese che salta fuori dal processo.

VINCENZO IMPERITURA 

La sorella ed il padre di Gianluca alla manifestazione di Libera a Napoli

chiedono la certezza dell'espiazione della pena