Processo Congiusta: la lettera scarlatta

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Processo Congiusta:

la lettera scarlatta

LOCRI – Si guardano negli occhi. Mario Congiusta e Antonio Scarfò sono li, in un’aula di Corte d’assise, divisi da un tavolo con sopra un monitor. Microfoni accesi. Il padre e il suocero di un giovane, Gianluca Congiusta, morto per un colpo di fucile per mano di un killer della ‘ndrangheta.

 

Un lutto, la rabbia. La verità giudiziaria si conoscerà tra alcuni mesi. Ma loro, Mario e Antonio, sono lì che si scrutano e parlano. Dubbi e perplessità per il giudice e la corte. Parlano di un giorno di dolore, quando si ragionava, o forse non del tutto, su cosa fosse avvenuto.

Un imprenditore in mano al ricatto che forse è stato minacciato con la pistola alla tempia.

C’è chi lo ricorda c’è chi nega di averlo detto e subito.

Ancora una volta, ma i due sono già seduti in un'altra sedia e non si guardano più negli occhi, in mezzo sta una lettera. Scarlatta come il sangue di un giovane caduto in una guerra senza nome. Lettera morta. Lettera che nessuno ha visto ma tutti la conoscono. Tutti coloro che la conoscono non sanno che l’altro ne è a conoscenza. Sapere ma non parlare.

 

Eppure c’era una volta la famiglia, oltre a quella del “focolare”, dove ci si parlava, si discuteva si prendevano le decisioni per il giorno dopo, per il futuro. Sana famiglia dove l’ultima parola la dava il padre. Pare non sia più cosi. L’estraneo dorme nel letto della stanza accanto. Ed allora tutto rimane chiuso nella cassaforte. O forse neanche questo. Perché quando tutti sanno, maledetta stampa, c’è chi continua a non discutere della lettera scarlatta.

E chi non discute è proprio chi dovrebbe farlo.

 

L'ARTICOLO E'TRATTO DA IL FATTO ON LINE
LE FOTO DA RICERCHE INTERNET