AL PROCESSO SUL DELITTO DI GIANLUCA IL CONFRONTO TRA IL PADRE DELLA VITTIMA E SCARFO’

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Al processo sul delitto di Gianluca il confronto tra il padre della vittima e l’allora suocero

Congiusta- Scarfò, è scontro

In aula due ex cognati. Si attende la testimonianza della fidanzata Katia

 Locri – quasi tutta la famiglia Scarfò, ieri, al banco dei testimoni, chiamati dal presidente della Corte d’Assise, il giudice Bruno Muscolo, per chiarire alcuni dati rilevati nel corso delle dichiarazioni di Mario Congiusta.  

I fatti intorno ai quali dovevano rispondere erano legati alla lettera minatoria che la famiglia aveva ricevuto e che costituisce la pista dell’accusa nei confronti degli imputati.   

Momenti di tensione ieri, nel corso dell'udienza per l'omicidio di Gianluca Congiusta.

Dopo aver chiamato a testimoniare Antonio Scarfò, suocero della vittima, in seguito alle dichiarazioni di Mario Congiusta il pubblico ministero,  che si trovava a non poter fare chiarezza tra le due dichiarazioni, del padre e  del suocero di Gianluca, ne ha chiesto il confronto. Si sono così trovati di fronte l'uno all'altro i due uomini che asseriscono due situazioni diverse.

Antonio Scarfò nega categoricamente di aver confidato a Mario Congiusta di aver ricevuto minacce con una pistola puntata addosso. "Come posso aver detto una cosa che non mi è mai successa? Per gli altri atti intimidatori e  danneggiamenti ne ho sempre parlato ai conoscenti, ma non ricordo se il giorno  in cui lui indica il colloquio io abbia detto queste cose" e, rispondendo alla domanda del presidente Muscolo sulla sua teoria circa l’omicidio di Gianluca afferma“io non faccio ipotesi, sono un uomo pratico, io i quesiti non me li pongo nemmeno”.

Dall'altro lato Mario Congiusta afferma di ricordare con chiarezza di aver parlato proprio il  giorno dopo l'omicidio a casa propria con Scarfò, si ricorda l'angolo esatto in  cui si trovavano e lo invita a ricordarsi tutto, compreso il fatto che da qualche tempo girava con la pistola in tasca. Affermazioni, quelle del padre di Gianluca, che fanno alzare i toni di Scarfò il quale continua a negare sia  la minaccia subita con la pistola, sia di aver mai messo in tasca una pistola, soprattutto quella che Congiusta chiede se ha intestata.

Il padre della vittima incalza, chiedendo all'imprenditore se è vero che Gianluca accorreva quando scattava  l'allarme che avevano installato sui luoghi di lavoro. Scarfò ricorda, infatti, che in alcuni casi accorreva anche il genero ma non sa rispondere chi lo avvisava della situazione, "io non l'ho mai chiamato". Ma chi sapeva e cosa della lettera minatoria arrivata alla famiglia? Comincia con il padre e cerca di fare luce sulla vicenda il presidente della corte che, nelle sue domande, cerca di chiudere il cerchio sulla situazione che la famiglia Scarfò stava vivendo dopo le lettere minatorie e per capire se davvero si può creare un collegamento tra queste e la morte del giovane Congiusta. Nel frattempo si trovano a testimoniare i figli Claudia, questa afferma di aver saputo dalla madre della lettera e non ricorda nel dettaglio l’evento del danneggiamento alla sua auto che cerca di fargli rammentare il pubblico ministero De Bernardo.

La ragazza rende noto anche che lo scorso febbraio sia che lei che il fratello hanno avuto un altro danneggiamento, in questo caso si trattava di acido versato soprattutto sull’auto della ragazza, la giovane racconta di essersi rivolta ai carabinieri ma non si mostra preoccupata dall’evento.

Su richiesta del pubblico ministero arriva così a raccontare della tragica notte dell’omicidio “ero a letto, ho ricevuto la chiamata di mio fratello che mi diceva di un incidente accaduto a Gianluca e mi chiedeva di nostra sorella Katia, provavo a chiamarla e lei non rispondeva”. Anche il fratello Vincenzo ha quindi testimoniato circa gli eventi di quella notte, ma quello che più ha colpito i presenti è stata la dichiarazione circa la confidenza fatta al ragazzo dalla madre sulla lettera minatoria “Chiesi a mia madre il perché del suo atteggiamento, mi chiamava più spesso, era più pressante.

Mi confidò della lettera e mi disse di non preoccuparmi –è stato fatto quello che bisognava-… io credevo si riferisse alla denuncia alla polizia, com’era avvenuto per gli altri danneggiamenti, ma solo quando cominciò il processo scoprii che invece non avevano fatto la denuncia”. Adesso starà alla Corte considerare le testimonianze degli Scarfò e inserirle nel contesto dell’omicidio, la fidanzata di Gianluca, invece, verrà ascoltata nelle prossime udienze. L’udienza di ieri è stata quindi chiusa dalle testimonianze di due commercianti chiamati dalla difesa a testimoniare di un litigio sfociato quasi in rissa tra Congiusta e un ristoratore di Siderno per motivi che, pare, la Corte voglia approfondire. 

Raffaella Rinaldis per il Quotidiano